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Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno, Chris Nolan chiude la trilogia con i fuochi di artificio

Retrocult cover

Nota del curatore. Tra tutti gli eroi dei fumetti, forse Batman è davvero speciale. Se non altro, ha avuto tre grandi letture cinematografiche. Prima Tim Burton, poi Christopher Nolan, poi Zack Snyder. Non tre abili mestieranti, che sono la scelta normale dei colossi che vogliono mostrare prudenza e giocare sul sicuro.

Ma tre registi fatti e finiti, tre sguardi affilati e maturi, con il coraggio di prendere un mito moderno, ridurlo ai minimi termini e ricostruirlo secondo la propria personale visione.

Sarà un caso, sarà una curiosa coincidenza, ma solo per Batman si sono alternati tre pezzi da novanta. Al netto dei risultati (sì lo so che Snyder fa venire il mal di pancia a molta gente), è un fatto che ci permette di dire una cosa: Batman è unico.

Un uomo senza superpoteri, e se proprio si vuol essere meschini, senza qualità tra i suoi pari. Che non sono, ovviamente, gli altri esseri umani, ma quegli esseri semidivini che popolano gli action comics. Bruce Wayne è un uomo che si confronta con i nuovi dei, e nonostante la sua palese inadeguatezza continua a provarci, continua a insistere nel suo essere prima di tutto Uomo e poi, visto che una maschera è sempre necessaria, anche Pipistrello.

Uomo e maschera, attore, commediante, simbolo e burattino. A pensarci bene, si capisce facilmente perché Batman attira gli artisti più di altri: perché è il più libero di tutti e perché, tutto sommato, puoi farne ciò che vuoi.

Buona lettura e alla settimana prossima

Valerio Porcu

Filippo Rossi. Detto “Jedifil”, è nato il 14 febbraio 1971 a Rovigo e vive a Trieste. È uno dei massimi esperti di Star Wars. Ideatore e co-fondatore di Yavin 4, ha creato e realizzato fino al 2017 Living Force Magazine (Premio Italia 2013 e 2016 come Miglior fanzine italiana di Science Fiction). Fa parte del gruppo tolkieniano Éndore.

Filippo ha scritto “La Forza sia con voi. Storia, simboli e significati della saga di Star Wars” per Áncora Editrice, un eccezionale testo critico sulla saga ideata da George Lucas. Il suo secondo libro è “Super” per Runa Editrice, uno sforzo critico e analitico dedicato agli 80 anni di Superman.

Potete seguire Filippo sul suo sito personale.

Il primo Batman nolaniano è l’interpretazione puramente autoriale, ossia personale, del personaggio più popolare non solo dei fumetti, ma probabilmente dell’intero genere, a livello multimediale. Nolan sottrae l’epica dalla storia delle origini dell’alter ego di Bruce Wayne e racconta in modo intimista il suo percorso psicologico e morale. Che passa dall’essere un privato miliardario umano al pubblico (super)eroe giustiziere. La tripletta creativa Chris Nolan/David S. Goyer/Christian Bale esordisce nel 2005: è il rinnovamento filologico del mito in Batman Begins. L’inedito rapporto tra Bruce Wayne e Ra’s al Ghul, allievo/maestro in salsa dark starwarsiana, propone una variazione narrativa azzeccatissima.

Il secondo è il kolossal che fa precipitare il personaggio nel buio della mente. Gli si toglie il nome simbolico Batman e gli si affibbia il soprannome “psicanalitico” Cavaliere Oscuro, in una realistica crisi prima sentimentale, poi idealistica che lo fa a pezzi. All’uomo si sottrae non solo il supereroe, ma anche l’eroe esemplare, trasformandolo in un nemico pubblico. Chris Nolan/David Goyer/Christian Bale 2008: la portata del film Il Cavaliere Oscuro è assoluta, ma rimane inaccettabile l’esagerazione drammaturgica e l’interpretazione incerta del personaggio Wayne/Batman. È un bel passo, ma indietro.

