Cinema e Serie TV

Batman Returns: più oscuro, più violento, più incisivo

Si celebra oggi, 18 settembre 2021, il Batman Day. Il 19 giugno del 1992 usciva nei cinema americani (in Italia arriverà il 9 settembre dello stesso anno con il titolo Batman – Il Ritorno) Batman Returns, secondo capitolo cinematografico diretto da Tim Burton. Il film non fu solo un clamoroso successo commerciale, ma rinverdì anche la batmania esplosa nel 1989, dando un nuovo inedito e significato alla parola blockbuster, da quel momento accumunato anche ai film sui supereroi, e a franchise, con risvolti decisamente meno pop. Questo fenomeno ha dato una impronta caratteristica che influenzerà, direttamente o indirettamente, la successiva produzione dei film Warner Bros. basati sui personaggi DCRiscopriamo insieme i tratti fondamentali di questo film e alcune curiosità a esso legate.

Batman Returns: più oscuro, più violento, più incisivo

Da Batman II, il sequel mai realizzato…

Dopo aver battuto con Batman (1989) la concorrenza di altre pellicole divenute cult come Ghostbusters II e Indiana Jones e l’Ultima Crociata, Warner Bros. attivò subito lo sceneggiatore Sam Hamm affinché buttasse giù una prima bozza di sceneggiatura per Batman II ovvero un vero e proprio sequel del primo film che avrebbe riportato in scena non solo Michael Keaton (dapprima contestato dai fan e ora invece acclamato come il Batman definitivo, un cliché che si ripeterà praticamente per tutti gli attori scelti per interpretare il Cavaliere Oscuro) ma anche Kim Basinger nel ruolo di Vicky Vale.

Scartando l’idea di rendere perno del secondo film la trasformazione del procuratore distrettuale Harvey Dent in Due-Facce (ricordiamo che nel primo film il personaggio era stato interpretato da Billy Dee Williams, il Lando Carlissian di Star Wars), la prima bozza di sceneggiatura di Hamm era fortemente influenzata dal noir The Maltese Falcon (Il Mistero del Falco in Italia) e avrebbe avuto come antagonisti un Pinguino e una Catwoman alla ricerca di un misterioso tesoro. I due villain scelti rispondevano alla richiesta da parte degli studios di portare al cinema il Pinguino (ritenuto il villain più rappresentativo di Batman dopo Joker in base al successo dell’interpretazione di Meredith Burgess nella serie TV degli anni ’60) e di quella dello stesso Hamm e di Burton di portare invece al cinema Catwoman.

Batman Returns: più oscuro, più violento, più incisivo

Il plot avrebbe visto i due villain, caratterizzati il primo come un gangster di bassa lega con una ossessione per le armi a tema aviario e la seconda come una disinibita femme fatale, mettere a ferro e fuoco Gotham City durante le festività di Natale da un lato con una serie di brutali omicidi fra i senza tetto, su cui avrebbe investigato Vicky Vale e di conseguenza Batman e dall’altra con misteriosi delitti nell’alta società gothamita. Il film avrebbe raggiunto il suo climax introducendo un giovane orfano di 12 anni, esperto di arti marziali (nella bozza si fa riferimento genericamente a Robin ma non a Dick Grayson specificatamente) e in un terzo atto completamente ambientato all’interno di Villa Wayne dove il misterioso tesoro, custodito dalla famiglia Wayne la cui storia plurisecolare sarebbe stata progressivamente scoperta da Bruce, sarebbe stato al centro di una vera e propria caccia.

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Dopo un paio di revisioni di questa sceneggiatura, Warner Bros. era convinta di poter procedere alle riprese sulla base del buon lavoro fatto con il personaggio nel primo film e che poteva ora anche essere “normalizzato” a fronte delle poche critiche ricevute. Nello specifico diminuire il tono gotico e rendere Batman più “family friendly” con una rigida politica “no kill” nel secondo film. 

… a Batman Returns, il “non-sequel” di Tim Burton

Gli studios però non avevano fatto i conti con la richiesta di un cospicuo aumento di compenso da parte di Michael Keaton e soprattutto con il totale disinteresse, espresso pubblicamente all’uscita del primo film, da parte di Tim Burton di dirigere un sequel. Il regista definì addirittura “noioso” girare il film, perché non tutte le parti erano davvero interessanti e ritornare per un sequel sarebbe stato stupito anche perché oltre a raddoppiare gli incassi un sequel forniva ben pochi spunti.

