LinkedIn ha pubblicato una nuova indagine che fotografa un mercato del lavoro italiano profondamente segnato da un senso di sfiducia e complessità. Secondo i dati raccolti dal network professionale, il 62% degli intervistati ritiene che trovare un'occupazione sia oggi più arduo rispetto allo scorso anno. Un pessimismo giustificato da una situazione generale effettivamente complessa, dove la competizione serrata e la rigidità dei processi di selezione scoraggiano una forza lavoro composta ormai da quattro generazioni conviventi.
Il quadro che emerge è quello di una rotonda congestionata, come sottolineato da Marcello Albergoni, Country Manager di LinkedIn Italia. In questo scenario, l'importanza di analizzare tali dati risiede nella necessità di comprendere come la tecnologia stia ridefinendo non solo i ruoli, ma l'intero paradigma della ricerca del merito. La percezione di un sistema basato più sulle conoscenze personali (32%) che sulla competenza effettiva evidenzia una frattura strutturale che rischia di alienare i talenti migliori.
Le differenze generazionali sono nette e tracciano rotte divergenti. Se l'81% della Gen Z valuta seriamente il trasferimento all'estero, mentre i professionisti senior si sentono spesso intrappolati in un paradosso: possiedono l'esperienza, ma percepiscono l'età come una zavorra che impedisce il re-skilling o il semplice accesso a nuove opportunità. Questa stagnazione percepita alimenta un circolo vizioso di immobilismo che riduce o elimina la flessibilità necessaria per affrontare le transizioni industriali in corso.
Al centro di questa trasformazione si staglia l'intelligenza artificiale, che agisce simultaneamente come catalizzatore di ansia e motore di crescita. Se da un lato il 46% dei lavoratori teme che gli algoritmi possano diventare un ulteriore filtro impersonale, dall'altro la lista dei "Jobs on the Rise" per il 2026 vede ai primi due posti figure come l'Ingegnere e il Direttore IA. Questa dicotomia suggerisce che il problema non sia la mancanza di lavoro, ma l'accelerazione del divario tra le competenze tradizionali e quelle richieste dalla nuova economia.
L'IA tra automazione dei processi e nuove gerarchie occupazionali
I processi di selezione attuali sono giudicati dal 50% dei candidati come troppo lunghi e dispersivi, con un preoccupante aumento di fenomeni come il ghosting o la paura di annunci fraudolenti. Quasi un intervistato su due ritiene che l'iter sia diventato eccessivamente impersonale, un segnale critico in un'epoca in cui si parla costantemente di centralità dell'individuo. La soluzione indicata dai professionisti è una richiesta di maggiore trasparenza e feedback oggettivi, elementi che oggi sembrano latitare nelle direzioni HR.
Proprio il settore delle HR, in effetti, è uno di quelli in cui si ricorre di più all’uso dell’IA per “semplificare e ottimizzare”. Ma questo appunto può portare a un acuirsi dei problemi rilevati.
LinkedIn sottolinea inoltre come l'adozione dell'IA nel reclutamento sia vista anche come un'opportunità di equità dal 44% dei professionisti, sperando in una riduzione dei bias umani. Tuttavia, rimane il dubbio su come valorizzare l'unicità del profilo quando il primo screening è affidato a un modello linguistico. La sfida per le imprese nel 2026 non sarà solo adottare queste tecnologie per l'efficienza, ma integrarle senza distruggere la fiducia dei candidati.
Il dato più allarmante riguarda la preparazione: solo il 26% dei professionisti si sente pronto ad affrontare le sfide del mercato attuale. Questo gap formativo indica che le politiche di formazione continua non stanno ancora tenendo il passo con l'evoluzione tecnica. Senza un intervento deciso sulla governance dell'innovazione, il rischio è di avere un mercato del lavoro a due velocità, dove solo una piccola élite tecnologica riesce a navigare il cambiamento.
In ultima analisi, l'indagine di LinkedIn ci dice che il mercato del lavoro italiano è in una fase di stallo psicologico più che operativo. La tecnologia, se non mediata da processi di selezione più umani e trasparenti, rischia di essere percepita come una barriera anziché come un facilitatore. È necessario un cambio di rotta che metta al centro la certificazione delle competenze reali, riducendo quel peso delle relazioni informali che ancora oggi frena il dinamismo economico del Paese.