La trilogia Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan, cofanetto Blu-Ray

Con questo terzo film, d’altro canto, Nolan sa chiudere la trilogia recuperando in extremis, genialmente, la fantastica ed esemplare essenza supereroica di Bruce Wayne. Ossia l’altruismo sociale che, nel film precedente, era stato massacrato dall’egoismo di tipo amoroso. Chris Nolan/David Goyer/Christian Bale 2012: questo terzo e ultimo Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno è, in una parola, pazzesco. Riesce a fondere il rispetto e la reinterpretazione delle fonti fumettistiche del primo episodio con l’ambizione spropositata del secondo episodio; il ritmo lucido e coerente del primo con la potenza realistico-visionaria del secondo. Si crea un nuovo tipo di Bat-film: emozionante ed esaltante, fedele alle fonti canoniche, personale nella revisione post-moderna, umanissimo nello spessore dell’impianto. La potenza, quasi fisica, dell’opera è stordente. Si tratta di un capolavoro dell’epica moderna, dedicato al supereroe più riconosciuto. Capolavoro che nobilita il Genere e che, come se non bastasse, fa pure sfaceli al box office.

Conseguenza? Nolan architetta un mitopoietico percorso tripartito di ascesa, caduta e rinascita che mette in evidenza ed esalta il concetto puramente culturale del “supereroe”, dalla storia infinita alle spalle. Lo fa con una forza realistica e psicologica mai vista prima e raramente vista in seguito.

Anno 2011: Green Lantern

Per inquadrare il momento storico del genere cinematografico supereroico… Anche solo concentrandoci sulla DC Comics si capisce velocemente che tipo di mulini a vento deve combattere il Don Quijote Christopher Nolan nel mettere la parola “fine” alla sua visione batmaniana.

Il 17 giugno 2011, in piena “era Cavaliere Oscuro”, la Warner/DC ci prova con uno dei suoi più amati personaggi a fumetti, Lanterna Verde. È il buon attore trentacinquenne Ryan Reynolds a indossare la mascherina e, soprattutto, l’innovativo costume digitale della prima Lanterna umana. La bella Blake Lively lo affianca nel ruolo di Carol Ferris, il resto del cast è interessante: Peter Sarsgaard, Mark Strong, Angela Bassett e l’esperto Tim Robbins. La sceneggiatura è scritta da professionisti del fumetto; è diretta dal valido Martin Campbell, autore del notevole primo Zorro con Antonio Banderas (1998) e, soprattutto, del fantastico capolavoro bondiano Casino Royale (2006), deflagrante e coltissimo esordio di Daniel Craig come 007.

Green Lantern è la storia di Hal Jordan, pilota sperimentale terrestre selezionato dalle super menti extraterrestri per l’eroico Corpo intergalattico delle Lanterne Verdi. Gli viene consegnato l’anello dei superpoteri e l’alienissima lanterna che lo carica. Il nemico è Parallax, minaccia sovrumana per gli equilibri dell’universo. Classica, affascinante space opera cosmica, Lanterna Verde è affossato da una CGI mediocre e dallo script elementare, se non banale, soprattutto nella seconda parte. Nessuno sembra credere né all’opera né alle sue enormi potenzialità. La giusta dose di ironia non basta. Duecento milioni di dollari di investimento non sono uno scherzo; l’incasso di appena duecentoventi toglie la voglia di scherzare alla major.

Sta al solito Nolan il salvataggio della baracca.

Il Nolanverse

Christopher Edward Nolan, Commander of the Most Excellent Order of the British Empire (titolo onorifico reale britannico detto CBE) nato il 30 luglio 1970, scrive, produce e dirige film da oltre due decenni su entrambe le sponde dell’Oceano Atlantico, vista la doppia cittadinanza inglese e americana. Sebbene l’autore sia inizialmente poco convinto dal ritorno alla serie batmaniana, timoroso di ritoccare il trionfo del Cavaliere Oscuro, è lo sviluppo della storia con il fratello Jonathan e l’esperto David S. Goyer che lo convince. La chiusura di trilogia su un acuto diventa un progetto interessante.

