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Per chi lavora nell’editoria digitale, l’AI è una crisi senza precedenti

Il settore dei media affronta una tempesta perfetta: il crollo del traffico organico e la necessità di reinventare il ruolo del giornalista trasformandolo in creator.

Avatar di Valerio Porcu

a cura di Valerio Porcu

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 12/01/2026 alle 12:27
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Il settore editoriale si trova di fronte a un cambio di paradigma che ne minaccia le fondamenta economiche. Secondo il rapporto del Reuters Institute for the Study of Journalism, l’integrazione massiccia dell’intelligenza artificiale nei motori di ricerca porterà a un calo del 43% del traffico web in soli tre anni. Non si tratta di una semplice fluttuazione di mercato, ma di una rottura definitiva con il modello che ha sostenuto l'informazione digitale per due decenni.

Il problema risiede nella natura stessa delle AI Overviews. Quando un algoritmo fornisce una risposta completa direttamente nella pagina di ricerca, l'utente non ha più motivo di cliccare sul link originale. Questo fenomeno, già visibile con un calo del 33% del traffico da Google nell'ultimo anno, trasforma il motore di ricerca da ponte a destinazione finale, prosciugando le entrate pubblicitarie delle aziende editoriali.

L'integrazione dell'IA nei motori di ricerca porterà a un calo del 43% del traffico web in tre anni.

Per chi ha costruito carriere sulla SEO e sulla massimizzazione delle visualizzazioni, questa è una crisi d'identità professionale. I leader dei media prevedono che per sopravvivere dovranno spingere i propri giornalisti a operare come content creator, privilegiando piattaforme come TikTok o YouTube. L'obiettivo è creare una connessione umana e un'autorità che le sintesi algoritmiche, per quanto efficienti, non possono ancora replicare.

La fine dell'intermediazione e la fuga verso gli abbonamenti

Le testate più esposte sono quelle che producono contenuti "commodity": viaggi, lifestyle e gossip sono i settori più facilmente sintetizzabili dalle macchine. Al contrario, il giornalismo d'inchiesta e il reporting in tempo reale offrono una parziale protezione, poiché richiedono una verifica dei fatti e una presenza fisica che l'IA non possiede. La soluzione per molti publisher risiede ora nel proporre contenuti in abbonamento, cercando di blindare il rapporto con il lettore fuori dagli ecosistemi tech.

Ma anche questa è una strada particolarmente difficile, perché sono pochi ormai i lettori affezionati a poche testate specifiche. Anzi, i lettori sono pochi in assoluto - sono sempre state le persone che leggono, ma per un po’ è sembrato che online le cose fossero diverse. In ogni caso, è difficile convincere qualcuno ad abbonarsi, a meno di poter offrire qualcosa di veramente speciale: un compito in cui pochi hanno successo. 

Il giornalismo d'inchiesta e il reporting in tempo reale offrono una parziale protezione dalla sintesi IA.

Il cambiamento coinvolge anche la sfera politica e la distribuzione delle notizie. Il governo britannico, ad esempio, sta già scavalcando i canali tradizionali per comunicare con la Gen Z attraverso influencer e creator. Questo isolamento dei media classici conferma che la crisi non è solo tecnica, ma di rilevanza sociale. La trasformazione digitale delle imprese riguarda in qualche modo anche chi si occupa di media, ma in questo caso bisogna proprio reinventarsi da zero se si vuole sopravvivere. 

In questo scenario, la figura del giornalista deve evolvere verso una dimensione più esperienziale e meno espositiva. Se l'IA può scrivere la notizia, l'uomo deve fornire la visione culturale e l'analisi critica. La scommessa sulla "creator culture" all'interno delle redazioni è un tentativo disperato ma necessario di mantenere una voce distinguibile nel rumore di fondo generato dai bot. 

Esiste tuttavia un possibile problema, nel fatto che i contenuti più diffusi e apprezzati sono molto brevi e sintetici. Alcuni sono di qualità eccellente e altri sono discutibili, ma in ogni caso si perde quel tipo di informazione dettagliata e approfondita che è possibile solo con video più lunghi o con articoli scritti, letti e compresi fino in fondo.

Certo, va bene che il giornalista diventi un content creator, un influencer che porta informazione. Ma la necessaria spettacolarizzazione imposta dai social rischia davvero di trasformare l’informazione in senso negativo, e alla fine a farne le spese è l’intera società.

L'uomo deve fornire la visione culturale e l'analisi critica che l'IA non può generare.

Intanto che portiamo avanti questa necessaria riflessione, il valore economico del traffico da ricerca sta svanendo. Se l'editoria non riuscirà a dimostrare che il valore aggiunto dell'intelligenza umana è superiore alla comodità di una sintesi gratuita, il settore rischia di ridursi a una nicchia per pochi appassionati. 

Al di là delle emozioni personali e delle giustissime riflessioni sul valore del giornalismo in un Paese democratico, ci sono centinaia di migliaia di posti di lavoro in tutto il mondo che sarebbero messi in discussione. 

L’altro rischio, forse anche più insidioso, è che con l’AI i contenuti tendono a diventare tutti uguali. E andiamo così verso un'informazione piatta e standardizzata, dove il contesto viene sacrificato sull'altare della velocità. Chi lavora nei media oggi non deve solo imparare a usare l'IA, ma deve capire come essere ciò che l'IA non potrà mai essere: una fonte di fiducia soggettiva e di interpretazione del mondo. Senza questo scarto, la crisi attuale diventerà il capitolo finale dell'editoria così come l'abbiamo conosciuta.

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