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Ok, sei sul cloud, ma sai come "scalarlo"?

Non basta più “essere nel cloud” ma saperlo scalare in modo coerente con domanda, costi, resilienza e governance. Con questa guida

Avatar di Antonino Caffo

a cura di Antonino Caffo

Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 10/03/2026 alle 14:20 - Aggiornato il 11/03/2026 alle 09:20
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La scalabilità del cloud computing è diventata una leva strutturale di crescita, non soltanto un tema tecnico. Nel 2023 il 45,2% delle imprese dell’Unione europea acquistava già servizi cloud, e i dati più recenti indicano che nel 2025 la quota è salita al 52,74%, segnalando un’accelerazione costante dell’adozione nel tessuto produttivo europeo.​​

Questo dato conta perché sposta il focus delle aziende: non basta più “essere nel cloud”, bisogna saperlo scalare in modo coerente con domanda, costi, resilienza e governance. Eurostat rileva inoltre che nel 2023 il 75,3% delle imprese europee che acquistavano cloud utilizzava già servizi considerati sofisticati, come sicurezza, database hosting o piattaforme di sviluppo, segno che il cloud è sempre più vicino ai carichi core del business e non solo ai servizi di base.​

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In parallelo, il mercato sta entrando in una fase più matura: il 72% delle organizzazioni dichiara di voler ottimizzare gli ambienti cloud già esistenti, mentre il 56% prevede comunque di migrare altri workload; inoltre il 79% sta già usando o sperimentando servizi PaaS per AI e machine learning, e il 50% utilizza servizi cloud pubblici legati alla GenAI. In altre parole, la scalabilità oggi non serve solo a sostenere la crescita: serve anche a governare nuovi carichi applicativi, soprattutto quelli guidati dai dati e dall’intelligenza artificiale.

Nel contesto attuale, la scalabilità cloud va letta come risposta a tre pressioni convergenti: variabilità della domanda, maggiore dipendenza da piattaforme digitali e necessità di controllo dei costi. Eurostat mostra che, tra le imprese europee che comprano cloud, i servizi più diffusi restano e-mail, file storage e office software, ma cresce anche il ricorso a database, piattaforme di sviluppo e potenza di calcolo per eseguire software proprietario, a conferma di una progressiva “business criticality” del cloud.​

La distribuzione dell’adozione non è uniforme, ma il trend è netto. Nel 2023 il cloud era utilizzato dal 77,6% delle grandi imprese europee, dal 59% delle medie e dal 41,7% delle piccole; tra i paesi, Finlandia, Svezia e Danimarca si collocavano ai vertici, mentre altri mercati restavano più indietro. Questo significa che la capacità di scalare sta diventando un differenziale competitivo: le imprese più mature digitalmente riescono a espandere servizi, dati e applicazioni con minore attrito operativo.​

Per molte organizzazioni il vero tema non è più “quanta capacità comprare”, ma “come allineare capacità, performance e spesa nel tempo”. È qui che la scalabilità smette di essere una funzione infrastrutturale e diventa una disciplina di governo, perché influenza uptime, customer experience, time-to-market, continuità operativa e sostenibilità economica.

Scalabilicosa?

Per scalabilità del cloud computing si intende la capacità di aumentare o ridurre risorse IT in funzione delle esigenze dell’organizzazione, ad esempio in termini di elaborazione, storage, rete o disponibilità applicativa. Nella definizione NIST del cloud, la rapid elasticity è una caratteristica essenziale: le capacità possono essere provisionate e rilasciate, in alcuni casi automaticamente, per scalare rapidamente verso l’esterno o verso l’interno in linea con la domanda.

Qui è utile distinguere con precisione tra scalabilità ed elasticità. La scalabilità descrive la possibilità di far crescere o diminuire la capacità di un sistema in modo pianificato o progressivo; l’elasticità descrive invece la rapidità e l’automazione con cui quella capacità viene adeguata alla domanda effettiva. NIST SP 500-322 precisa inoltre che la rapid elasticity è tipicamente associata allo scaling orizzontale e che, nella sua forma più matura, comporta modifiche automatizzate e near-real-time dell’allocazione delle risorse.