Il risultato è “il più grande, più oscuro, più emozionante, più disturbante e più sfacciato spettacolo mai creato per lo schermo… un prodotto autoriale realizzato su una scala in passato impossibile, mai tentata da nessuno” (il critico Andrew O’Hehir di Salon). Ambizioso, sovradimensionato, multisfaccettato, con il desiderio di dare allo spettatore sempre più di quanto si aspetti. Parte integrante del nuovo tipo di narrazione per immagini che Nolan, in questi anni, sa imporre al grande pubblico: lunga, complessa, impegnativa, esplosiva. Marchio di fabbrica ormai riconoscibile.

L’uscita del nuovo film è ancora accompagnata dalla tragedia, seppure molto diversa dalla triste morte del premio Oscar Heath Ledger, il Joker del film precedente. Un pazzo apre il fuoco all’interno del cinema che lo proietta ad Aurora, Colorado: muoiono dodici persone e altre cinquantotto restano ferite. Nolan ne è profondamente colpito e si attiva per aiutare le vittime della tragedia.

Tornando a questioni più prosaiche, merita un accenno l’IMAX, il sistema panoramico ultramoderno che l’autore richiede per la proiezione dei suoi film in digitale. Il Nolanverse è anche figlio degli avanzatissimi mezzi di fruizione. In un’era cinematografica dominata dal solito pubblicizzatissimo/strombazzatissimo 3D, con i suoi alti (pochi e cameroniani) e bassi (tanti e artificiosi) picchi espressivi, ecco che l’esperienza firmata Christopher Nolan dell’IMAX sfonda il muro dell’umanamente visibile.

Per questo film sono entrato per la prima volta in una sala di questo tipo – con lo schermo tra i più vasti del mondo, a Sydney in Australia. Ero molto preoccupato nell’assistere a un film così complesso abbarbicato in verticale di fronte a un grand(issimo) schermo più vasto del raggio visivo dei miei occhi. Sono bastati pochi minuti per immergermi in un racconto per immagini e suoni più vero del vero, avvolgente e scioccante. L’immersione è stata totale, senza occhialini ingombranti che oscurano i colori della visione. L’andare al cinema assume un nuovo significato.

Ecco a voi “The Batman”: Christopher Nolan e Christian Bale ci fanno capire perché questo sia il personaggio più amato della fiction moderna.

Anno 2012: The Dark Knight Rises

Questo terzo episodio riaggancia elegantemente e amplia la linea di Batman Begins. Mette in discussione, sia come film oggettivo che come presupposti narrativi, la variazione/evoluzione di The Dark Knight. In ogni caso, in questo terzo film vediamo finalmente il miglior Batman del grande schermo (almeno fino a quello praticamente perfetto di Ben Affleck e Zack Snyder). Per Nolan ci vogliono tre film in crescendo, ma ci arriva in una trilogia mozzafiato – solo il Lord of the Rings di Peter Jackson è paragonabile.

Da un certo punto di vista rimane un rammarico: Batman Begins è perfetto come inizio della vicenda del supereroe; in seguito “sprechiamo” un film centrale sul Batman in azione, che avrebbe dovuto essere maturo e determinato – anche se The Dark Knight assume nuova luce nel percorso fragile di Bruce verso la sofferta maturità supereroica di Rises. Il Cavaliere Oscuro ha problemi oggettivi sia di trama che di coerenza batmaniana – questi ultimi poi inquadrati e perdonati, nel complesso della trilogia, grazie a questo ultimo film.

The Dark Knight Rises è un capolavoro ambizioso e definitivo per tre motivi.

In primo luogo, sta in piedi da solo.

In secondo luogo, si collega in modo raffinato a Begins, il primo episodio, e inquadra una macro-trama ciclopica. Come era già a suo modo ciclopico il piano pluri-secolare di Ra’s al Ghul/Liam Neeson, l’apocalittico terrorista di ultra-destra, qui portato a compimento dai terribili e vendicativi “eredi” in maniera radicale, senza più quelle sottigliezze politiche e psicologiche tipiche di una mente superiore.

