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John Wick 3 – Parabellum: estasi per i veri fan dell’action

John Wick 3 – Parabellum è arrivato nelle sale, e il messaggio è forte e chiaro: “bigger and better”, secondo un modo di concepire il cinema quasi artigianale, che non può che richiamare alla memoria i grandi film (rigorosamente di serie B) di Van Damme e compagni.

Ma questo non è Mercenari – The Expendables. Questo non è un tributo agli uomini del cinema d’azione, o a chi per loro, quanto invece un bellissimo omaggio al genere in sé, dalle sue declinazioni storiche ai più recenti ammodernamenti attuati dalle pellicole di stampo coreano. John Wick 3 è una tappa fondamentale di un viaggio, dunque, che per questo richiede un veloce passo indietro. 

Quando fu annunciato il primo John Wick, molti credettero che fosse il tempo per Keanu Reeves di farsi da parte. L’attore era reduce del suo primo film come regista (Man of Tai Chi), e di quel flop catastrofico che era stato 47 Ronin. Un film che, per altro, Reeves non ha mai rinnegato, e che forse verrà ricordato negli annali come uno dei più grandi sprechi di ottimi attori orientali della storia del cinema.

Keanu Reeves stars as 'John Wick' in JOHN WICK: CHAPTER 3 - PARABELLUM.
Foto generiche

John Wick, in quest’ottica, con regia e sceneggiatura ad opera di una coppia di ex-stuntman, al loro esordio dietro la macchina da presa, aveva chiaramente l’aspetto di un nuovo passo falso. Di un progettino low budget a cui l’attore aveva partecipato evidentemente alla deriva di qualche buon contratto. La storia, del resto, non sembrava promettente, e si basava tutta sul tema della vendetta, perpetrata da un Keanu Reeves dall’aspetto quanto mai stanco ed emaciato, e tutta basata sulla morte di un cane.

Un tema così strano, per certi versi surreale, da divenire ben presto un meme dentro e fuori la pellicola, perché raccontata così è ovvio che la sensazione fosse quella dell’ennesimo flop. Per fortuna non fu così, ed anzi il primo John Wick si presentò come un qualcosa di bellissimo e potente, praticamente una dichiarazione d’amore al cinema d’azione di stampo orientale, con reminiscenze da revenge movie sulla falsariga di Taken ovvero: “come far rinascere un attore già avanti con gli anni, e consacrarlo ad icona del cinema d’azione”.

La differenza tra il Taken di Neeson e il Wick di Reeves è che, probabilmente, questo è il film a cui l’attore non è arrivato per fortuna, ma a cui ha ambito dopo anni ed anni di cinema dalla “matrice” squisitamente orientaleggiante, come per altro proprio il suo film, Man of Tai Chi, aveva chiaramente dimostrato.

John Wick non è semplicemente cinema action, è un tributo al cinema action sotto ogni aspetto. Dalla messa in scena alle coreografie, sino ai movimenti di camera, che non si limitano a scimmiottare lo stile ed il gusto delle macchine da presa orientali, ma che indugiano sull’azione con un gusto quasi sadico, tendendola sempre e comunque al centro della scena. I corpi, ed i loro movimenti, i loro impatti, la loro posizione nello spazio sono il fulcro del cinema del Sig. Wick, che perpetra il gusto della violenza con la dedizione che può essere propria solo di chi il cinema d’azione lo ha masticato fin dalle origini, com’è il caso del duo Chad Stahelski e Derek Kolstad, stunt man marziali, e non solo, di una marea di pellicole di genere.

E così se il primo film era un tributo asciutto, ma funzionale, ad una visione del cinema action, che andava a ripescare quelle che erano le innovazioni visive della scuola orientale e, soprattutto, coreana, così John Wick 2 era stato un ulteriore passo in avanti. Una raffinazione di quell’idea, sotto cui si erano cominciati a mettere in piedi i primi elementi di un world building che, nel precedente lavoro, era presente per mezzo della sola “idea” data dall’hotel Continental e dalle sue regole.

John Wick 2, infatti, oltre all’azione, aveva aggiunto al tutto un bel po’ di contesto, partendo proprio dall’ingresso in scena del villain del film, il Santino di Riccardo Scamarcio, che portando in casa di Wick una moneta rappresentante un pegno, un debito, aveva cominciato a delineare le regole di un mondo surreale ma rigido.

Un mondo in cui due persone possono spararsi nel bel mezzo della metropolitana di New York senza che qualcuno batta ciglio. Un mondo in cui tutti si devono piegare al volere della “Gran Tavola”, attorno cui siedono i capi dei principali rami criminali del mondo.

Ecco allora che avveniva la gradevole, e doverosa, transizione di John Wick verso una premessa semplice – quella del primo film – ad uno scenario più complesso, sfaccettato, forse non per tutti digeribile, ma comunque molto gradevole. Questo, senza ovviamente lasciare da parte l’azione, la cui escalation è proseguita incessantemente minuto dopo minuto, diventando di volta in volta sempre più esagerata e galvanizzante erede, ancora una volta, del grande insegnamento del cinema di genere orientale, The Raid su tutti.