Questa distinzione è fondamentale sul piano strategico. Un’azienda con una crescita prevedibile, ad esempio un gruppo retail che apre nuove sedi ogni trimestre, tende ad avere più bisogno di scalabilità pianificata; un servizio digitale con picchi variabili, come streaming, ticketing o e-commerce promozionale, ha invece bisogno di maggiore elasticità operativa. In pratica, la prima domanda da porsi non è “quanto cloud ci serve”, ma “quanto è stabile la nostra curva di domanda e con quale velocità dobbiamo reagire”.

Dal punto di vista architetturale, la scalabilità non riguarda solo server e macchine virtuali. Coinvolge database, storage, networking, container, code di messaggistica, bilanciatori, caching, osservabilità, policy di sicurezza e automazione. Una piattaforma è davvero scalabile quando tutti questi elementi crescono in modo coordinato e senza trasferire il collo di bottiglia da un componente all’altro.

Modelli di scaling

Il primo modello è lo scaling verticale, cioè l’aumento o la riduzione delle risorse di una singola istanza: più CPU, più RAM, più IOPS, più throughput o il passaggio a una macchina di fascia superiore. È una scelta efficace quando l’applicazione è monolitica, il refactoring non è immediato o il collo di bottiglia è chiaramente localizzato, ma può introdurre finestre di manutenzione, limiti fisici della macchina e una dipendenza più forte da singoli nodi.

Il secondo modello è lo scaling orizzontale, cioè l’aggiunta o la rimozione di più istanze per distribuire traffico, workload e carichi applicativi. Questo approccio si allinea bene con l’elasticità descritta dal NIST e con la valutazione NIST SP 500-322, che collega la rapid elasticity soprattutto alla capacità di scalare rapidamente outward e inward, spesso in modo automatizzato. È il modello più adatto per architetture cloud-native, microservizi, container e sistemi che devono sostenere disponibilità elevata e picchi ricorrenti.

Il terzo modello è lo scaling diagonale, una strategia ibrida che combina scale-up iniziale e scale-out successivo. In termini pratici, un’organizzazione può aumentare dapprima la capacità della singola istanza per eliminare il collo di bottiglia più urgente, e in una seconda fase distribuire il carico su più nodi o più servizi. È spesso il percorso più realistico per le aziende che stanno modernizzando un ambiente legacy senza poterlo riscrivere integralmente in tempi brevi.

Per trasformare questi modelli in una scelta corretta, conviene usare una logica decisionale semplice:

  • Verticale, quando l’applicazione è legacy, stateful, poco distribuibile o soggetta a vincoli software.

  • Orizzontale, quando servono alta disponibilità, autoscaling, load balancing e continuità di servizio.

  • Diagonale, quando l’evoluzione è graduale e l’azienda deve sostenere crescita, integrazioni e fusioni senza fermare il business.

Un esempio concreto è un’agenzia viaggi che registra più traffico può inizialmente potenziare la VM del sito per recuperare prestazioni; successivamente, aprendo nuove filiali, può distribuire dati e richieste su più server; infine, dopo una fusione societaria, può adottare uno scaling diagonale, combinando una piattaforma più potente con più istanze e maggiore storage. Questo esempio rende bene un principio chiave: la scalabilità non è un atto unico, ma un percorso di adattamento progressivo del sistema al modello di business.

Valore, rischi e roadmap

I benefici della scalabilità cloud sono rilevanti, ma vanno letti in modo manageriale e non solo tecnico. Primo, aumenta l’agilità operativa perché consente di adeguare capacità e performance senza i tempi tipici dell’hardware on-premise; secondo, migliora disponibilità e continuità perché permette di assorbire picchi di traffico e di ridistribuire il carico; terzo, favorisce l’efficienza economica grazie a modelli pay-per-use o pay-per-capacity più vicini al consumo reale. La stessa impostazione di Eurostat richiama l’elasticità di provisioning come modo per gestire i picchi senza investire in infrastruttura che poi resterebbe sottoutilizzata.​​

Sul piano della maturità digitale, la composizione della spesa cloud è altrettanto importante della sua diffusione. Eurostat rileva che tra le imprese che acquistano cloud il 95,8% usa almeno un servizio SaaS, il 74,2% utilizza anche servizi IaaS e il 26,1% compra PaaS; nelle grandi imprese, l’adozione di IaaS e PaaS è ancora più elevata. Questo conferma che la scalabilità efficace richiede una visione multi-layer: non basta aggiungere istanze, bisogna scalare anche piattaforme di sviluppo, ambienti dati, sicurezza e governance.​

I rischi, però, sono reali e vanno gestiti fin dall’inizio:

  • Complessità architetturale, perché più risorse e più endpoint implicano più controllo, monitoring e policy.