In terzo luogo, riesce addirittura a riparare i problemi del secondo capitolo, sfruttando e portando a compimento i presupposti del suo finale a togliere – quel Batman fuggiasco e incolpato che si caricava la croce del tragico fallimento, o meglio crollo emotivo, di Harvey Dent.

Si arriva a creare una grande opera in tre atti sul concetto di “dare l’esempio”, primo dovere di ogni buon (super)eroe che si rispetti. Gli unici reali problemi della straordinaria Bat-trilogia del Cavaliere Oscuro, a ben vedere, rimangono il cambio di attrice per l’importante personaggio di Rachel Dawes tra film 1 e film 2 (che comporta, purtroppo, un mutamento notevole di interpretazione e una resa narrativa a scadere) e la sparizione di un clamorosamente efficace Joker tra film 2 e film 3 (dovuta a fattori reali legati al destino delle persone, non miti del cinema ma uomini e donne tragicamente normali).

Le Belle e la Bestia

La trama di Rises è complessa e altisonante, ovviamente contorta ma lineare e lampante. E assolutamente senza buchi, errori o artificiosità di sceneggiatura, a differenza del secondo episodio. Ci sono, questo sì, salti cronologici che non sono però salti logici: sono semplicemente… da un lato, sfide al cervello e all’attenzione dello spettatore; dall’altro, metodi cinematografici per mantenere un ritmo velocissimo, sempre più frenetico, in incredibile crescendo. Nessun buco, solo accelerazioni temporali nel racconto per non perdere tempo in passaggi minori. Obiettivo: mantenere il ritmo, concetto basilare di ogni opera filmica che si definisca tale; e sfidare uno spettatore finalmente ritenuto, dagli studios di Hollywood, dotato di cervello pensante e cuore pulsante.

Parentesi sull’ellissi del ritorno finale di Bat-Bruce nella Gotham assediata, uscito spoglio dal buco-prigione di Bane. La piccola forzatura non disturba. Preferiamo la tenuta del ritmo a sequenze troppo esplicative. In ogni caso, è “in personaggio” poiché rafforza il concetto, latitante nel secondo film, della genialità preveggente e strategica dell’eroe umano, che lo rende apparentemente “super”, “divino”. Quindi, porta a una sua entrata in scena (l’ennesima in questo film) letteralmente epica, dovuta a ovvie risorse economiche preparate per tempo.

Contemporaneamente nel film domina l’attenzione al minimo dettaglio, una cura maniacale delle più insignificanti sfumature di scrittura che ha come unico fine quello della definizione dei (tanti per fortuna) personaggi. Ad esempio: Nolan & Goyer si concentrano per chiarire nello script la volontà del super-protagonista di non uccidere; sottolineata in più scene tra Batman e il suo opposto Selina “Catwoman” Kyle o quando, una volta liberatosi, Bruce getta la corda nel pozzo per liberare i prigionieri. Al contrario, il lavoro sui dettagli del killer Bane di Tom Hardy è impressionante, dai numerosi atteggiamenti fisici di stampo pugilistico a un monologo cerebrale rabbrividente sulla maledizione/punizione spietata dei privilegi da parte di un reietto.

Letture consigliate

Abbiamo nel frattempo miriadi di personaggi inquadrati alla perfezione e concatenati tra loro… Dominati dal fortissimo protagonista, che viene sballottato qua e là come un fantoccio, la cui storia (il cui destino) prende forma e si solleva (rises) faticosamente in un crescendo veloce e controllato. Che infine si astrae nel commovente epitaffio; più, in aggiunta, un esaltante epilogo.

