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Il Rasoio: Colombe Sporche nel West

Un rasoio, questo mese, per tagliare una storia vecchia come il mondo, ma che contestualizziamo, per l’occasione, nelle selvagge lande del Far West americano; il quale, si sa, era una terra di uomini: le donne erano poche, isolate, delle vere mosche bianche, e giungevano quasi tutte al seguito di mariti e padri, aggregate alle carovane dei pionieri oppure a cassetta, su traballanti carri gettati allo sbaraglio nell’immensità della pianura. Non era una terra per donne, il West; no, non lo era affatto.

Quando i primi bianchi arrivarono sulla Frontiera, in sparuti e piccoli gruppi, o addirittura da soli, per dedicarsi all’attività di trapper, era piuttosto comune che trovassero una donna indiana cui accompagnarsi, spesso anche con la quale sposarsi, ma quando la colonizzazione divenne massiva e assunse i contorni di una vera e propria invasione, questo non fu più possibile. Per comunità turbolente, prive di autorità costituite e composte da giovanotti esuberanti, la presenza di un certo quantitativo di donne, divenne un’esigenza, per evitare che l’irrequietezza superasse il livello di guardia, provocando eccessivi disordini. Il problema venne risolto come si era risolto in altri tempi e in altri luoghi, quando le donne di piacere erano imbrancate al seguito delle compagnie di soldati, soprattutto mercenari, per evitare pericolose derive (stupri e razzie) nei territori “amici”.

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Insomma, insieme ai coloni, nel West, arrivarono molto presto anche gruppi più o meno nutriti di giovani donne, quasi sempre costrette a vendere il proprio corpo. Per molti storici, dunque, la conquista del West passò anche attraverso i letti dei bordelli eretti in fretta e furia nelle boom-towns di Frontiera.

Il Rasoio: chi erano le painted cats del vecchio West?

Per qualcuno, esse furono anche un motivo di sviluppo dei nuclei urbani, dato che le “case di piacere” donavano ogni anno ingenti somme alle comunità cui appartenevano, fondi con i quali si costruivano scuole e ospedali oppure opere pubbliche come le reti fognarie. Accadeva sempre, anche in latitudini assai più vicine al sottoscritto: ne parla il mio conterraneo Fabrizio De Andrè nella sua ballata in dialetto “A dumenega”, citando la soddisfazione del direttore del porto nel vedere la passerella domenicale delle “pubbliche mogli” e nel pensare agli introiti per le opere pubbliche; questo, ahimè, non lo esimeva dall’insultarle insieme a tutti gli altri cittadini. Infatti, la gente rispettabile di ogni paese nemmeno sotto tortura avrebbe ammesso la vera fonte di un simile “finanziamento”, e anzi osteggiava con tutte le proprie forze una tale “vergogna” (il bordello), che sarebbe stata da cancellare una volta per tutte: ma questa, si sa, è la storia del mondo, non soltanto del West.

Nel film Ombre rosse (1939, regia di John Ford) la prostituta Dallas viene costretta dalla Lega per la Moralità a salire sulla diligenza e a lasciare il paese esattamente come Bocca di Rosa, nell’omonima canzone sempre di Fabrizio De Andrè, è obbligata a prendere il treno e ad abbandonare il borgo ligure di Sant’Ilario, dove aveva preso domicilio. Diverso il luogo, diverso il tempo, identico l’ottuso accanimento. Ottuso e insensato, visto che spesso le donne che svolgono il “mestiere più antico del mondo” non hanno nemmeno avuto il diritto di sceglierselo, ma vi sono state costrette dalla violenza degli uomini o dalla necessità di sopravvivere.

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Quanto affermo è tanto più vero nel West, sconfinata landa dove le donne sole, senza il sostegno di un padre o di un marito, non avevano alcuna alternativa che questa al morire di fame. Molte donne abbandonarono l’Est con la segreta speranza di rifarsi una vita, di avere una seconda opportunità, senza considerare che i mestieri che sapevano svolgere (sarte, modiste, bambinaie, lavandaie, ecc.) non sarebbero stati loro di alcuna utilità; moltissime altre, invece, vi furono attirate con l’inganno da parte di scaltri farabutti dal cuore nero che le adescavano con false promesse di lavoro, come maestre di scuola, soprattutto, oppure di ingaggi come ballerine e attrici, per poi metterle davanti alla misera sorte che avevano preparato per loro: pochissime avevano la forza (e i mezzi economici) per rifiutare sdegnosamente e tornarsene a casa.