Assicurato a Keaton un nuovo contratto da ben 10 milioni di dollari, Warner Bros. attirò Tim Burton nuovamente alla sua corte (il regista aveva diretto il cult Edward Mani di Forbice uscito nel 1990) con la promessa di totale libertà e controllo creativo sulla pellicola cosa che aveva avuto solo parzialmente nel primo film.

Quello che a Burton fu promesso in sostanza fu la possibilità di realizzare non un sequel diretto ma un film standalone che corrispondesse al suo stile e alla sua visione. Per prima cosa, il regista ingaggiò dapprima Daniel Waters (sceneggiatore di Schegge di Follia) e poi Wesley Strick affinché ripulissero e rendessero più organica una sceneggiatura ritenuta troppo cartoonesca, troppo derivativa e malamente indirizzata nel cercare di avvicinare la versione cinematografica a quella dei fumetti.

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Ben presto la sceneggiatura di Hamm venne completamente smontata e rimaneggiata partendo dalla “caccia al tesoro” dei villain fino alla mancanza di un vero e proprio piano per le azioni del Pinguino (uno dei questi prevedeva il congelamento totale di Gotham, plot utilizzato poi da Mr Freeze in Batman and Robin). Saranno quindi pochi gli elementi della sceneggiatura di Hamm che rimarranno in Batman Returns, il più celebre è senz’altro l’ambientazione natalizia e quello della striscia di omicidi che però verrà rimaneggiata in una più biblica rivincita sui primogeniti delle famiglie abbienti della città.

Inizialmente si pensò di sostituire addirittura il Pinguino con Killer Croc, scelta osteggiata dagli studios, così si optò per l’aggiunta di un pesante sotto testo di critica sociale per entrambi i villain. Per la figura del Pinguino, lo sceneggiatore prese spunto da un doppio episodio della serie TV degli anni ’60 (intitolati “Hizzoner the Penguin” e “Dizzoner the Penguin” dove il Pinguino si candidava a sindaco di Gotham, più che una ispirazione evidentemente che fece felicissimi gli studios) a cui faceva da contraltare il personaggio di Max Schreck (il prototipo del capitalista dei primi anni ’90 il cui nome è un tributo all’omonimo attore che interpretò il Conte Orlok nel Nosferatu di Murnau). Catwoman invece fu totalmente rivoluzionata con un arco narrativo incentrato sul riscatto della donna contro una caratterizzazione più classicamente legata alla donna come oggetto del desiderio sessuale, direzione verso cui si muovevano i comics dell’epoca.

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Il rimaneggiamento fu poi completato da Strick che eliminò Harvey Dent/Due-Facce e soprattutto Robin. Sia per lo sceneggiatore che per Burton, il Ragazzo Meraviglia era un personaggio davvero poco interessante soprattutto se rapporta alla caratterizzazione del Batman di Keaton, un vero solitario. Inoltre il regista rifiutò prima l’idea di un Robin come leader di una gang giovanile alleato di Batman e poi con la rivisitazione di un Robin di colore esperto di meccanica che al posto della classica uniforme avrebbe indossato una tuta da meccanico appunto con una R appuntata sopra.

Il casting e il ritorno di Michael Keaton

Uno degli aspetti del primo film che non convincevano Daniel Waters era la scarsezza di battute di Batman. Poco prima delle riprese furono aggiunte infinite linee di dialoghi che però non furono mai recitate. Giunto sul set infatti Michael Keaton, forte dell’esperienza della prima pellicola, tagliò praticamente il 90% delle battute, adducendo motivazioni puntuali sulla scarsa aderenza al personaggio di molte di esse. Keaton confezionò una prova maiuscola e muscolare, la più vicina alla sua controparte cartacea di quelle finora viste sul grande e sul piccolo schermo.

