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La Bambola Assassina – recensione di un reboot riuscito

Torna Chucky sul grande schermo. Vediamo se la bambola assassina più famosa del mondo ha saputo mantenere il suo storico appeal in questo nuovo reboot della serie.

Torna Chucky sul grande schermo. La bambola assassina più famosa del mondo cinematografico impugna nuovamente il suo coltello ma senza spiriti demoniaci o possessioni a fare da contorno ma con un occhio di riguardo ai giocattoli del nuovo millennio! Ormai sappiamo come funziona. Sappiamo bene che ad Hollywood sono fermamente convinti che rimaneggiare saghe storiche con sequel fuori tempo massimo o reboot attiri più pubblico in sala. Non sempre è così in realtà, basti pensare al Ghostbusters di Paul Feig o al recente Men in Black- International, non ancora uscito da noi ma che sta deludendo le aspettative di pubblico e critica oltreoceano.

Tuttavia l’industria cinematografica non smette di puntare sull’effetto nostalgia e nelle ultime ore, in anteprima mondiale, grazie alla Midnight Factory di Koch Media, è approdato nelle nostre sale La Bambola Assassina. Esatto, il reboot della celebre saga ideata nel 1988 da Don Mancini, che si è occupato della sceneggiatura di tutti e sette i film prima di questo, dirigendone anche tre, ovvero Il Figlio di ChuckyLa maledizione di Chucky Il Culto di Chucky. Questo reboot, in occasione del cui lancio abbiamo recensito il particolare press kit esclusivo in un precedente articolo, è il primo film della saga a non essere stato scritto da Mancini, eppure riesce comunque a raggiungere il suo obbiettivo.

Diverso ma non troppo

Mancini non ha perso totalmente la libertà sulla saga: gli è permesso fare quello che vuole con il suo personaggio, ma essendo i diritti di sfruttamento in mano a Metro Goldwyn-Mayer non ha potuto evitare che i produttori del recente IT diretto da Andy Muschietti lavorassero con lui a questo rilancio del franchise, estromettendolo quindi dal processo creativo. Lo stesso Mancini si è detto ferito durante un’intervista, dal momento che da oltre dieci anni lui e Brad Dourif (il Grima Vermilinguo della saga cinematografica de Il Signore degli Anelli e voce ufficiale di Chucky fino a Il Culto di Chucky) stavano pensando a un film che fungesse da nuovo starting point per un pubblico novizio.

La pellicola avrebbe dovuto essere molto più seria delle precedenti, ma dopo l’annuncio del nuovo film Mancini si è concentrato sulla serie televisiva dedicata al personaggio, che dovrebbe proseguire la storia da lui articolata in queste tre decadi.

Il reboot, che per scelta della produzione ha mantenuto lo stesso titolo dell’originale diretto nel 1988 da Tom Holland, regista omonimo dell’attuale interprete di Spider-Man nel Marvel Cinematic Universe, cambia totalmente le origini di Chucky, la bambola malefica del titolo. Chi conosce bene la saga sa perfettamente che fino ad oggi Chucky è sempre stato un pupazzo della linea fittizia Good Guy posseduto dallo spirito maligno di Charles Lee Ray, che nella sua forma umana manteneva l’aspetto di Dourif, trasferitosi nel giocattolo grazie ad un rito Voodoo da lui stesso praticato poco prima della sua morte violenta.

Lo sceneggiatore Tyler Burton Smith e il regista Lars Klevberg, che aveva già diretto l’horror Polaroid, uscito in Italia appena un paio di settimane fa, ci offrono invece una variante azzeccata e interessante: Chucky è qui un pupazzo della linea Buddi, dotato di una sofisticata intelligenza artificiale, in grado di controllare – collegandovisi – l’app della Kaslan, immaginaria azienda leader nel settore informatico e caricata sulla maggior parte dei dispositivi digitali in circolazione nel presente alternativo in cui il film si ambienta.

Anche l’aspetto della bambola è leggermente cambiato ed è stato reso più inquietante, il che rende la premessa ancora più assurda, dato che realisticamente parlando nessuno smanierebbe per avere in casa un pupazzo tanto disturbante. Ma è esattamente quello che ci si aspetterebbe da un film di questa saga.

I film scritti da Mancini erano slasher tipicamente anni ’80 ’90, che non si prendevano sul serio e si basavano su trame semplici ma messe in scena in modo brillante,caratterizzati da una violenza estrema ne quasi cartoonesca, molto più gore che splatter. Più uno spargimento di sangue che di budella, insomma, anche se quelle non mancavano di tanto in tanto. Soprattutto, erano film molto divertenti, che hanno saputo conquistare sempre più pubblico, diventando dei piccoli cult di genere.

La formula che viene proposta nel nuovo film è rivitalizzata, con tanto di cast composto da attori minori, come la splendida Aubrey Plaza nel ruolo della madre più stupida della storia, o Gabriel Bateman, che interpreta Andy, il vero protagonista della storia, un ragazzino che si ritrova a fare e dire cose spesso ai limiti del tollerabile, per rispettare gli stereotipi del filone che vengono però spesso sovvertiti a sorpresa. A dimostrazione che c’è la ricercatezza di uno specifico modo di scrivere una storia, tipico dei B-Movie di più di vent’anni fa.

Se pensiamo ai reboot di saghe come Nightmare venerdì 13 ci sarebbe di che rabbrividire, perché i produttori avevano cercato di privarle della loro ironia, prendendosi troppo sul serio ed è quello che si temeva per questo La bambola Assassina. E’ proprio qui che arriva la sorpresa: Klevberg è riuscito a regalarci un Chucky sì diverso dall’originale sotto molti aspetti, ma mantenendone le caratteristiche principali, tra cui il feroce sadismo omicida e la sua tendenza a giocare con le proprie vittime, ma il film ha quel sapore anni ’90 che non guasta affatto.