  • Incompatibilità applicative, soprattutto nei sistemi legacy migrati senza replatforming.

  • Interruzioni di servizio, se il software non è progettato per sessioni distribuite, statelessness, replica o failover.

  • Sicurezza e accessi, perché scalare male significa spesso moltiplicare superfici d’attacco e configurazioni incoerenti.

  • Gap di competenze, che resta uno dei principali ostacoli a una scalabilità ben governata.

Per questo, oggi non ci si può fermare alla definizione di scaling, ma proporre una roadmap operativa, articolata in sei passaggi:

  1. Mappare i workload, distinguendo tra applicazioni stabili, variabili e mission critical.

  2. Definire KPI di scalabilità, ad esempio latenza, costo per transazione, tasso di saturazione, RTO, RPO e tempo medio di scale-out.

  3. Scegliere il modello per workload, evitando l’errore di usare lo stesso approccio per ogni applicazione.

  4. Automatizzare policy e soglie, perché la scalabilità manuale funziona solo in contesti molto semplici.

  5. Integrare osservabilità e FinOps, così da collegare direttamente performance e costo.

  6. Riesaminare periodicamente le policy, dato che nel 2026 il mercato mostra chiaramente uno spostamento verso l’ottimizzazione continua degli ambienti già esistenti.

In termini di messaggio strategico, la scalabilità del cloud oggi rappresenta il punto di incontro fra crescita, resilienza e disciplina economica. Le imprese europee stanno adottando il cloud in misura crescente, e una parte significativa di esse utilizza già servizi sofisticati e piattaforme evolute. In un contesto in cui AI, modernizzazione applicativa e ottimizzazione dei costi procedono insieme, la vera differenza competitiva non sarà semplicemente avere il cloud, ma possedere un’architettura capace di scalare bene, velocemente e con controllo.

Trasforma la scalabilità da concetto tecnico a modello di governo. Nel 2026 il mercato ha chiaramente spostato l’attenzione dall’adozione pura all’ottimizzazione continua, con il 59% delle organizzazioni che dichiara di avere un team FinOps dedicato e una crescente enfasi sul controllo dei costi cloud.​

Per questo il consiglio è un’impostazione da framework decisionale, non da semplice elenco. La logica più solida è: classificare i workload, misurare ciò che conta, scegliere il modello corretto, automatizzare l’esecuzione, collegare performance e costo, poi riesaminare le policy con una cadenza fissa.

KPI da considerare

 
Ambito KPI Perché serve
Prestazioni Latenza media e p95/p99 Misura l’impatto reale dello scaling sull’esperienza utente e sulla qualità del servizio.
Capacità Tasso di saturazione CPU, RAM, storage, IOPS Aiuta a capire se il collo di bottiglia è infrastrutturale o applicativo.
Elasticità Tempo medio di scale-out e scale-in Verifica quanto rapidamente l’ambiente reagisce alla domanda, in linea con il principio di rapid elasticity del cloud .
Resilienza RTO e RPO Definisce i limiti di ripristino e perdita dati accettabili per workload critici.
Efficienza Costo per transazione, costo per utente, costo per API call La FinOps Foundation indica queste metriche come esempi concreti di unit economics che collegano costo e valore ​.
Governo Percentuale di workload con policy automatiche e KPI documentati Misura il grado di maturità del modello operativo.
Ottimizzazione Spreco stimato, saving da rightsizing, budget variance Flexera segnala che la crescita delle pratiche FinOps è legata proprio alla necessità di ridurre spesa non ottimizzata e migliorare il controllo economico

Questa impostazione è coerente con il framework della FinOps Foundation, che definisce le unit economics come il collegamento tra spesa tecnologica e valore prodotto dal business, e con le pratiche AWS Well-Architected che raccomandano automazione, metriche appropriate e policy di scaling definite per ogni workload.