Tutto ciò dopo aver visto un nuova Bestia, in versione oscuro vampiro miliardario, chiusa a marcire nel suo castello di dolore e auto-condanna; concupita da ben due Belle molto differenti tra loro, eppure entrambe sotto il segno basilare e simbolico della maschera. In seguito, una megalopoli occidentale di dodici milioni di anime massacrata, tenuta in ostaggio dalla masnada di terroristi e assediata dal resto della nazione dominante, resa impotente. Quindi, la finta rivoluzione sociale anti-ricchi di un martire kamikaze che illude i civili per poi invece sterminarli tutti, se stesso compreso. Inoltre, una drammatica e serrata partita a scacchi umani per le strade e le piazze cittadine, con annesso conto alla rovescia e proverbiale, classica esplosione nucleare finale.

L’eredità del super

Il finale è puro Mito Batman, nei fumetti da sempre giocato sull’eredità dell’umano, mortale Bruce Wayne. Che a indossare il mantello e il cappuccio siano il classico Dick Grayson, primo Robin e poi Nightwing; o il terzo Robin Tim Drake; o Jean-Paul Valley “Azrael”; o, nel futuro, Terry McGinnis (Batman Beyond), o lo stesso Damian Wayne, figlio di Bruce e Talia… Il Cavaliere Oscuro inventato dal giovane Bruce è immortale. L’interpretazione di Nolan & Goyer, qui, riesce nuovamente a essere inedita ma fedele al concept originale.

Nella veloce, magnifica sequenza finale si inizia con la chiusura tragica tipo “sad end”: appaiono Alfred, Gordon, Blake e Fox in lacrime sulle tombe dell’intera famiglia Wayne – evidentemente Bruce è stato dato per morto nella rivoluzione cittadina. Vediamo l’impressionante statua celebrativa del sacrificio atomico batmaniano, solido e nero esempio perpetuo per i cittadini di Gotham City. Assistiamo alla triste suddivisione dell’eredità Wayne, con aiuti al padre putativo Alfred e all’intera cittadinanza più debole – i sempre presenti, assolutamente dickensiani orfani.

Ma ecco il primo indizio, di tanti, per un luminoso lieto fine, che coinvolge magicamente tutti i principali attori della vicenda. Villa Wayne “non deve essere modificata” e manca la famigerata e ancestrale collana di perle di Martha Wayne, quella rubata all’inizio da Selina Kyle e primo simbolo della nascita del Cavaliere Oscuro. Jim Gordon trova a sorpresa un nuovo Bat-segnale sul tetto della stazione di polizia e cerca nel cielo, ancora, il suo amico Bats. Lucius Fox viene a sapere che il Bat-wing è stato dotato dell’autopilota: ovviamente da Bruce Wayne, e ovviamente sei mesi prima. Alfred Pennyworth è a Firenze, come faceva un tempo quando Bruce era latitante nel mondo, e ritrova il suo amico/“figlio” vivo e vegeto, e finalmente felice, insieme a Selina – con rivelatrice collana di perle al collo. L’orfano adottato John Blake, il cui secondo (vero) nome è Robin, grazie alle indicazioni di “un benefattore” trova la Bat-caverna…

E ricomincia così l’infinita leggenda del Crociato Mascherato. Il Cavaliere Oscuro è immortale. Chi ama Batman, il Mito e il Cinema non può non amare queste cose.

I comprimari della leggenda

Migliore tra i migliori: la Miranda Tate della bellissima francese Marion Cotillard. Pur sapendo della sua ambiguità, intuendo il possibile legame con il Ra’s al Ghul del primo film, conoscendo la probabile apparizione nella trama della stessa Talia Head/al Ghul… la sorpresa è assoluta. Interpretazione e regia la gestiscono perfettamente, facendo passare il personaggio dalla necessaria speranza per il sempre (più) umano Bruce Wayne e per la stessa Gotham City (un po’ come l’Harvey Dent del Cavaliere Oscuro: sia a livello privato che civile, sia amoroso che politico) a quel super-villain che tanto fa bene all’action moderno – e allo stesso eroe Batman.

