Il lavoro da remoto non è morto, ma ha semplicemente imparato a operare nell'ombra. Mentre le grandi corporation americane moltiplicano gli annunci di rientro in ufficio a tempo pieno – da Amazon a JPMorgan, da Goldman Sachs a Paramount Skydance – i dati reali sulla presenza fisica dei dipendenti raccontano una storia radicalmente diversa. Secondo la ricerca condotta da Nick Bloom, professore di economia alla Stanford University e studioso delle dinamiche del lavoro a distanza, la quota effettiva di giornate lavorate da casa negli Stati Uniti è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi due anni, oscillando tra il 25% e il 30%.
Questa situazione fa ovviamente nascedere diverse domande sulla reale applicazione delle politiche aziendali e sulla capacità delle imprese di controllare dove i propri dipendenti svolgono effettivamente le loro mansioni. Dati della società di intelligence geografica Placer.ai mostrano che al secondo trimestre del 2025, la maggioranza dei dipendenti delle Fortune 100 era sottoposta a mandati di presenza in ufficio a tempo pieno, in netto aumento rispetto al 5% di due anni prima. Parallelamente, i giorni medi settimanali richiesti in sede sono saliti da 2,6 a 3,9, secondo la società di consulenza immobiliare JLL.
Eppure, questa stretta formale non si traduce in un reale incremento della presenza fisica. Bloom definisce il fenomeno "materia oscura del lavoro da casa", paragonandolo alla materia invisibile che compone gran parte dell'universo: diffuso ma difficile da rilevare attraverso gli annunci ufficiali. La spiegazione risiede in una rete di eccezioni informali, accordi sottobanco tra manager e dipendenti, e nella proliferazione di arrangiamenti ibridi non sempre conformi alle politiche dichiarate.
La logica di questa contraddizione è essenzialmente economica. I manager intermedi vengono valutati sulla performance dei loro team, non sulla rigida applicazione di regole imposte dall'alto. Se temono che i migliori talenti possano dimettersi o ridurre la produttività a causa di politiche di rientro troppo stringenti, molti scelgono pragmaticamente di concedere maggiore flessibilità, anche senza approvazione formale dell'azienda. È una forma di disobbedienza organizzativa motivata dalla protezione dei risultati.
Una madre di tre figli del Wisconsin, impiegata in un ruolo corporate presso un'azienda manifatturiera, ha ottenuto nel 2023 una di queste esenzioni off-the-record dopo aver espresso preoccupazione per il suo pendolarismo di due ore giornaliere e la gestione dell'assistenza ai bambini. Il suo manager le ha garantito che, finché si presenta in ufficio alcuni giorni alla settimana per le riunioni chiave, non avrebbe avuto problemi a lavorare da casa quando necessario.
Non tutte le flessibilità operano nell'ombra. Georg Loewen, senior director del marketing digitale presso un'agenzia di pubbliche relazioni nel New Jersey, ha ricevuto un'esenzione formale dalla politica aziendale di tre giorni in ufficio dopo che le difficoltà logistiche legate all'asilo del figlio hanno iniziato a interferire sistematicamente con la sua presenza. Casi analoghi riguardano dipendenti della West Coast con frequenti call con colleghi in Cina o India al di fuori dell'orario standard, o dirigenti che necessitano di vivere vicino a ospedali specializzati per problemi di salute familiari.
C'è anche da dire che il divario tra giganti corporate e piccole imprese è notevole. Secondo un report di Flex Index, al terzo trimestre 2025 le aziende con meno di 500 dipendenti offrivano modalità flessibili con frequenza molto superiore rispetto alle Fortune 100. Dato che circa metà della forza lavoro del settore privato statunitense è impiegata in queste realtà più piccole, secondo il Bureau of Labor Statistics, il segmento delle PMI rappresenta un bastione del lavoro remoto che compensa la rigidità delle grandi corporation.
Leslie Snipes, director del marketing presso un'agenzia creativa di Los Angeles con circa 15 dipendenti, dopo pochi mesi di pendolarismo di 60-90 minuti nel traffico californiano ha ottenuto l'approvazione formale per lavorare quasi esclusivamente da remoto, presentandosi in ufficio solo una o due volte al mese. La sua esperienza illustra come la dimensione aziendale incida direttamente sulla capacità di negoziare arrangiamenti personalizzati.
E poi ci sono i dipendenti che semplicemente ignorano le politiche di rientro senza l'approvazione dei manager, una strategia facilitata dalla distribuzione geografica dei team. Altri praticano il "coffee badging": timbrano l'ingresso, prendono un caffè e se ne vanno poco dopo, soddisfacendo formalmente i requisiti di presenza. La limitata disponibilità di postazioni in alcuni uffici (specialmente se si parla di grandi aziende) contribuisce ulteriormente a questo fenomeno.
L'equilibrio futuro dipenderà dalla dinamica del mercato del lavoro. Un mercato debole e l'adozione crescente di strumenti di tracciamento della presenza potrebbero costringere più lavoratori al rientro effettivo. Al contrario, una ripresa dell'occupazione potrebbe rafforzare la capacità negoziale dei dipendenti. Resta aperto un interrogativo di governance aziendale: quanto a lungo le corporation possono sostenere politiche ufficiali sistematicamente disattese nella pratica, senza minare la propria credibilità o dover ricalibrare le aspettative sulla base della realtà operativa?