Framework in sei fasi

  1. Mappare i workload
    La prima attività consiste nel separare le applicazioni in tre classi: stabili, variabili e mission critical. Questa distinzione è essenziale perché la scelta delle metriche e delle policy di scaling cambia in funzione del comportamento del carico, del rischio operativo e dell’impatto economico del downtime.

Per renderla concreta, possiamo definire così le tre classi:

  • Applicazioni stabili: carichi prevedibili, domanda relativamente lineare, finestre operative note.

  • Applicazioni variabili: domanda volatile, picchi stagionali o infra-giornalieri, forte sensibilità alla latenza.

  • Applicazioni mission critical: servizi con elevato impatto su ricavi, continuità operativa, compliance o customer experience.

  1. Definire KPI di scalabilità
    La FinOps Foundation raccomanda di sviluppare metriche che colleghino uso della tecnologia, costo e valore organizzativo, includendo sia metriche tecniche sia metriche di business, come costo per transazione, costo per cliente o costo per unità di servizio. Lo stesso framework sottolinea che i KPI devono essere documentati, resi disponibili agli stakeholder e riesaminati periodicamente per verificarne l’impatto reale sulle decisioni.​

Possiamo quindi distinguere due famiglie di KPI:

  • KPI tecnici: latenza, throughput, tasso di saturazione CPU/RAM/IO, error rate, tempo medio di scale-out, disponibilità.

  • KPI di resilienza: RTO, RPO, tempo di failover, tasso di successo dei rollback.

  • KPI economici: costo per transazione, costo per utente attivo, costo per ambiente, costo per workload, spreco stimato, saving da rightsizing.

  1. Scegliere il modello per workload
    Il principio da sottolineare è che non esiste un solo modello di scaling valido per tutto. AWS raccomanda di raccogliere metriche appropriate per l’autoscaling e di configurare policy di scale-out e scale-in adatte ai diversi componenti del workload, includendo anche scheduled scaling quando i pattern di utilizzo sono prevedibili.​

Nel quotidiano, si può tradurre questo principio in una regola semplice:

  • Workload stabili: scaling pianificato, scheduled scaling, capacity baseline più alta e maggiore attenzione al costo unitario.

  • Workload variabili: autoscaling dinamico, soglie aggressive, load balancing, attenzione a latenza e tempo di scale-out.

  • Workload mission critical: approccio ibrido, alta ridondanza, policy conservative, test di resilienza e failover.

  1. Automatizzare policy e soglie
    Le linee guida AWS per il pillar Reliability raccomandano di usare automation, infrastructure as code, CI/CD e policy di scaling automatiche per ridurre errori manuali, velocizzare la risposta ai cambiamenti e migliorare insieme disponibilità e cost-efficiency. In particolare, AWS evidenzia che l’autoscaling basato su metriche e policy predefinite riduce ritardi operativi ed errori umani nella gestione della capacità.​

Qui il messaggio da rafforzare è netto: la scalabilità manuale può funzionare in ambienti piccoli o poco critici, ma non regge quando aumentano volumi, ambienti e responsabilità.

  1. Integrare osservabilità e FinOps
    La FinOps Foundation spiega che le unit economics servono proprio a connettere i costi cloud ai risultati di business, mentre le metriche devono essere accessibili, correlate e usate nelle decisioni operative. Questo significa che osservabilità e FinOps non vanno trattate come discipline separate: la prima misura come il sistema si comporta, la seconda misura quanto quel comportamento costa e quale valore genera.​

L’integrazione matura richiede tre livelli:

  • Metriche tecniche in tempo reale, per capire performance e saturazione.

  • Metriche di costo allocate per team, prodotto o servizio, per vedere chi spende e perché.

  • Metriche unitarie, per collegare direttamente una prestazione tecnica a una misura economica, ad esempio costo per ordine, costo per API call o costo per pratica elaborata.​

  1. Riesaminare periodicamente le policy
    La FinOps Foundation indica esplicitamente la necessità di stabilire una cadenza di review per l’adozione, la modifica e l’aggiornamento dei KPI, così da ritirare quelli non più utili e introdurne di nuovi quando cambiano priorità e comportamenti. Questo è perfettamente allineato al dato di mercato rilevato da Flexera, secondo cui nel 2025 la priorità delle organizzazioni si concentra sempre più sull’ottimizzazione degli ambienti cloud esistenti e sul rafforzamento delle pratiche FinOps.​

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