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Ferry, recensione: il gangster movie targato Netflix

Disponibile dal 14 maggio su Netflix, Ferry è un gangster movie contemporaneo che trova la sua vena più interessante nella componente umana. Diretto dalla belga Cecilia Verheyden, regista all’esordio di un lungometraggio ma non per la prima volta dietra la macchina da presa (ha all’attivo numerose commissioni per corti o serie televisive), il film è un racconto apolide a cavallo tra Amesterdam e il Belgio. Si tratta di un viaggio confuso e rivelatore finalizzato a narrare una personalità alla ricerca di una rinascita.

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Vendetta criminale

Con un’infanzia turbolenta alle spalle, segnata dalla violenza e dalla diseducazione imposta da suo padre, Ferry cresce nella malavita olandese diventando il braccio destro di un temutissimo narcotrafficante di nome Brink. Tra lavoretti sporchi e favori di ogni sorta, i due si completano: Brink sembra essere il padre che Ferry non ha mai avuto mentre, al contrario, quest’ultimo è agli occhi del boss il figlio che avrebbe sempre desiderato, invece del “mollaccione” che si ritrova. Le cose sembrano procedere a gonfie vele, ma tutto cambia in seguito a una rapina avvenuta proprio ai danni della banda.

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Un gruppo di delinquenti irrompe infatti nel quartier generale di Brink per derubarne le ricche tasche ma, durante la colluttazione, è proprio il figlio del boss a perdere la vita. Così, assetato di vendetta, Brink chiede a Ferry di mettersi al lavoro conducendo delle indagini personali alla ricerca dei colpevoli. L’ordine è uno soltanto: una volta trovati, i tre malviventi dovranno morire. Per questo motivo, durante il percorso che passo dopo passo lo condurrà a rintracciare i tre ladruncoli, Ferry entra in contatto prima con sua sorella (una donna con cui non ha più nulla da condividere da cinque lunghi anni e alla quale è stato diagnosticato un tumore al cervello), poi con una giostraia che sembra soffrire della sua medesima solitudine.

La figura angelicata

Così, in un mondo chiaramente maschilista in cui è la legge del branco a fare da padrone, Ferry si trova a dover fare i conti una storia di vendetta ornata da due donne. Sono proprio queste due figure che fungeranno da catalizzatore per il percorso del protagonista. Da un lato infatti, entrambe avranno voce in capitolo nella riuscita del suo scopo ultimo, dall’altro saranno i due elementi basilari sul quale Ferry inizierà il suo percorso di rinascita. La figura angelicata è uno dei temi più ricorrenti nella Storia del cinema. Gli esempi non si contano e abbracciano cinematografie molto lontane trovando espressione anche negli spazi meno probabili come il cinema grottesco di Tim Burton o l’animazione pirotecnica di casa Dreamworks. In Ferry, invece, il tutto è declinato in chiave meno poetica e più pragmatica.

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Ferry ha infatti alle spalle una profonda lacuna affettiva. La violenza a cui il padre era solito sottoporlo metteva a tacere anche l’affetto e l’amore di sua madre e sua sorella. Per cambiare vita, per uscire dal labirinto emotivo in cui sembra ingabbiato (restituito per immagini dal suo continuo peregrinare tra Belgio e Olanda), ha bisogno di un nuovo appiglio, di una nuova prospettiva.

Una regia attenta

In questa dicotomia tra forza fisica e sentimentale, tra i malaffari e le ripercussioni emotive, Cecilia Verheyden è brava nel riuscire a trovare una regia in grado di sintetizzare la tensione tematica del suo film. Ferry infatti si avvale di uno stile molto ruvido, secco: uno stile utile a restituire tutta la concitazione della criminalità senza renderla spettacolare ma provando a spiare ogni singola emozione che emerge sul volto dei protagonisti. La macchina da presa resta incollata ai volti degli attori e ai loro corpi, per raccontare l’attrazione che inevitabilmente li metterà in correlazione.

Ferry è anche un film in cui risulta centrale la figura del corpo. Il protagonista è infatti un omaccione trasandato che trova nella graziosa e algida giostraia una sorta di ancora di salvezza. In tutto ciò, anche l’eleganza dei boss criminali stride notevolmente con il povero e fragile tenore di vita condotto dalla sorella di Ferry. La donna usa delle stampelle per camminare ma è proprio lei che fungerà da appoggio per la redenzione di suo fratello. Tutti questi simboli e queste rime interne al tessuto narrativo sono abilmente gestite dalla regista che riesce a imprimere alla pellicola una regia solida e attenta nel non sottovalutare alcun dettaglio.

Un copione poco sorprendente

Tuttavia, Ferry non può dirsi un film del tutto riuscito per via di un elemento non proprio trascurabile. Così come abbiamo scritto in merito al recente film diretto da Stefano Sollima, Senza rimorso, anche questo lavoro si avvale di una sceneggiatura un po’ debole. Ferry infatti sa molto di già visto. Tutto quello che accade in scena è abbastanza prevedibile e anche il dilemma morale a cui il protagonista andrà incontro non è di certo tra i più originali.

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Intendiamoci, non che questo debba risultare obbligatoriamente un difetto. Tuttavia gli spettatori più appassionati potrebbero trovarsi dinanzi a un lungometraggio non propriamente sorprendente. I temi sono sicuramente stimolanti e il film non ha particolari cali riuscendo a intrattenere il pubblico dall’inizio alla fine. Però gli snodi finali, la storia di un malavitoso redento e il pathos emotivo che la regista vuole creare sono ben lontani da risultare innovativi. Infine, doveroso ricordare e lodare la prova attoriale del protagonista, Frank Lammers. Resta in scena praticamente per tutto il film ed è al centro di un vero e proprio tour de force riuscendo a dimostrarsi credibile e funzionale in ogni singolo passaggio.