PlayStation 4

Storia in Pixel – Uno, nessuno e centomila videogiochi post-apocalittici

Per molti i videogiochi sono fuga dalla routine giornaliera.
Sono svago per la mente e per il cuore.
Questo però non vuol dire che le realtà virtuali che viviamo nei vari titoli videoludici siano sempre confortevoli, anzi, molto spesso è il contrario. Tra le ambientazioni più popolari troviamo quella di stampo post-apocalittico: dall’umanità travolta da terribili epidemie come quella di The Last of Us e del prossimo Days Gone, alle invasioni di esseri superiori nella serie di Gears of War.
Per non parlare poi della Terra dominata dalla macchine come quella di Horizon Zero Dawn e NieR: Automata.
Solo andando a cercare tra i titoli più recenti, è possibile notare come quello post-apocalittico sia un concept molto diffuso nei videogiochi.

Facciamo questa affermazione senza ancora avere messo in mezzo la sua declinazione più prolifica, ovvero quella nucleare. Dopotutto, il tracollo della civiltà scaturito dall’esplosione dell’atomica è uno dei principali topoi della cultura pop, e lo è da parecchio tempo.
Da quando Hiroshima e Nagasaki sono state devastate dalla Little Boy e dalla Fat Man americane, il mondo è stato scosso dalla fobia radioattiva, che è accresciuta nei successivi anni, con l’inasprirsi della Guerra Fredda tra USA e URSS e della deterrenza nucleare. Abbiamo già trattato la formazione del fecondo ramo culturale derivato dall’Atomic Age, che ha portato a una serie di opere cinematografiche, fumettistiche e letterarie oggigiorno divenute cult.

Anche tra i videogiochi non mancano certo gli esempi, risalenti a quando ancora la Guerra Fredda era in corso, come il celebre Wasteland del 1988. A quanto pare Interplay, la casa che ha dato i natali al titolo, nutre un certo fascino per l’olocausto nucleare, data la successiva creazione di Fallout, che come ben sappiamo ci porta in un’America del futuro sconvolta dal bombardamento atomico contro la Cina.

Sono passati quasi trent’anni dalla conclusione della Guerra Fredda, eppure l’apocalisse nucleare sembra essere un tema ancora molto presente nella produzione videoludica.
Le ultime uscite, come Far Cry New Dawn e Metro Exodus ne sono la prova. Ognuno di loro dà la propria interpretazione al mondo post-apocalittico, rendendo il concept sempre affascinante ai nostri occhi, nonostante la sua particolare ridondanza.

Dall’ansia alle radiazioni pop

L’apocalisse vera e propria, la fine della civiltà, non è mai presente nei film americani degli anni Cinquanta. Gli Stati Uniti sono sì messi in pericolo da spie russe come in Mano Pericolosa (1953), dall’arrivo di alieni come in Gli invasori spaziali (1953), o da mostri giganti nei principali film BEM (Bug-Eyed Monsters, definizione di Kingley Amis), ma non si arriva mai al tracollo. Ognuna di queste avversità non è altro che la forma delle paure degli americani, quali il comunismo sovietico e le conseguenze devastanti dell’atomica. Rappresentare l’apocalisse, vorrebbe dire sancire la sconfitta dell’americanismo. Molti di queste pellicole non sono altro che un inno all’eroe americano, incarnazione dei valori, che riesce a evitare il peggio. Da ciò possiamo dire che le pellicole dell’epoca hanno una pura funzione terapeutica sullo spettatore, che vede su schermo i suoi peggiori incubi sconfitti.

La ripresa dell’umanità dopo l’apocalisse diventa un tema diffuso nel cinema degli anni Ottanta, il cui esempio più illustre è la serie cinematografica di Mad Max diretta da George Miller, e in particolare il secondo e il terzo film in cui l’olocausto nucleare è già avvenuto. In essi il progresso, la natura e la civiltà vengono scardinate in una visione a tratti western e a tratti medievale per rappresentare il conflitto dell’individuo che vuole portare giustizia in un mondo in cui non esistono più regole.
Insomma, negli anni Ottanta, l’avverarsi della catastrofe trova finalmente espressione, lasciando emergere altri tipi di riflessioni e paure.
Prendono questa eredità i videogiochi, come Wasteland o Fallout, dove sopravvive il conflitto etico, l’orrore per la devastazione.
Vero è che i due giochi puntano comunque sull’ironia, ciò non diminuisce la profondità di certe dinamiche.

Nei titoli più attuali, come Far Cry New Dawn per l’appunto, questa tensione viene stemperata dalla violenza adrenalinica, mentre vengono esasperati altri aspetti del mondo post-apocalittico. La palette cromatica non è più tenue, quasi offuscata, ma vibra di rosa, giallo e azzurro. Le scritte sono lettere e graffiti, mentre il look dei personaggi vira verso il pop. Inoltre, non viene fuori il dilemma sulla natura deturpata dall’uomo, in quanto i fiori rigogliosi e coloratissimi, gli specchi d’acqua splendenti e gli animali che vagano tra i boschi, creano un effetto piacevole per i nostri occhi. Una sensazione davvero difficile da immaginare in ottica post-apocalittica.

