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Dispatches from Elsewhere: la recensione della serie tv di e con Jason Segel

Dispatches from Elsewhere è una delle ultime serie tv rese disponibili da Amazon sulla sua piattaforma di streaming online, Amazon Prime VideoQuesta serie tv è stata scritta, interpretata e diretta da Jason Segel, attore che ha raggiunto la fama popolare grazie all’interpretazione di Marshal nello show televisivo di successo How I Met Your Mother. Oltre a Segel che interpreta il timido Peter, nel cast compaiono Richard E. Grant, Andre Benjamin, Sally Field e Eve Lindley.

La produzione della serie Tv è affidata al colosso AMC ed è basato sul documentario The Institute del 2013, in cui si parla di un gioco di realtà alternativa che ha usato la città di San Francisco come piattaforma di gioco, creato dall’artista Jeff Hull.

Dispatches from Elsewhere, il gioco

Come abbiamo detto, Dispatches from Elsewhere racconta di un gioco che ha coinvolto più di diecimila partecipanti per tre anni a partire dal 2008. Questo gioco è svolto effettivamente nella realtà, appartiene a quel genere chiamato Alternate Reality Game (ARG) dove la plancia di gioco non è altro che la realtà e alcune persone sono chiamate a interagire tra loro e risolvere alcuni enigmi.

Nella serie tv Amazon seguiamo le vicende di quattro giocatori, Peter, Simone, Fredwyn e Janice Foster. Lo show ha un impostazione antologica, ogni puntata ci racconta un personaggio diverso, le sue paure, le sua abilità e il suo passato. Nell’ordine le prime quattro puntate sono dedicate rispettivamente a Peter, Simone, Janice, Fredwyn. Queste persone, apparentemente non hanno nulla in comune, ma tutte e quattro sono state coinvolte in questo reality game e sono state raggruppate in una squadra che deve collaborare per risolvere i misteri che ruotano attorno al Jejune Institute, capitanato dal misterioso Octavio Coleman. Tutti i partecipanti a questo gioco, devono trovare Clara, l’unica portatrice della divina nonchalance, scomparsa misteriosamente per mano del Jejune Institute.

La volontà del gioco è quella, però, di cercare di condurre i giocatori oltre la realtà possibile, di guardare con occhi diversi la propria città e la propria vita, di comprendere che al di là di essa c’è qualcosa di più grande che può essere compresa solo attraverso la collaborazione. Per questo motivo, la serie ha una identità antologica che conduce lo spettatore a conoscere la vita dei protagonisti (buoni e cattivi) e comprenderne l’evoluzione sia personale sia attraverso la partecipazione al gioco. Un’esperienza complessa e ambiziosa quella voluta dai creatori della serie, che mette in luce, attraverso una storia quasi surreale, le gravi mancanze della nostra società, donando, contemporaneamente, una speranza che bisogna conservare per poter continuare a vivere.

In tre anni, questo gioco ha realmente contribuito a far cambiare prospettiva ai propri partecipanti, gente comune che si è sentita proiettata in qualcosa di grande e importante, un mistero da risolvere che va oltre le personali ambizioni e propensioni. Il gioco ha fatto in modo che queste persone superassero i propri limiti, proprio come hanno fatto i protagonisti di questa serie molto interessante.

Le molteplici chiavi di lettura

Sicuramente la chiave di lettura principale di questa serie tv è la crescita personale dei suoi protagonisti. Questi iniziano questa avventura in un modo e arrivano, già nelle prime fasi del gioco, a cambiare profondamente, nei propri confronti e nei confronti degli altri. Vedremo Peter combattere contro la propria solitudine, all’inizio, parlare con la propria terapeuta di una mancanza nella sua vita che non riesce a identificare.

Simone, invece, è una giovane donna transessuale, che non riesce a trovare il proprio scopo nella vita, incapace di accettarsi pienamente e a farsi accettare dagli altri. Vedrà il gioco come una sorta di possibilità, ma sarà Peter a farle cambiare prospettiva. Anche Fredwyn e Janice Foster avranno il loro ruolo importante nella serie, affrontando diverse esperienze che porteranno entrambi a rivedere le priorità della propria vita e mettersi al centro delle proprie scelte, anche se sono profondamente soli.

Anche la rivalità tra i due Istituti che combattono tra loro per avere il “brevetto” della divina nonchalance, la Elsewhere Society e il Jejune Institute non sono altro che due facce della stessa medaglia, una sorta di comunismo e capitalismo che si combattono per ridefinire l’identità sociale degli abitanti di San Francisco. In generale, la serie tv offre davvero molti spunti di riflessione sulla moderna società dei consumi e dei social network. Tra complottismi e problemi di relazioni sociali, lo show riflette sulla moderna condizione umana, offrendo non la soluzione ma semplicemente una riflessione attiva sulle condizioni di vita dell’uomo moderno.

La stessa motivazione che ha portato Jason Segel ad avere la volontà di realizzare questa serie tv sembra quasi provvidenziale. Lo stesso attore e regista, in questo caso, ha rivelato di essersi sentito sempre un outsider, intenzionato a raccontare le vicende di altri outsider, vedendo nella vicenda di The Institute il giusto spunto per la sua idea. Segel ha incontrato gli organizzatori del gioco, che in un primo momento non hanno accettato la cessione dei diritti per la realizzazione dello show. Solo in un secondo momento Segel ha ricevuto una mail che diceva:  “Ti abbiamo osservato. Hai la divina nonchalance. Ti concediamo i diritti per il film”. Ed è così che questa serie tv che sembra un mix tra Twin Peaks e un film di Bunuel è diventata un progetto reale e non solo dell’inchiostro su carta.

Conclusioni

La serie tv è assolutamente godibile e offre allo spettatore molti spunti di riflessione. Le riflessioni a cui conduce la serie sono imprescindibili nella società in cui viviamo e diventano indispensabili se ci si ritrova proiettati in un iperrealismo che spesso non sappiamo affrontare e che ci fa molta paura. Dispatches from Elsewhere ci sbatte in faccia questa realtà tremenda, una realtà vissuta dai protagonisti con rassegnazione, con nessuna voglia di vivere ma solamente di sopravvivere ed essere travolti dalle onde della passività.

Dispatches from Elsewhere ci fa comprendere quale sia la differenza sostanziale tra vivere e sopravvivere, e come possiamo prendere in mano la nostra vita e le nostre decisioni attraverso un lavoro su noi stessi che parte, però, dalla relazione con l’altro. Un messaggio davvero molto importante per essere lasciato inascoltato.

Per quanto riguarda la scrittura e le scelte registiche, la serie ci offre un’esperienza davvero unica nel suo genere. Non sappiamo assolutamente nulla all’inizio della prima puntata, capiamo ben poco, cresciamo assieme ai protagonisti che dialogano tra loro cercando di comprendere le motivazioni del gioco, ma anche le priorità delle proprie vite. Le scelte registiche e di fotografia non sono solo funzionali alla storia narrata, ma parallelamente ci raccontano una sorta di dietro le quinte della vicenda. L’utilizzo dei colori, dei primi piani, delle carrellate e anche degli zoom, ci fanno scoprire qualcosa di non detto, di nascosto, visibile solo a noi, che anche se esterni, diventiamo protagonisti della storia poiché direttamente coinvolti.

La serie tv è colorata, di un colore che va oltre la semplice percezione visiva, ma che abbraccia tutti i moti dell’anima.

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