Un professionista della follia

A dirla tutta, questo film sembra l’opera di un regista del 1992 che abbia visto per un istante il nostro futuro e abbia poi deciso di ambientarvi un film horror scanzonato, condito con abbondanti cliché, personaggi stupidi e a tratti insulsi e una violenza gratuita e assurda, irreale. Ed è così che dovrebbe essere ogni film con Chucky come antagonista.

Dopo aver estromesso anche Dourif dal film, la produzione si rivolse a Mark Hamill come nuova voce del personaggio, senza sperare troppo che accettasse. Invece, lo storico interprete di Luke Skywalker accettò di buon grado ed è qui che si è completata la formula vincente per un film divertente come non mai, seppur non privo di difetti.

Hamill, infatti, ha alle spalle una lunga e fiorente carriera come voice actor, in cui spicca il suo doppiaggio del Joker sia nella serie animata di Batman creata negli anni ’90 da Paul Dini, che nei videogiochi della saga Batman Arkham. Sfortunatamente nella versione italiana questo importante dettaglio si perde totalmente, nonostante un ottimo doppiaggio, ma potete farvi un’idea su quanto sia riuscito Hamill a rendere Chucky inquietante ascoltando la canzone del pupazzo Buddi.

Il tuo migliore amico

Tutto, nel film, è pensato per essere eccessivo, ridicolo, divertente. Klevberg ha giocato con lo spettatore e la sceneggiatura trasuda passione per i film scritti da Mancini in passato. Di fatto, Tyler Burton Smith è riuscito ad attualizzare completamente il mito di Chucky, scrivendo una storia che riprendesse lo spirito del franchise, ma portandolo ad un livello successivo. Per una volta cambiare le origini di un personaggio a dir poco iconico si è rivelata una scelta vincente, perchè la produzione ha compreso che non serve tradire lo spirito di una saga per rinnovarla, anzi il modo giusto per farlo è inserire elementi che la rendano in parte diversa, ma senza allontanarsi troppo dalle intenzioni che ha sempre avuto.

Sulla carta questo reboot sembrava addirittura meno sensato del solito, se si considera che il film precedente è di appena due anni fa. Non c’era un vero bisogno di una rinfrescata, ma per una volta ci si può dire soddisfatti da un’operazione sì commerciale, ma realizzata con una certa inventiva.

Addirittura troviamo delle citazioni notevoli, a partire dal nome della linea di bambole Buddi, riferimento palese al pupazzo My Buddy, realmente esistito, a cui Mancini si ispirò per la sua creatura. Quello che però non ci si aspetterebbe è di arrivare ad empatizzare con Chucky, anche se accade prima che esploda la sua follia omicida. Se nei film precedenti il personaggio mostrava un sadismo crudele ed era totalmente negativo, per quanto appositamente mitizzato, qui gli è stato dato un lato dolce e delicato, che sembrerebbe entrare in netto contrasto con ciò che Chucky dovrebbe rappresentare.

A conti fatti la cattiveria della bambola maligna rimane, ma nella prima parte la sua parabola viene costruita accuratamente, tanto da renderla quasi una vittima delle circostanze e, a ben pensarci, Chucky non era mai stato tanto approfondito psicologicamente, anche se solo relativamente.

Per il resto non c’è molto da dire: l’unico obiettivo del film è divertire lo spettatore, che sia fan di vecchia data della saga o che non vi si sia mai approcciato prima. Klevberg ha saputo dirigere con maestria la pellicola,inserendo scene notevoli da un punto di vista visivo, rendendo inquietante Chucky grazie anche alla fotografia giocata sui chiaroscuri, che gli cambiano la straordinaria espressività.

 

 

Gli effetti speciali e visivi sono un altro grande pregio del film, che riesce a rendere credibile il grottesco personaggio della bambola, nonostante il suo peculiare aspetto.

Una menzione speciale va sicuramente alla straordinaria colonna sonora, che sottolinea l’ironia del film attualizzando le musiche del primo film, a cui si riferisce in particolare, adattandolo ad un gusto più contemporaneo.

Quel che è certo è che La Bambola Assassina andrebbe visto con la consapevolezza di ciò che rappresenta. Bisogna quantomeno essere preparati alla sua geniale assurdità, o il rischio di credere di starsi trovando di fronte ad un film ai limiti del ridicolo è alta, ma se invece si è consapevoli del suo essere volutamente sopra le righe, omaggiando non solo il franchise in toto ma anche il filone slasher in generale, l’intrattenimento è assicurato.

L’unico vero difetto è una certa discontinuità nella narrazione tra la prima e la seconda parte: nei primi quaranta minuti il ritmo è frammentato, mentre nell’ultima mezz’ora la storia schiaccia sull’acceleratore, forse troppo, rendendo estremamente rapide alcune soluzioni narrative, che rimangono comunque efficaci. A questo si aggiunge anche il fatto che ci sarebbe aspettati un minimo di violenza in più, anche se non manca di certo il sangue. E’ come se avessero voluto edulcorare leggermente il tutto per renderlo più fruibile a un pubblico più giovane, ma è una scelta comprensibile.

 

Per una volta, quindi, possiamo essere grati alla famelica voglia hollywoodiana di rinnovare ciò che forse non aveva bisogno di essere rinnovato. con buona pace del povero Mancini.

 

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