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Annette Bening fu scelta originariamente come Catwoman ma l’attrice rimase incinta poco prima dell’inizio delle riprese. Fu quindi Sean Young ad autoproporsi (con una audizione fatta con un costume confezionatosi a mano) memore anche del ruolo di Vicky Vale perso a causa della frattura di una clavicola, ma alla fine la scelta ricadde su Michelle Pfeiffer. L’attrice mostrò subito grande familiarità con il personaggio e convinse Burton soprattutto per la sua fisicità compresa quella con la frusta essendosi allenata con vari campioni di kickboxing e con vari domatori esperti.

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Meno movimentato fu il casting di Danny DeVito nei panni di Oswald Cobblepot/Pinguino. Tutti infatti erano concordi nel vedere il taurino attore come erede di Meredith Burgess nei panni di questo grottesco omino impenitente. Piccola curiosità proprio Burgess avrebbe dovuto rivestire i panni di Tucker Cobblepot, il padre di Oswald, ma si ammalò ed il suo posto venne preso da Paul Reubens.

Fu scelto il caratterista Christopher Walken per il personaggio originale di Max Schreck (ispirato al banchiere J.P. Morgan e a Vincent Price) che fino nella sceneggiatura originale di Waters viene indicato come fratello “segreto” di Oswald Cobblepot, scelta che come ben sappiamo non verrà utilizzata nel film.

Eliminato Billy Dee Williams ed il suo Harvey Dent, alla produzione non restava altro da fare che sbarazzarsi dell’attore scelto come Robin ovvero Marlon Wayans. Il popolare attore di colore infatti era stato scelto per interpretare il Ragazzo Meraviglia ma non girò neanche una scena né fu presente sul set. Gli studios tuttavia per un cavillo contrattuale dovettero pagare Wayans non solo per Batman Returns ma anche per il successivo Batman Forever anche se effettivamente il suo posto fu preso da Chris O’Donnell.

La produzione e le riprese

La produzione di Batman Returns iniziò ufficialmente sono all’inizio del 1991 mentre le riprese partirono a giugno del 1991. Lo sforzo fu immane: oltre il 50% degli spazi dei Warner Bros. Studios di Burbank in California (circa 125.000 metri quadrati) furono occupati da set del film compresa una gigantesca vasca riempita con oltre 1.4 milioni litri d’acqua per il set della base segreta del Pinguino. Oltre a pupazzi animati e attori in costume, furono usati anche veri pinguini (30 pinguini africani e 12 pinguini reali per la precisione): la loro presenza costrinse a refrigerare parti del set con conseguente “disagio” per troupe e soprattutto per la Pfeiffer la cui tuta di latex proteggeva davvero poco dal freddo. Parte dei pinguini dell’assalto finale e i pipistrelli invece furono generati al computer mentre i pinguini meccanici furono realizzati dal leggendario Stan Winston.

Le scenografie furono realizzate da Bo Welch (che aveva lavorato con Burton a Beetlejuice ed Edward Mani di Forbice) che sostituì il vincitore dell’Oscar per le scenografie del primo film, Anton Furst. L’approccio di Welch fu un po’ più marziale del suo predecessore unendo spunti dell’architettura fascista con quella liberty, architettura sovietica ed espressionismo tedesco. Il mix è audace e caratteristico. Piccola curiosità: la capsula per l’ingresso nella Batcaverna è la riproduzione di una vergine di Norimberga, noto strumento di tortura del XVIII secolo.

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Altissima fu anche la sicurezza sul set a cui si accedeva solo con un badge identificativo dotato di foto. Questo non impedì ad un foto di Danny DeVito in costume di trapelare cosa che scatenò una vera e propria caccia alla talpa con tanto di veri investigatori privati sguinzagliati dagli studios che tuttavia non riuscirono a trovare il colpevole. Questo portò ad un inasprimento delle misure di sicurezze tanto da impedire l’accesso addirittura a Kevin Costner che, curioso, avrebbe voluto visitare il set.