Gli autori hanno messo nel film tantissimo di batmaniano; tantissimo anche di non-batmaniano e, meglio ancora, di oltre-batmaniano. Ad esempio, la magica notte d’amore tra Bruce e Miranda/Talia: avrebbe potuto dare alla luce il figlio fumettistico dei due, Damian. Poi, in originale “Robin” è il secondo nome legale di Blake: John Robin Blake, alias il nome adottivo dell’orfano; il nome originale del bambino perduto non viene mai rivelato e potrebbe essere benissimo Dick Grayson.

Citazione conseguente e necessaria per il John R. Blake di Joseph Gordon-Levitt (Snowden, Don Jon, Hesher è stato qui). Impossibile non amarlo. Il suo magnifico giovane detective capisce che Bruce è Bats perché è un investigatore di talento in empatia immediata con il miliardario orfano, e fa due più due come potrebbe fare chiunque in una megalopoli moderna e reale. Non esiste più Don Diego de la Vega e Zorro irriconoscibili, nel mondo moderno. E tanti saluti alla Lois Lane dei fumetti e dei film più ingenui!

Scena tra l’altro emozionante e centrale nell’economia non solo del terzo film ma dell’intera trilogia. Blake “Robin” è un ragazzo umile ma intraprendente, sveglio e intuitivo (più di tutti fin dall’inizio), con le stesse motivazioni e il medesimo background di Bruce Wayne, con la medesima determinazione e lo stesso idealismo di Batman. In effetti, la sua cieca fiducia nel supereroe bilancia all’istante la fanatica fede nel Male distruttivo del carrarmato Bane. Co-protagonista del film è quindi Blake, nel modo più assoluto: capisce, condivide e agevola l’eroe titolare in un percorso di formazione preciso e completo, che giustamente termina (inizia) tra i pipistrelli scatenati della Batcaverna. Proprio come succedeva al compare in Batman Begins!

Il senso di tragedia imminente della prima parte è incanalato anche e soprattutto dai personaggi di contorno: in primis l’antagonista Bane, che porta in città un bagaglio terrificante di dolore e rabbia paragonabile a quella dello stesso Bruce in Begins – ma qua Tom Hardy è ben altrimenti pronto a radere al suolo ogni cosa e ridurre tutto “in… cenere”. Poi, le lacrime strazianti di Michael “Alfred” Caine in un ruolo mai così paterno; o il terribile senso di colpa portato con elegante e letale precisione dal sempre perfetto Jim Gordon di Gary Oldman. Cito il ruolo inedito del bel poliziotto di Matthew “Full Metal Jacket” Modine, il credibilissimo vicecommissario Peter Foley, uomo comune destinato al dubbio umano e al sacrificio eroico.

La gatta sul tetto che scotta

La scassinatrice Gatta è, ovviamente, la storica Selina Kyle. Uno dei pochi pesi massimi della Bat-family a mancare ancora all’appello. La superba Anne Hathaway la rende pericolosa a livello fisico, intrigante mentalmente e soprattutto, e giustamente, sexy. La sua ricerca di una possibilità di ricominciare, quindi di redenzione, è terribilmente simmetrica a quella del protagonista Bruce. Selina riesce stupendamente a distinguersi dal mastodontico rivale, a rimanere ambigua e, così, vincente. Prima nel porre ostacoli a chiunque – spaventata come un gatto in trappola, artiglia tutto e tutti pur di rimanere in vita. Infine (sfrecciando come un gatto tra i vicoli a terra, mentre il Pipistrello è in volo), nel chiudere una vicenda più grande di lei ma della quale è lei a innescare l’ultimo capitolo. E della quale lei è il cuore.

Selina Kyle è il personaggio, con Bruce Wayne, che si evolve di più in Rises.

