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Barbie compie 60 anni. Storia e curiosità di una vera icona pop

Esiste un personaggio femminile che non ha rivali nella storia. I suoi capelli biondi, il suo sorriso e il suo grande paio di occhi azzurri sono diventati veri e propri simboli nel corso del tempo. Stiamo parlando di Barbie, la bambola per antonomasia, che il prossimo 9 marzo compirà ben sessant’anni.

Esiste un personaggio femminile che non ha rivali nella storia. I suoi capelli biondi, il suo sorriso e il suo grande paio di occhi azzurri sono diventati veri e propri simboli nel corso del tempo.
Stiamo parlando di Barbie, la bambola per antonomasia, che il 9 marzo ha compiuto ben sessant’anni.
Un record non di poco per un giocattolo, soprattutto se pensiamo alla nostra epoca, in cui spesso il digitale e l’innovazione sovrastano la tradizione. Del resto, è proprio questa la capacità di Barbie: stare al passo coi tempi senza rinunciare alla sua unicità.
Per comprendere meglio la sua storia, fatta di sfide, curiosità, e ostinazione, occorre tornare negli Stati Uniti degli anni Cinquanta.

Un futuro per Barbara

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, a Los Angeles, la Mattel era una piccola azienda fondata da Elliot e Ruth Handler, che aveva fatto la sua piccola fortuna vendendo particolari pistole giocattolo per i maschietti. Queste, a differenza di quelle dei concorrenti, non si limitavano al singolo colpo, ma riproducevano il caricamento e il suono di una raffica prolungata, tipica delle mitragliette da gangster anni Trenta.
Eppure, nonostante gli affari stessero andando bene, Ruth non era soddisfatta: ogni giorno, tornando a casa, notava come il figlio Ken avesse una vasta scelta di giocattoli attraverso i quali sognare di diventare un astronauta, un poliziotto, un cowboy, e così via; al contrario, la figlia Barbara poteva svagarsi solo con dei semplici cartonati di donne in intimo, sopra i quali posizionare dei completi – sempre cartonati – per potersi improvvisare una fashion stylist.

Questo tipo di gioco era una vera particolarità, dato che il resto dei prodotti dedicati alle bambine si limitava a bambolotti da accudire come madri, o a giocattoli che rimandavano alle mansioni domestiche, come lavare i piatti o cucinare.
In breve, i maschi quando giocavano sognavano, senza alcun tipo di limitazione, il loro avventuroso futuro, mentre le femmine venivano ingabbiate nei ruoli di madre e casalinga sin da piccine.

Un’immagine obsoleta per la nostra mentalità, ma che negli anni Cinquanta era ben radicata nella società americana. Se ci soffermiamo al contesto, quelli erano gli anni della Guerra Fredda e dello spauracchio del comunismo e dell’apocalisse nucleare. L’antidoto a Stelle e Strisce contro questi mali era la famiglia, nucleo sicuro per eccellenza, in cui poter nutrire le speranze per il futuro.
Ci fu un boom delle nascite e si riscoprì il valore delle figure genitoriali, strettamente contraddistinte dal genere: alla madre spettava la cura dei figli, accudendoli con affetto e rendendo le mura domestiche un luogo accogliente, mentre il padre era il simbolo delle virilità, il cui compito era quello di educare i figli all’imprevedibilità della vita. Questa netta distinzione di genere veniva rimarcata nell’educazione dei figli.

Fatta questa precisazione, ritorniamo a Ruth e al suo desiderio di creare un’alternativa giocosa per le bambine americane. L’ispirazione decisiva le venne durante un viaggio in Svizzera, in cui notò la bambola di Bid Lilli, un personaggio fumettistico tedesco particolarmente osé, in quanto usava la seduzione per raggiungere i suoi scopi.
Per Ruth fu l’input perfetto, e assegnò la progettazione di un nuova bambola targata Mattel a Jack Ryan, un ingegnere aerospaziale entrato in azienda nel ruolo di designer.

Il nome definitivo del giocattolo fu Barbie, in riferimento alla figlia di Ruth, Barbara. Venne presentata per la prima volta alla Fiera del Giocattolo del 1959 a New York, ma non ottenne un grande successo. L’elemento che destò scalpore era il seno evidente della bambola, che suscitò un certo allarmismo tra gli imprenditori, la cui maggioranza era composta da uomini, che mal vedevano un giocattolo così sessualizzato per le bambine.
Tuttavia, con l’introduzione nel mercato per ostinazione di Ruth e Jack, Barbie ebbe un enorme successo proprio tra le bambine, il suo pubblico principale: finalmente potevano avere tra le mani un gioco che permettesse loro di sognare un futuro intrigante, libero dai vincoli sociali e culturali.