Nella serie TV Deadwood, che ha reso celebre Timothy Oliphant, ambientata nel selvaggio omonimo insediamento illegale sorto sulle Black Hills con la scoperta dell’oro, si racconta la storia vera (e ignobile) del brutale Al Swearengen, che attirava giovani e belle ragazze nel suo locale, il “Gem Theatre”, per poi costringerle con la forza a prostituirsi. Alcune furono così fortunate da trovare marito, ma anche questo non era così frequente: di solito si organizzavano matrimoni per corrispondenza tra i giovani scapoli di neonate comunità di Frontiera e altrettanto giovani donne dell’Est che, per diversi motivi, volevano sfuggire alla propria vita, ma, talvolta, anche questi matrimoni erano soltanto delle truffe per ingannare le ragazze, e i “carichi di mogli” scortati verso Ovest finivano nelle mani sbagliate. Oppure, la ragazza poteva scoprire di essersi di gran lunga sbagliata nella scelta del marito, e ritrovarsi così a dover fuggire: una storia simile la racconta il film Sfida nell’Alta Sierra (1962, regia di Sam Peckinpah) nel quale la giovane Elsa, scortata fino a un piccolo campo di minatori per sposarsi, scopre che il marito ha intenzione di usarla come schiava sessuale per sé e i propri fratelli. Prostituirsi poteva anche essere l’ultima risorsa a disposizione di una ex schiava, liberata dalla guerra ma priva di mezzi di sostentamento, per sottrarsi alla fame e alla povertà: di questo parla la storia Adah, numero 46 della serie a fumetti Ken Parker . Ma altri fumetti hanno raccontato la vita di queste anime tormentate, come accaduto in Tex o Deadwood Dick. Quali che fossero le ragioni della “scelta”, molte furono le donne che si prostituirono durante la conquista del West: circa 50.000, tra il 1850 e il 1900, ma un calcolo di questo tipo è davvero velleitario e approssimativo, sebbene, comunque, attesti le dimensioni del fenomeno.

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Il luogo dove svolgevano il loro lavoro variava a seconda del tipo di insediamento. Le città del bestiame, ad esempio, erano oggetto di un continuo via via di cowboy con le tasche zeppe di dollari appena incassati e ansiosi di sfogarsi dopo settimane, o addirittura mesi, passati a sorvegliare sterminate mandrie e a mangiare polvere: erano questi i luoghi dove più numerosa era la presenza di prostitute. Queste ultime, infatti, disponevano di un intero quartiere riservato a loro, naturalmente isolato dalla “parte perbene” della città e da essa separato quasi sempre dalla ferrovia. I binari, come una cesoia, tagliavano in due il paese: da un lato le case dei cittadini rispettabili (l’Upper Side), dall’altro la parte “depravata” (il Lower Side), che a volte aveva nomi pittoreschi come “Isola del Diavolo” (“Devil’s Island”), che si trovava ad Abilene. In generale venivano semplicemente chiamati i “quartieri a luci rosse”, anche se non è del tutto chiara l’origine di questo nome. Molto probabilmente deriva dall’abitudine degli operai della ferrovia di lasciare la propria lampada dal vetro rosso, accesa, fuori dal bordello dove entravano, per segnalare la propria presenza; questo, naturalmente, colorava di molteplici chiazze rosse il buio della notte in queste zone della città. Ma ci sono anche altre teorie; dai riferimenti biblici a Raab, una prostituta di Gerico, al colore delle finestre del saloon “Red Light” di Dodge City.

Donne disperate oltre la Frontiera

Simili quartieri pullulavano anche nei campi auriferi, ma avevano un aspetto assai più desolato e squallido, adeguato a quello dell’insediamento dov’erano nati: in genere, erano composti da semplici tende o tutt’al più da improvvisate baracche di legno. Senza contare i gruppi di prostitute che seguivano gli operai della ferrovia mentre allestivano i binari, comunità zingare e turbolente definite “Hells on wheels”, ovvero “Inferni sulle ruote”. Le più “fortunate” lavoravano all’interno di raffinate e lussuose “case di piacere” nelle città più eleganti del West, arredate finemente, dotate di ottimo cibo e costosi liquori, e frequentate da uomini facoltosi, ricchi baroni del bestiame e politici; ma anche le ragazze dovevano essere in linea con il resto, dunque potevano accedervi soltanto le ragazze più belle, colte ed eleganti. Queste ultime guadagnavano una media di una ventina di dollari al giorno, ma le più apprezzate arrivavano anche a cento.