All’inizio è una cleptomane tutta presa dalla necessaria pulizia della sua fedina penale per andarsene dalla fogna di Gotham – ossia: l’egoismo. Poi Batman le fa capire che esiste qualcosa di più di “io” e lei si sacrifica eroicamente… riconoscente e redenta, si innamora del suo mentore capendone e accettandone la simmetria caratteriale e di destino. Pur con tutta l’ambiguità morale che la distingue. Ossia: la praticità sbrigativa del “fine che giustifica i mezzi”, qualcosa che la rende dannata comunque. Questa interessante Selina, alla fine, matura ma è ben lungi dalla maturità, anche con l’amato Bruce al tavolino irradiato dal sole luminoso di Firenze.

Ma l’eroe è uno solo… 

Il Batman. Nel film di Nolan, in originale, il giustiziere protagonista viene chiamato così, come nei primi comics del 1939. “The” Batman, con l’articolo. Però, finalmente, qui appare il “vero” Batman, quello immenso e morale ridefinito nei fumetti moderni: un investigatore e inventore geniale e paranoico che scolpisce e sforza il proprio corpo e la propria mente ai limiti dell’umano; che sfrutta, filantropicamente e a ogni livello, i suoi soldi e la sua fortuna per fare quello che tutti gli altri non possono; la cui dirittura etica è incrollabile e, questa sì, inumana; che, in modo esemplare, sacrifica tutto e tutti per la sua idea di salvezza civile e compassione. In The Dark Knight Rises i commenti a tal proposito di Alfred, Fox, Miranda e, soprattutto, Selina sono puntuali e lampanti.

Quanti passi avanti rispetto alla bella scena della rete segreta di cellulari in The Dark Knight?

La fissazione mentale di Bruce Wayne è stata cementata nei comics più belli del mondo per ottant’anni: qui è merito del solo e unico Christian Bale, della sua recitazione dimessa ma sicura, piegata ma piena di anima e indistruttibile, se siamo ancora ad avere a cuore un uomo nato nel privilegio ma per sempre intrappolato nella sua prigione personale.

In realtà il “vero” Batman appare nella seconda parte del terzo e ultimo film di Nolan, quando viene gettato, quasi spezzato in due, nel pozzo-prigione di Bane e vi rinasce – come era nato nel pseudo-“pozzo di Lazzaro” di Ra’s in Begins. Lì, nel buco di Bane, l’ancora fallace eroe, apprendista stregone tuttora legato alla vita di chi gli è a cuore, “muore” (quando si getta senza corda) e, nel volo epico dei pipistrelli, assurge (“rises”) al rango di genio sicuro di sé, stratega dagli infiniti piani di riserva. Che ha da ultimo imparato a sacrificare tutto, compreso se stesso, per un’idea benigna.

Bruce Wayne si stacca dai legacci terrestri e impara a essere (super)eroe, diventando così quella leggenda ispiratrice accennata nel primo capitolo. Ma questo gesto inumano, superumano, non significa l’umana fine. Non c’è mai fine.

Quando c’è il Cavaliere Oscuro di mezzo, c’è sempre un piano B – il “piano Batman”.

Post-Batman

Nolan ha accesso a budget enormi poiché sforna film esaltati da critica e pubblico. Non sbaglia neanche qui, per il terzo e ultimo Cavaliere Oscuro: 250 milioni di dollari di spesa, un miliardo e 85 milioni di ricavi.

Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno chiude a ogni livello la trilogia ridefinendo l’identità perduta dell’invecchiato eroe. È un film triste e post-Batman, pur riuscendo a essere, alla fine, una corretta rappresentazione del Batman strategico dei fumetti. Oltre alcuni, pochi limiti narrativi, rappresenta una sfida continua di salti di racconto nella coerenza del quadro trilogico. Coerenza tematica e formale che è quasi perfetta, sottolineata dalla colonna sonora in crescendo del grande musicista Hans Zimmer, coadiuvato nei primi due episodi da James Newton Howard e qui in solitario slancio.