John Wick 3: Parabellum

E così siamo arrivati a John Wick 3, ed in tal senso il film è semplicemente esplosivo. Per darvi un’idea, siamo dalle parti di altre due serie di genere decisamente sopraffine: Fast & Furious, ormai tamarrissima declinazione dell’action movie a base di automobili e testosterone, e Mission: Impossible, che del trittico è forse quello che più ci tiene a strutturare una trama coesa e credibile, ma che pure si abbandona ad un certo gusto per l’azione, pur chiaro che il feticcio di Cruise non siano i pugni in sé, ma gli stunt che costituiscono l’epopea spionistica del suo Ethan Hunt.

John Wick, dei 3, è forse il più raffinato e, paradossalmente, quello meno interessato a raccontare qualcosa di sensato e questo, diciamolo, persino a scapito della serie Fast & Furioius. Il world building, la “lore”, il contesto narrativo sono un collante per le risse sfrenate, per i combattimenti all’arma bianca, un tributo al culto di “baba yaga”.

Il risultato narrativo è gradevole, indubbiamente, ma la verità è che la vicenda in sé non ha molto senso, ed anzi forse qualcuno potrà persino ritrovarsi un po’ deluso dalla sua messa in piedi che, a conti fatti, sembrerà un lungo e (poco) profittevole giro su sé stessi fatto di tradimenti, redenzioni, nuovi tradimenti, e nuove redenzioni. Qui ci fermiamo per evitare ogni spoiler, ma la sostanza è che se c’è un merito narrativo di John Wick 3 oltre, ovviamente, a quello di aprire la strada ad un quarto episodio, è per la raffinazione del “mondo di gioco”, più che l’effettiva qualità dello script.

Chi ha amato il substrato dei precedenti episodi, fatto di assassini che vivono un mondo parallelo, fatto di regole di stampo antico, e circondato da un’aura quasi mistico-religiosa che eleva le poche figure di potere a personaggi invisibili e quasi mitici (e non a caso, in questo terzo capitolo, si arriverà ad uno di essi per mezzo di un pellegrinaggio dal sapore biblico), allora non avrà particolari problemi. Tutti gli altri, invece, potrebbero trovare la trama di John Wick 3 prevedibile, sciatta, e forse neanche così sensata.

John Wick 3: Parabellum

Tutti gli altri ci passeranno sopra, forse, senza troppi problemi, perché John Wick 3 è azione e di questa vive e muore senza volersi troppo prendere sul serio. Azione pure che cerca vari e vaghi pretesti per esplodere con prepotenza, tanto che i suoi partecipanti si prestano spesso ad una divertente consapevolezza. Come se sapessero di vivere situazioni al limite del paradosso, offrendoci per altro siparietti brevi ma divertiti, che come le arcinote battute sulla vendetta relativa il cane di Wick, si prestano alla serie con un tono divertito e mai fastidioso.

Il resto è sviluppato sulla falsariga di un titolo arcade (e non a caso un videogame puramente action, come lo Straglehold con protagonista Chow Yun Fat, è l’ideale per capire come funzioni il film). John Wick percorre livelli di gioco in cui gli eventi hanno un sapore rocambolesco, ed in cui le soluzioni dei combattimenti, e delle inquadrature, non servono ad altro che a mandare lo spettatore nel paradiso della violenza. Pura estasi di proiettili, pugni e coltelli lanciati con precisione chirurgica, in cui si incastrano alcune delle trovate più galvanizzanti mai offerte dal cinema di genere negli ultimi anni, tra combattimenti a cavallo nel mezzo di New York e scontri in coppia con una Halle Berry mai così granitica e potente, aiutata per altro da due pastori tedeschi, anch’essi al servizio dello scontro, con un risultato a dir poco esagerato. Ed è un complimento.

Il film si ferma solo occasionalmente, per riprendere fiato, dare maggior spessore a quel mondo di regole e contratti che, dal secondo episodio, ha cominciato a presentarsi allo spettatore, ma poi mette di nuovo tutto da parte (quasi frettolosamente) per concentrarsi sul prossimo scontro, sul prossimo stage, sul prossimo livello da affrontare.

È la sensazione che avevamo avuto per John Wick 2 (soprattutto contestualizzata al finale della seconda pellicola), e che in John Wick 3 esplode all’ennesima potenza. Un tripudio di sangue, con un Keanu Reeves che, pur non potendo contare sull’agilità fisica di qualunque altro attore maschile a schermo (praticamente tutti recitati da veri e propri Maestri del cinema marziale), riesce comunque a non sfigurare.

Meno impacciato che mai, ma ancora elegante e compassato nel suo completo nero a prova di proiettile. Come a dire che lui, per questo ruolo, ci è nato non solo con la camicia, ma con tutta la cravatta e completo annesso. Sublime, spettacolare, sicuramente non per tutti, ma comunque bellissimo.

Se siete amanti del cinema action, allora non potete non dare un’occhiata a questi classici di genere di stampo orientale. Si parte con il bellissimo Hard Boiled di John Woo, per passare al già citato The Raid (e sequel), sino all’ottimo Ong-Bak.