La colonna sonora invece fu ancora una volta composta da Danny Elfman che dovette scontrarsi con gli studios i quali avrebbero voluto inserire più canzoni e meno orchestrazioni (sulla scia del successo di quanto fatto da Prince con il primo film). Elfman riuscì a spuntarla, con l’aiuto di Burton, componendo ben 95 minuti di musica. L’idea per il tema principale del film venne al compositore durante un volo e la melodia fu registrata con un registratore portatile nel bagno dell’aereo su cui viaggiava: i suoi continui viaggi alla toilette e gli “strani rumori” provenienti da essa allarmarono non poco i passeggeri. L’unico brano incluso nella colonna sonora del film fu “Face to Face” di Siouxsie and the Banshees, fu una esplicita richiesta di Tim Burton.

Fu Michelle Pfeiffer la vera protagonista delle riprese. La sua preparazione atletica impeccabile e il suo allenamento con la frusta la avvantaggiò in numerose scene come in questo incredibile filmato dietro le quinte trapelato qualche tempo fa:

L’attrice inoltre si immedesimò così tanto nella parte di Catwoman che non esitò a mettersi in bocca un vero uccellino nella scena a metà film che la vede protagonista con il Pinguino. L’unica scena non girata completamente dall’attrice fu la scena finale (quella in cui Catwoman si rivolge al Batsegnale) questo perché si decise di aggiungere la scena dopo la fine delle riprese (al suo posto nel costume c’è la sua controfigura).

L’aggiunta della scena fu dettata dal fatto che il personaggio aveva ottenuto responsi estremamente positivi nelle proiezioni in anteprima tanto da convincere Warner Bros. a dare via libera non solo ad un terzo film su Batman ma anche ad uno spin-off su Catwoman. Burton avrebbe dovuto supervisionare il progetto con la Pfeiffer che sarebbe tornata come protagonista. Il film avrebbe avuto un tono più leggero e le sue vicende si sarebbero svolte subito dopo la fine di quelle di Batman Returns con Selina in cerca di pace e tranquillità in un resort nel mezzo del deserto insieme ad altri eroi ed eroine.

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Daniel Waters consegnò la bozza della sceneggiatura il 6 giugno del 1995, il giorno dell’uscita di Batman Forever. La scarso riscontro di critica e pubblico sul terzo capitolo fece rapidamente rivedere i piani per il franchise batmaniano al cinema. Lo spin-off su Catwoman subì vari rimaneggiamenti, perse Michelle Pfeiffer come protagonista (sostituita ad un certo punto da Ashley Judd) finendo poi nel dimenticatoio. Parte di quello script fu utilizzato poi per il disastroso film omonimo del 2004 con Halle Berry.

I costumi e il make-up

Per Batman Returns fu rivisitato anche il costume indossato da Michael Keaton. Di un materiale più leggero e flessibile il design fu reso più stilizzato così come il simbolo ora più simile a quello dei comics. Lo stesso attore rimase molto colpito dal nuovo costume tanto da sottolineare, anche a distanza di anni, come l’aspetto del “secondo” Batman fosse molto più intimidatorio di quello del primo film e che anche per questo motivo il personaggio non necessitasse di molti dialoghi.

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La potente immagine scaturita dal costume aiutò l’attore anche a rivedere i suoi movimenti. Ancora una volta non aveva modo di girare la testa, per questo motivo Keaton studiò una serie di movimenti repentini, spesso violenti, che coinvolgessero la parte superiore del corpo. Piccola curiosità: rispetto al primo costume fu aggiunta una comodissima lampo per permettere all’attore di espletare i suoi bisogni fisiologici.

Non fu così fortunata invece Michelle Pfeiffer. Per l’attrice furono realizzate circa 60 tute di latex su misura dal costo di circa 1000 dollari l’una assolutamente impossibili da indossare: la Pfeiffer infatti doveva cospargersi completamente di talco per riuscire ad indossare la tuta da cui poi veniva aspirata l’aria per risultare aderente. Una volta indossata poi la tuta veniva dipinta con una speciale vernice a base siliconica per donarle la sua caratteristica lucentezza. Il cappuccio era stretto e soffocante, inoltre l’attrice, una volta indossata la tuta, non poteva espletare i suoi bisogno costringendola a tenere il costume anche fino a 14 ore al giorno durante le riprese.

