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Kobe e la compagnia degli anelli: l'altra faccia del mito di Kobe Bryant

Kobe e la compagnia degli anelli ripercorre con passione e lucida analisi uno dei capitoli più emozionanti della storia recente dell'NBA

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Avatar di Manuel Enrico

a cura di Manuel Enrico

@Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 12/06/2021 alle 11:00

In sintesi

Kobe e la compagnia degli anelli ripercorre con passione e lucida analisi uno dei capitoli più emozionanti della storia recente dell'NBA

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  • Pro
    • - Ricostruzione avvincente dei Lakers di Bryant
    • - Onestà nel descrivere anche le ombre dei miti
    • - Grande lavoro di ricerca
    • - Scrittura agile e divertente
  • Contro
    • - Alcuni passaggi sono molto tecnici
    • - Poco adatto a chi non ha familiarità con il basket

Il verdetto di Tom's Hardware

Kobe e la compagnia degli anelli è una straordinaria fotografia di un momento incredibile della storia recente dell'Nba. Focalizzandosi sui Lakers guidati da Bryant e O'Neal, Pearlman offre una visione divertente e sincera della nascita di uno dei miti del basket moderno, non limitandosi ad osannare l'atleta ma descrivendo anche l'uomo.

Informazioni sul prodotto

Di cosa sono fatte le leggende? Che si tratti dell’epica classica o della storia moderna, è sempre il senso di assistere a qualcosa di fuori dell’ordinario, di inumano. Nello sport questa sensazione si accompagna spesso ad atleti capaci di trascendere il limite fisico umano, strappando il fiato agli spettatori che li osservano estasiati, increduli. Se nel nostro Paese questa venerazione si manifesta spesso in ambito calcistico, oltreoceano questa aura di religiosa venerazione aleggia sul linoleum del rettangolo del basket, dove eroi indimenticabili si sfidano tra schiacciate, passaggi impossibili e tiri capaci di decidere il destino di una stagione. Un terreno di scontro per leggende, che viene descritto alla perfezione da Jeff Pearlman in Kobe e la compagnia degli anelli, volume dedicato a uno dei grandi nomi del basket moderno.

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Il nome di Kobe Bryant non è patrimonio solamente degli appassionati di basket. Il suo incredibile talento, la sua mentalità quasi maniacale nel divenire l’incarnazione stessa del giocatore perfetto, lo hanno reso un idolo, un simbolo. La Mamba Mentality è divenuta uno stile di vita, una filosofia, ma come spesso accade, dietro la leggenda si nasconde un uomo, con tutte le sue fragilità e le sue ombre. La scomparsa, tragica e improvvisa, di Bryant nel gennaio 2020 ha sconvolto tutti, ci ha privati di una figura epica del basket, ma per amor di verità Jeff Pearlman nel suo Kobe e la compagnia degli anelli non si lascia guidare da un senso di mitologica riverenza, ma racconta la verità della vita di Bryant in quella fucina di talenti che furono i Los Angeles Lakers di fine anni ’90.

Kobe e la compagnia degli anelli: la storia dell'uomo che divenne campione

Erano anni di rivoluzione per il basket americano, il ciclo storico dei Chicago Bulls di Jordan, Pippen, Rodman e Phil Jackson stava arrivando al termine, con quella Last Dance che è divenuta una pagina di epica dello sport, raccontata anche in un documentario di Netflix. Finito un ciclo, si dice, se ne apre un altro, e in molti guardavano sulla costa pacifica, dall’altra parte degli States, dove i Lakers avevano deciso di ricostruire una squadra non proprio ideale, puntando su giovani promesse. Kobe Bryant, all’epoca, non era considerato un dio del basket come lo ricordiamo oggi, al suo fianco erano presenti figure che avevano raggiunto molto più rapidamente il cuore del pubblico.