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Le “case di piacere” erano gestite con pugno di ferro da una “madam”, ovvero una ex-prostituta arricchitasi a sufficienza da mettersi in proprio. Questo era il sogno di quasi tutte le donne che finivano a fare “il mestiere”, ma ben poche vi riuscivano. Le “madam” potevano anche aprire semplici bordelli, meno lussuosi ma altrettanto remunerativi, nei quali accedeva ogni genere di clientela, dunque anche cowboy, minatori e operai, esclusi dalle “case di piacere”; talvolta, per invogliare i clienti, venivano anche distribuiti dei timbri “good for one” (letteralmente: “vale una consumazione”). I più diffusi in assoluto erano però i saloon e le sale da ballo, presenti praticamente in ogni agglomerato urbano del West, anche il più sperduto. Si trattava di luoghi non deputati principalmente alla prostituzione, ma alla convivialità e al consumo di alcolici, oltre che al gioco d’azzardo; erano perciò affollati di uomini: le conseguenze non sono difficili da trarre.

Nei saloon, poiché le ragazze dovevano anche invogliare gli uomini a bere, spesso venivano pagate in base alle consumazioni. C’erano poi le “culle”, luride baracche arredate soltanto con una branda, noleggiate alle ragazze per venticinque dollari la settimana, spesso sotto il controllo di un “protettore”. Le donne che vi lavoravano erano quelle rifiutate dai saloon (per esempio a causa del loro aspetto o della loro razza: cinesi, nere e indiane non avevano infatti accesso ai locali), oppure ormai troppo vecchie per restarvi; quasi sempre abbruttite dall’uso smodato di alcolici o droghe, queste donne attiravano i clienti restando seminude alla finestra della loro baracca. Il prezzo variava dai venticinque centesimi al dollaro e mezzo. Quando poi la vecchiaia o la devastazione fisica superavano i livelli di guardia, le donne erano costrette a prostituirsi per strada, su una coperta stesa in un vicolo, nel fango e nella polvere; il loro prezzo era qualche centesimo o un bicchiere di liquore.

Poichè era questo il destino finale di tutte le prostitute che non riuscivano a farsi sposare oppure a diventare abbastanza ricche da mettersi in proprio o riscattare il proprio destino, è facilmente spiegabile l’altissimo tasso di suicidi tra queste donne, che avvenivano quasi sempre tramite l’ingestione di veleni, come l’acido prussico, o di massicce dosi di laudano. Allo stesso modo è comprensibile perché alcol e droghe fossero così diffuse: per stordire le menti di queste sventurate, che volevano dimenticarsi il perché erano finite a fare quella vita. Poichè negli insediamenti militari la prostituzione era stata vietata (con una legge del 1878), il mestiere era svolto dalle lavandaie, ragazze nubili e giovani che accettavano di occuparsi delle divise dei soldati e, dietro la corresponsione di un extra, anche di chi stava dentro la divisa; si abbandonavano perciò le mura del forte per ripararsi nell’intimità di baracche poco distanti, chiamate “hogh ranch”, ovvero “ranch dei porci”, dove l’immoralità consumata veniva mascherata dietro la rispettabilità di un allevamento di maiali.

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Le donne della Frontiera venivano solitamente trattate con un ceto rude rispetto dagli uomini; ma le prostitute non venivano incluse nell’elenco. Biasimate pubblicamente, detestate e vilipese, venivano spesso aggredite: dovevano perciò essere sempre in grado di difendersi. Per questo motivo giravano sempre nascondendo tra trini e pizzi, nelle giarrettiere o nei bustini, una Deringer (piccola pistola monocolpo), del tutto imprecisa sulla distanza e di calibro assai ridotto, ma letale se usata da brevissime distanze; e le prostitute non avevano certo bisogno di scuse per tenersi vicine gli uomini. Una certa Mattie Silks, si era fatta cucire due tasche interne nascoste nel sontuoso abito che aveva ordinato alla propri sarta di copiare da quello di Maria de Medici in un ritratto di Rubens : una era per i soldi, l’altra per la Deringer.

In ogni caso, amara era la vita di queste “fallen women” (donne cadute), “painted cats” (gatte dipinte”), “girls of the night” (ragazze della notte) “nymphes du preire” (ninfe della prateria) come venivano soprannominate le prostitute quando non ci si rivolgeva loro con termini più diretti e volgari. Io, dal canto mio, preferisco pensare al loro destino, un volo spezzato dalla brutalità della vita, come a quello di “soiled doves”, “colombe sporche”, insudiciate dallo squallore del mondo.