A completare il cerchio secondo lo schema realistico, anti-superpoteri della visione nolaniana, vi è il ritorno di Ra’s al Ghul, ma non tramite il suo magico Pozzo di Lazzaro dei fumetti bensì grazie alla realistica figlia terrorista Talia della Cotillard. E la Catwoman della Hathaway è una semplice ladra, senza il fatato legame con i felini esibito dalla Michelle Pfeiffer burtoniana. L’impianto drammaturgico è rispettato nei minimi dettagli, allontanandosi dalla produzione originaria DC Comics e restando ancorata a un’interpretazione classica, puramente cinematografica in quanto poliziesca e noir. Pur avendo dimostrato di saper rappresentare la vera e propria magia di tipo fantastico, vedasi The Prestige, Nolan qui lavora con estrema consapevolezza e capacità nel filmare un manifesto umanista ispirato a una casa editrice che per prima, e unica, ha portato nella modernità gli eroi sovrumani e gli déi del passato.

Tanto la DC sfoggia negli albi poteri mitici di tipo divino, tanto Nolan ne estrae uomini e donne che lottano, perdono e vincono in un mondo esattamente come il nostro.

Nella famosa discussione per il soggetto del terzo Batman, i due fratelli Nolan ricevono da Goyer anche un’idea per portare Superman nella modernità. Il grande regista resta impressionato dal progetto e, fresco dell’enorme successo della sua Bat-trilogia, decide di proporlo alla Warner. Ne è il primo padrino: acconsente alla produzione esecutiva di Man of Steel. Non solo… da vero e proprio deus ex machina, garante dell’enorme operazione economica e artistica, è Christopher Nolan in prima persona a proporre alla major il nome di Zack Snyder come regista. Sono gli adattamenti stilizzati di 300 (2007) e Watchmen (2009) ad averlo colpito. Per il cineasta inglese, l’americano Snyder esibisce “l’innata attitudine nel trattare i supereroi come veri personaggi”.

L’Uomo d’Acciaio, che incassa una buonissima cifra ma divide la critica e il pubblico. Nolan resta grandemente colpito dal lavoro di Snyder: il regista “ha sfondato con un’opera straordinaria”, con quello stesso potenziale di eccitazione che lui stesso aveva provato nel 1978, di fronte al suo film preferito. Il primo Superman di Richard Donner e Christopher Reeve, prima ispirazione della trilogia del Cavaliere Oscuro.

Il ritorno del supereroe

Con la trilogia di Batman Chris Nolan dimostra al mondo di poter gestire alla grande i terrificanti kolossal hollywoodiani di primo livello. Ed esaltarsi nel farlo, portandoli a livelli di eccellenza assolutamente inediti. L’autore inglese, già cocco della critica e del pubblico più raffinato, sbanca i botteghini popolari e sconvolge gli appassionati. Da lui, dal suo stile inconfondibile, si sviluppa la nuova generazione di cineasti.

Man of Steel, il supermaniano L’Uomo d’Acciaio del 2013, è un film a metà. Nasce infatti da un’idea di Christopher Nolan e dalla sua produzione, mantenendosi quindi su quella linea plumbea, riflessiva e ancorata all’attualità. Eppure, il regista prescelto Zack Snyder si assume un incarico molto diverso. Il compito improbo è sacrificare il supereroe realistico nolaniano, incarnato da Batman ma declinato in molte figure che infestano Gotham City (da Ra’s al Ghul allo Spaventapasseri, dal Joker a Catwoman, da Talia a Bane) che di mitologico e magico non hanno nulla. La difficile missione è di portare i mitici superpoteri e gli epocali Metaumani in quel mondo terrestre che Christopher Nolan ha saputo cesellare in modo così perfetto da essere troppo simile al nostro povero mondo quotidiano.

Il risultato non può che essere benignamente sovversivo.

Gordon: “Batman deve tornare a combattere.”
Batman: “E se non esistesse più?”
Gordon: “Deve esistere. Deve.”

Retrocult cover

Retrocult è la rubrica di Tom’s Hardware dedicata alla Fantascienza e al Fantastico del passato. C’è un’opera precedente al 2010 che vorresti vedere in questa serie di articoli? Faccelo sapere nei commenti oppure scrivi a retrocult@tomshw.it.

Retrocult torna la settimana prossima!