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Uno su tutti, il gigante buon Shaquille O’Neal, capace di passare dal linoleum del campo di gioco al cinema, dove non riusciva ad avere la stessa fortuna. Jeff Pearlman non si limita a focalizzare la propria attenzione su Bryant, ma giustamente contestualizza la sua crescita, umana e professionale, all’interno di una delle squadre più note della NBA. Parliamo sempre di una casacca indossata da un altro nome da Olimpo dello sport, Magic Johnson, atleta ritiratosi per motivi di salute, tornato nuovamente in campo ma incapace di toccare nuovamente i fasti della sua prima vita sportiva. Come mai parlare anche di chi ha preceduto Bryant? Perché se non si conosce il percorso della squadra che accolse l’irrequieto diciasettenne non si può comprendere l’ambiente in cui si formò.

Jeff Pearlman non ha inteso il suo Kobe e la compagnia degli anelli come un monologo sulla figura di Bryant. Chiaramente, il mito del cestista attira la curiosità dei lettori, complice la tendenza di Bryant ad avere sempre catalizzato l’attenzione, utilizzando mezzi spesso poco graditi ai compagni e che si rivelarono anche armi a doppio taglio. Pearlman è rispettoso della memoria di Bryant, ma lo è altrettanto nei confronti del lettore, offrendo una serie di testimonianze dirette della crescita del leggendario cestista nei Lakers. Non ne esce un ritratto completamente positivo, come tutti i grandi campioni animati da un’ossessione, anche Bryant viveva in modo personale il suo rapporto con il basket.

Se Jordan viveva tutto in modo personale, come è solito ripetere in The Last Dance, Kobe Bryant era mosso da un’eccessiva sicurezza, dalla convinzione di esser sempre meglio degli altri, anche quando, a conti fatti, la verità era tutt’altra. Pearlman in Kobe e la compagnia degli anelli non si lancia in giudizi avventati o critiche spietate, ma vuole offrire al lettore un ritratto sincero di Kobe, Shaq e degli altri nomi che resero grandi i Lakers. Per farlo, lo scrittore si affida a esperienze personali e alla ricerca di dichiarazioni del periodo, andando a spulciare anche di giornali minori o intervistando persone direttamente coinvolte. Che non lesinano certe battute aspre o elogi altisonanti, una varietà di visioni che lascia al lettore tutti gli strumenti per maturare una propria opinione.

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Pearlman, dal suo, si limita a creare un percorso ideale per rivivere questa epopea. Una scrittura agile, divertente, che sa come avvincere non solo l’appassionato di basket, ma anche il lettore occasionale, alternando momenti descrittivi intensi, indagando anche nel dietro le quinte, ad altri in cui analizza con attenzione e sensibilità l’animo dei giocatori e il loro background. Nelle pagine di Kobe e la compagnia degli anelli non traspare solo l’ammirazione per una figura chiave del basket degli ultimi decenni, entrato in un pantheon che condivide con giocatori del calibro di Jabbar, Johnson, Bird, Jordan, ma anche una sincera passione per il basket, per tutto ciò che ruota intorno a questo mondo.

Un pezzo di grande storia dell'NBA

Con la stessa vivacità, Pearlman racconta le azioni vincenti di una partita e gli scherzi da caserma di O’Neal, conferisce uguale compostezza alle delusioni dei giocatori scartati e all’ostinazione di Bryant nell’allenarsi oltre ogni limite. Non ci sono sconti per nessuno, non si evitano nemmeno i capitoli legali bui dei giocatori, tutto viene preso e analizzato, per dare al lettore un ritratto quanto più veritiero possibile di questi atleti.

Kobe e la compagnia degli anelli è, essenzialmente, una lettura rivolta a chi di basket ha una discreta conoscenza. Ideale per chi quel mondo lo ha vissuto in televisione, chi è cresciuto con il mito della NBA e ha una certa familiarità con certi aspetti tecnici del gioco e con la struttura sociale americana. Sprovvisti di queste chiavi di lettura, il libro di Pearlman può risultare complicato in alcuni passaggi in cui viene richiesta questa conoscenza specifica, spezzando il ritmo di una lettura altrimenti dinamica e appassionante. L’intento di Pearlman era di realizzare il ritratto di una squadra leggendaria e dei suoi uomini di punta, una volontà che trova piena forma in Kobe e la compagnia degli anelli, lettura immancabile per tutti gli appassionati di basket.

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