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First Man, la conquista della Luna come lezione di vita

First Man di Damien Chazelle è un film assieme possentemente epico e intimistico, che racconta la traiettoria irta di pericoli che ci unisce ai nostri sogni.

La storia della conquista dello Spazio è stata scritta da uomini coraggiosi, che a volte hanno vinto e altre perso, magari anche la vita, ma che hanno contribuito a rendere reale quello che prima era solo un sogno. Ma cosa spinge un essere umano al di là dei limiti impostigli dall’esistenza, dalla società e dalla Fisica? Ce lo racconta in First Man Damien Chazelle, già apprezzato regista di La La Land.

Buio. Un sibilo lontano che sale a diventare un rombo squarciante. Schegge di luce, respiri affannosi, visiere appannate, lamiere che gemono flettendosi, rivetti e bulloni che urlano mentre sfidano la gravità, in un volo che sembra non avere mai fine. Poi il silenzio. Occhi attoniti che fissano il profilo della Terra inondato di luce, in un attimo perfetto, prima di rituffarsi nell’inferno dell’atterraggio.

Nella lunga sequenza iniziale che narra uno dei tanti voli di collaudo dell’X-15 effettuati da Neil Armstrong (il bravissimo Ryan Gosling) c’è già tutto il film. Potente metafora fatta solo di suoni e immagini (eccezionali, firmate da Linus Sandgren), ci dice che la vita è una lotta ardua per sconfiggere ciò che ci lega a terra, un volo folle che ha come premio l’attimo di pace perfetto, il vuoto come comunione totale. La metafora tornerà, sempre più potente, altre due volte, a sottolineare le tappe di un viaggio esteriore quanto interiore, che parte con un lutto e finisce con lo stupefatto silenzio dello sportello dell’Eagle che si apre sulla Luna.

Nel mezzo c’è una lotta di anni di Armstrong/Gosling (Blade Runner 2049) contro tutto, contro il destino, contro il dolore, contro la gravità, contro i propri superiori che non ne vedono le qualità. Persino contro sé stesso, uomo laconico e imploso che nel viaggio rischia di perdere moglie e figli.

Nel film, parallelamente a questo c’è poi un altro viaggio, speculare, simmetrico e di valore altrettanto elevato, quello di Janet Armstrong – un’eccezionale Claire Foy (The Crown) – che, sola, deve combattere contro una doppia assenza familiare, facendo al contempo crescere i propri figli attraverso le mille situazioni della quotidianità, forte solo di quella concretezza che le donne hanno, mentre gli uomini “giocano come bambini a costruire razzi e non hanno la minima idea di cosa stanno facendo”.

Il viaggio dalla Terra alla Luna misura dunque distanze siderali, quelle che ci separano dai nostri sogni ma anche dai nostri affetti. I desideri sono demoni da controllare e condurre in porto, domandoli come un X-15 fuori controllo o un Eagle che sta per finire il carburante. Lo sguardo duro del finale, lascia così spazio a un delicato incontro di sguardi e di mani, seppur dietro lo spessore di un vetro.

First Man è anche un piccolo gioiello di tecnica e linguaggio cinematografico, un film magistrale in grado di narrare soprattutto per suoni e immagini, come il Cinema delle origini. Incanto potentissimo che ammalia lo sguardo e avvince il cuore, contraendo il tempo fino a far diventare le 2,41 ore poche decine di minuti compatti e incalzanti, da vedere tutti d’un fiato.

La fotografia sgranata e dai colori desaturati come una Polaroid d’epoca, si accompagna così a una macchina a mano inquieta, che ci porta dritta dentro ai sentimenti, pedinando i corpi ora fragili ora forti dei personaggi, facendocene sentire gli abbracci, le carezze, le paure, i respiri. Le distanze. Con una crudezza dolce, così irruenta che a volte perde il fuoco sui volti e taglia violentemente i piani, pur di restituirci con sincerità le emozioni.

C’è una traiettoria che ci unisce ai nostri sogni come alle nostre paure e per percorrerla serve una volontà ferrea e incrollabile. Non può esserci certezza del risultato, se non quella che il farlo richiederà uno sforzo sovraumano, diverse sconfitte e più di una perdita dolorosa. Ma nel film la Luna fa costantemente capolino tra i rami delle querce, attendendoci.

First Man non può non richiamare alla mente Apollo 13, pur nella diversità di intenti e risultati artistici. Se non lo avete ancora visto questo è il momento per recuperarlo.