Tra successi e critiche

Fashion designer, astronauta, veterinaria: queste sono alcune delle tante carriere intraprese da Barbie nel corso dei decenni. La sua fortuna si deve principalmente alla capacità di Ruth e del suo team di renderla un giocattolo adatto a tutte le piccole donne del globo, con l’obiettivo di nutrire le loro differenti ambizioni. Per cui nel 1961 troviamo la barbie dai capelli rossi, mentre nel 1969 quella dalla pelle scura, o, ancora, dallo sguardo più deciso. A tal proposito, se ci fate caso, i primi modelli della bambola erano dotati di uno sguardo dilatato, non diretto specificatamente agli occhi del fruitore: un espediente usato per non renderla troppo provocante e ottenere il benestare degli adulti. Poi, con la seconda ondata femminista degli anni Sessanta e Settanta, gli occhi azzurri di Barbie puntano con affermazione quelli del fruitore, a dimostrare le nuova coscienza femminile.
In breve, ogni dettaglio, che sia il colore o la lunghezza dei capelli, l’abito da carriera, la tonalità della pelle o il sorriso, serve a rappresentare le diverse sfaccettature della donna.

Quanto detto sinora potrebbe far pensare a Barbie come emblema del femminismo e del girl power. In verità la bambola della Mattel è stata spesso al centro di diverse controversie legate alla sua estetica. Sin dal suo esordio è stata criticata per le sue proporzioni irrealistiche, misuranti 36-18-38.
Ancor peggio fu l’immissione nel mercato del set pigiama party del 1965, al cui interno vi era una bilancia con il valore fisso a 50 kg, e un piccolo libricino di consigli su come perdere peso, tra cui il don’t eat (non mangiare) sul retro di copertina.
Nonostante le precisazioni del team Mattel sulla necessità di prendere quelle proporzioni per consentire a Barbie di essere vestita in più strati, solo nel 2016 possiamo notare un vero cambio di rotta, con l’inaugurazione della collana Barbie Fashionistas, ovvero una serie di Barbie e Ken (il suo storico fidanzato), ognuno dotato di fisici, capelli e look differenti.

Sessant’anni di storia non certo semplici, che ha visto la Mattel in seri problemi finanziari che hanno portato all’allontanamento di Ruth dall’azienda, allo scontro con le Bratz della MGA, ai dibattiti generati dai modelli promossi dalla bambola. Barbie non ha avuto una vita semplice, eppure è sempre stata in grado di vincere le diverse sfide sorte nel suo lungo cammino. Basti pensare anche ai videogiochi brandizzati Barbie che, sebbene non siano pietre miliari del mondo videoludico, denotano la volontà di rendere la bambola una compagna sempre presente nella vita delle bambine. Un discorso simile può essere fatto anche per i lungometraggi. Come esempi più famosi, nel primo caso citiamo Barbie Horse Adventures del 2003, e per il secondo Barbie Raperonzolo del 2001.

Il valore che ha acquisito Barbie in quanto brand ha portato alla nascita di record e collezioni inimmaginabili: attualmente la più grande collezionista di bambole Mattel è Bettina Dorfann, signora tedesca che possiede ben 15 mila pezzi. La sua prima Barbie risale al 1966, ma è dal 1993 che ha avviato seriamente la sua collezione, diventando Guinnes World Record nel 2016.
L’importanza di Barbie è evidente soprattutto nel mondo della moda, da sempre caro alla bambola. Nel 2010 è stata venduta all’asta un modello al prezzo di 302,500 dollari. Si tratta di una Barbie alta 11,5 pollici, vestita in elegante abito nero, e che indossa una collana di veri diamanti. Questo modello venne presentato per la prima volta all’Australian Fashion Week del 2010, e il design fu ideato dal gioielliere australiano Stefano Canturi.
Questo è solo un esempio che attesta il forte legame tra Barbie e il glamour. Nel corso dei decenni diverse star hanno trovato la loro controparte in miniatura: la prima fu Twiggy, la celebre modella inglese degli anni Settanta, ma esistono versioni anche di Elizabeth Taylor, Cher e Lindsay Lohan.

Ciononostante, tra le versioni più apprezzate non troviamo certo quelle in edizione limitata, ma la Barbie del 1992 dotata di una chioma bionda lunga fino alle caviglie. All’epoca veniva venduta con una piccola confezione di gel, prodotto simbolo degli anni Novanta, per dare alle bambine la possibilità di sperimentare nuove pettinature. Tale modello ha venduto ben 10 milioni di unità in tutto il mondo.

Potremmo parlare di Barbie ancora a lungo, ma i retroscena narrati fino ad ora rendono evidente la potenza della sua icona, oramai divenuta inossidabile.
Difficile pensare alla fine definitiva del suo brand, che ha accompagnato la vita delle bambine di tutto il mondo lungo diverse generazioni, attraverso messaggi a volte avanguardistici, a volte scorretti, ma pur sempre fondamentali, poiché hanno portato Barbie ad essere la regina della scena a partire da quel lontano 1959.

Di Barbie da collezione ovviamente ce ne sono tantissime, ma per celebrare l’importante anniversario dei suoi sessant’anni abbiamo deciso di indicarvene tre: Barbie Signature 50° anniversario, la particolarissima Barbie Collezione Fashion Model con abito da cocktail e infine la Barbie Frida Kahlo, parte della collezione Inspiring Women.