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La cultura pop è la vera distopia di Ready Player One?

Ready Player One, l'ultimo film del maestro Steven Spielberg, è ormai uscito da diversi mesi dalle sale e (giustamente) quasi nessuno ne parla più per fare spazio alle novità cinematografiche estive e future mostrate al San Diego Comic Con conclusosi la scorsa settimana. C'è un aspetto di questa pellicola che continua a rimbombarmi nella testa, che molti sembrano aver trascurato nonostante abbiano compilato listoni per la gioia dei milioni di geek e nerd accorsi in sala: le citazioni – visive e nominali – e i riferimenti alla cultura pop degli ultimi 30 anni.

Veloce riassunto della pellicola, per chi non la conoscesse o abbia già dimenticato la trama: nel 2045 la Terra è allo sbaraglio fra inquinamento incontrollato, catastrofi naturali, carestie e sovrappolazione. L'umanità invece che rimboccarsi le maniche ha preferito rinchiudersi in Oasis, un mondo in realtà virtuale dove il limite è la fantasia dei suoi utenti. Il suo creatore James Halliday, ormai deceduto, è divenuto una leggenda che ha fatto dono a tutti della perfetta fuga da una realtà grigia e senza speranza. Come testamento, l'autore ha indetto una caccia al tesoro all'interno del mondo virtuale, il cui vincitore erediterà le sue quote aziendali e il controllo di Oasis.

tracer e chun li

Fin qui non c'è nulla di realmente nuovo o innovativo per il genere sci-fi o cyberpunk, anzi si può dire che la vicenda del protagonista Wade/Parzival e dei suoi amici sia quanto di più classico l'intrattenimento cinematografico per ragazzi ci abbia insegnato dagli anni '80 ad oggi, affiancandosi al recente fenomeno Stranger Things. L'elemento che ha particolarmente distinto RDP dalla massa di storie simili è stata la presenza massiccia – anzi una colonna portante – di riferimenti, citazioni e omaggi visivi e sonori a tutto ciò che oggi comunemente definiamo "pop": dall'uomo marshmallow di Ghostbusters ai personaggi videoludici di Overwatch o di Street Fighter, o addirittura la DeLorean di Ritorno al Futuro con tanto di jingle musicale annesso. La produzione del film è durata più di tre anni solo per le trattative legali necessarie per utilizzare quella pletora di citazioni, riuscendo in certi momenti a creare il più imponente ed epico crossover della storia. Come l'incontro del secolo fra un Mecha Godzilla, il Gigante di Ferro e il Gundam RX-78, per intenderci.

Il film è una gargantuesca enciclopedia di questo mondo, da far perdere la testa al nerd che si diverte a puntare il dito sullo schermo per esclamare con orgoglio "So da dove viene!", magari di fronte all'ignaro gruppo di amici che si voleva solo godere il film senza che qualcuno gli urlasse nelle orecchie.

Non a caso le critiche maggiori ricevute riguardavano questo aspetto: chi non vive in questo mondo ogni giorno o ci è cresciuto, perde praticamente tre quarti dell'esperienza e sente per 140 minuti una lunga lista di nomi che non sono funzionali con la storia generale, ma solo perché in questo futuro distopico la nerdness si è completamente fusa con il pop. In tale contesto, quello che mi inquieta è che questa cultura sia a un passo dal diventare quella dominante, e che in un futuro, magari simile a quello di RDP, coprirà il ruolo di una dittatura silenziosa. O sei con noi, oppure rimarrai agli estremi della società, come si vedono gli abitanti delle baraccopoli che perdono tutti i propri soldi nella caccia disperata all'easter egg di Halliday. La rivincita dei nerd, insomma.

delorean

C'è una particolare sezione del film, quella della seconda prova, dove i nostri eroi scoprono un intero livello ambientato nel celebre Overlook Hotel di Shining, più precisamente nella versione filmica creata e diretta da Stanley Kubrick. Oltre a una meticolosa e impressionante ricostruzione del set e addirittura dell'atmosfera originale – con tanto di effetto grana pellicola – ad avermi realmente colpito erano i dialoghi fra i protagonisti, che discutevano di quanto Stephen King odiasse l'adattamento e delle differenze fra libro e film, cruciali per risolvere l'enigma. Argomenti che solo gli appassionati del maestro dell'orrore conoscono e ne possono parlare con scioltezza, sono diventati argomento portante di una pellicola blockbuster per il grande pubblico.

Anche la vita stessa del creatore dello spazio virtuale diventa argomento di discussione se non addirittura culto da parte degli utenti di Oasis. Più volte nella storia i nostri si trovano in un enorme museo dove sono conservate ogni traccia, nota e prova video dell'esistenza del personaggio e dove è possibile analizzarla nei particolari. Come è già accaduto nel mondo reale con l'esaltazione della figura di Steve Jobs, anche James Halliday raggiunge lo stato di una leggenda per le sue invenzioni, in questo caso davvero sconvolgenti per l'intera umanità. Mi inquieta vedere la vita di un game designer parecchio introverso e impacciato – così nerd da aver scelto una bara e una cerimonia funebre a tema Star Trek – spiattellata ai quattro venti virtuali e venerata come un nuovo Vangelo da dei fedeli che ti sanno citare le sue conversazioni con i colleghi come fossero nuove parabole.

parzival

Il film ci consegna una morale abbastanza classica e positiva – il classico "Spegni il televisore/computer/console ed esci un po'"- ma la paura che la nostra società possa puntare verso quella situazione resta per me un rischio niente affatto trascurabile. Ready Player One resta un film fantastico e visivamente eccezionale, la prova che Spielberg nonostante l'età sia uno dei migliori registi di sempre, ma col passar del tempo mi pongo qualche interrogativo sulla visione distopica della cultura pop e il ruolo che essa possa giocare nel prossimo futuro.

Basti vedere l'industria cinematografica americana contemporanea, che continua a cannibalizzarsi fra seguiti e reboot dei grandi feticci degli anni '80, quelli che un tempo erano solo delle passioni di ragazzini e che oggi sono franchise da miliardi di dollari che trainano una macchina in crisi d'identità. Ma questi sono solo miei pensieri.


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