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L’esperienza peggiore, dal punto di vista del costume, fu senz’altro quella di Danny DeVito. Il look del Pinguino partiva da una illustrazione di Tim Burton a cui si ispirò Stan Winston (Edward Mani di Forbice) per realizzare le protesi. Per vestire e truccare l’attore ci volevano circa 4 ore e mezza e lo stesso DeVito era costantemente a disagio a causa dei chili di silicone delle protesi, disagio che sfruttò a suo favore non uscendo quasi mai dal personaggio durante le riprese e inserendo spesso fra una battuta e l’altra veri lamenti causati da questo disagio.

Batman Returns: più oscuro, più violento, più incisivo

Piccola curiosità: la saliva grigiasta del Pinguino è una mistura di collutorio e colorante alimentare creata dallo stesso attore.

Batman Returns: la morte del franchise cinematografico, la vita di comics, videogames e serie animate

Accolto favorevolissimamente dal pubblico, in maniera forse ancora più entusiastica del primo film, a Batman Returns non furono ristampiate critiche sparse soprattutto per i riferimenti sessualmente espliciti di molte scene, per la maggior violenza e azione e per il tono ritenuto ancora più gotico e oscuro del primo film. Questo tuttavia non impedì al film di guadagnare, nel suo weekend di apertura, ben 45.69 milioni di dollari, racimolando poi a livello globale 226.8 milioni di dollari circa 150 milioni di dollari in meno del primo film ma a fronte di un budget di circa 80 milioni per la produzione.

Con Batman Returns, il regista Tim Burton era riuscito a portare a compimento quello che con il primo film aveva soltanto potuto accennare. Una favola psico-gotico su un eroe e su uomo ed i suoi distorti e grotteschi doppi, in una narrazione cinica e disincantata che attacca apertamente proprio quel consumismo che aveva contribuito a creare con il primo film (McDonald’s avrebbe dovuto produrre degli Happy Meal a tema ma ritirò la campagna dopo aver visto il film) e quel diffuso ottimismo edonistico che, con la caduta dell’Unione Sovietica, imperava negli Stati Uniti dell’epoca e che serviva solo a coprire le brutture di una società già profondamente in crisi (basti vedere gli scontri nella Los Angeles di quegli anni).

L’idea di franchise, così come è intesa oggi, nasce con Batman e muore con Batman Returns. L’impronta autoriale di questi due film influenzerà tutta la produzione successiva dei cinefumetti DC/Warner Bros. con alcuni altissimi picchi (Christopher Nolan e Zack Snyder, due su tutti) ma anche con tanti bassi dovuti all’incapacità di addomesticare questi personaggi a semplice prodotto di consumo slegato dall’amore viscerale dei fan e dal substrato storico da cui provengono.

Batman Returns: più oscuro, più violento, più incisivo

Se Batman Returns segna il declino per Batman al cinema (i due capitoli successivi di Joel Schumacher verranno infatti vituperati da critica e pubblico) contrassegna anche l’apertura per una lunga stagione fortunata per Batman in altri media. I fumetti innanzitutto che beneficeranno di un picco di vendite tanto da spingere DC a rilanciare le storiche testate ma anche a vararne di nuove fra cui una dedicata a Catwoman e l’altra, intitolata Shadow of the Bat, che avrebbe dovuto raccontare storie dal taglio maturo riprendendo le atmosfere del film. Il successo del film portò inoltre al progetto di una nuova serie animata con protagonista il Cavaliere Oscuro, la mitica Batman: The Animated Series di cui vi abbiamo raccontato la genesi nel nostro articolo dedicato.

Recuperate il nostro articolo con i fumetti essenziali di Batman.

Il fatto poi che Batman Returns rigettasse una certa commercialità di cui era stata vittima ma anche fautore non significò una assenza di merchandise collegato al film anzi. Uno degli esempi più lampanti in questo senso fu la realizzazione (che meriterebbe un articolo a parte perché anch’essa tutt’altro che semplice) di quello che ad oggi è ritenuto il miglior videogioco di Batman di sempre ovvero l’omonimo beat’em up a scorrimento orizzontale realizzato da Konami:

Il videogioco, uscito fra la fine del 1992 e l’inizio del 1993, su svariate console ad 8 e 16-bit fra cui Sega MegaDrive e SNES che ad oggi rimane la versione miglior da poter rigiocare anche se non siete amanti del retrogaming.

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