Una scia scanzonata ma divertente, quasi caricaturale, ancora più evidente nel prossimo Rage 2, che preme ancora di più l’acceleratore sull’adrenalina, la spettacolarizzazione, il punk. Certo, nel caso del titolo di ID Software e Avalanche Studio l’apocalisse è stata generata da un meteorite e non da un cataclisma nucleare, ma è evidente una certa affinità stilistica con Far Cry New Dawn.
Sembra  che i decenni passati ad assorbire un simbolismo cupo tipico del post-apocalittico ci abbiano portato a una nuova concezione del concept, decisamente  più leggera e frizzante.

Il pessimismo russo post-sovietico

Se negli Stati Uniti della Guerra Fredda la cultura si fa carico dei timori dei cittadini, in Russia viene intrisa di ottimismo.
Dopo le purghe degli anni Trenta attuate da Stalin, da cui esplode pure una forte censura, la letteratura russa fantascientifica vive un periodo florido. Tra i casi più importanti citiamo La nebulosa di Andromeda (1957) di Ivan Antonovič Efremov. In generale la principale ambientazione nei romanzi russi  non è la Terra in pericolo, ma è un mondo lontano dove regna la fratellanza, il progresso, il benessere e l’equità sociale. In breve, una vera e propria utopia, simbolo della vittoria globale del comunismo sul capitalismo.
Dopo il processo di destalinizzazione, in Russia si diffonde quasi l’ossessione per un futuro radioso non solo riservato ai sovietici, ma all’intera umanità. Un sogno che sembra tangibile negli anni della conquista dello Spazio, inaugurata dal lancio dello Sputnik nel 1957.

Il disastro di Chernobyl sul finire della Guerra Fredda, la dissoluzione dell’URSS e la successiva guerra in Cecenia agli inizi degli anni Novanta, gettano la popolazione russa in uno stato di sconforto.
La certezza del lavoro, dell’appartenenza al partito, della stabilità, crolla del tutto, e la produzione culturale abbandona l’ottimismo sovietico per abbracciare il pessimismo contemporaneo. L’utopia si trasforma dunque in distopia.
Tra i videogiochi è d’obbligo citare S.T.A.L.K.E.R., del 2007, incentrato su un secondo disastro a Černobyl’ e che trae spunto dall’omonima pellicola del 1979.

Ma è la serie Metro a saper incarnare meglio i sentimenti dell’attuale società russa. Basata sui popolari romanzi di Dmitrij Gluchovskij, la serie ci porta nella Mosca sotterranea, dove i superstiti al bombardamento radioattivo del 2013 si sono riunite in piccole comunità per sopravvivere.
Nel nuovo Metro Exodus i cunicoli della metropolitana lasciano spazio alla natura selvaggia radioattiva, nel tentativo di evidenziare il barlume di speranza che sopravvive in ogni superstite. Ciò non vuol dire che i toni cupi tipici della serie siano affievoliti, anzi.
L’eroe di Metro resta una persona vulnerabile, sia in termini di avversità da superare – radiazioni, fame, ossigeno – sia in termini etici, poiché deve spesso compiere azioni contro la sua morale, anche se è per un bene superiore.
Inoltre, l’eroe che ha perso la dimora, simbolo della sicurezza per eccellenza, non è altro che un riflesso dell’instabilità economica e sociale della popolazione russa. Una tesi avanzata dal docente in Cultura e Società Russa all’Università svizzera di San Gallo, Ulrich Schmid, che a sua volta si basa sugli studi del sociologo Led Gudkov.
In poche parole la serie Metro si fa carico della passività politica, della sfiducia sociale, e dell’instabilità economica.
Ciò rende forte l’empatia per Artyom, il protagonista delle vicende.

Per riassumere quando detto sinora, è affascinante notare come il tema post-apocalittico sia un ramo della cultura molto prolifico poiché negli anni è stato capace di intercettare i sentimenti di determinate società.
In una visione propriamente americana e occidentale, il mondo tenuto ostaggio dall’atomica ha avuto diverse rappresentazioni nel corso della Guerra Fredda, un’epoca in cui i cittadini del blocco occidentale provano paura per il futuro.
Successivamente, a partire dagli anni Novanta, il post-apocalittico diventa una nuova occasione per rinascere e attuare la nostra vera indole, con l’influenza della morale che va sempre più assottigliandosi, fino ad arrivare ai giorni nostri, come dimostrato da Far Cry New Dawn.
Attualmente sono dieci i paesi che hanno un armamento atomico, il che non appiana certo i timori legati al nucleare, ma la fine della Guerra Fredda lascia cadere la dicotomia di buoni (americani e blocco occidentale) contro i cattivi (comunisti sovietici) e dunque i timori legati a un loro ipotetico (ma potenzialmente concreto) scontro.

Al contrario nella Russia post-Stalin, la letteratura diventa espressione del dirompente ottimismo dei cittadini nei confronti di un futuro florido, equo e giusto, in un’ottica tutta comunista.
Con la caduta dell’URSS nel 1991, le certezze che tengono salda la società si sgretolano, portando alla formazione di immaginari più tetri, che mettono in primo piano i mali dell’energia atomica, la solitudine della sopravvivenza.
La trilogia – letteraria e videoludica – di Metro assorbe queste timori, portando a una rappresentazione che a molti può sembrare all’apparenza scontata, ma che dietro cela tematiche e immaginari innovativi e fortemente attuali.

 

 

Fonti:
U. Schmidt, Post-Apocalypse, Intermediality and Social Distrust in Russian Pop Culture, 2013
M. Zinni, Schermi radioattivi. L’America, Hollywood e l’incubo nucleare da Hiroshima alla crisi di Cuba, 2013.