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La Sentinella: Recensione del nuovo film Netflix

Quando Liam Neeson indossò per la prima volta i panni di Bryan Mills in Io vi troverò (Taken) era il 2008. Da quel momento, i revenge movies sono divenuti una presenza familiare per gli appassionati di cinema d’azione, che hanno visto il fiorire di un genere che ha dato i natali a personaggi come John Wick o la più recente Ava. All’interno di questa schiera di vendicatori si aggiunge oggi anche Klara, la soldatessa interpretata da Olga Kurylenko in La Sentinella. La nuova produzione Netflix trae origine dall’Operazione Sentinella, un programma delle forza armate francesi che prevede l’impiego di militari altamente addestrati sul territorio patrio, con incarichi di sicurezza e prevenzione di attacchi terroristici. In Francia, questo spiegamento di forza ha preso vita dall’inizio del 2015, come ci viene spiegato nel breve incipit di La Sentinella, rendendo questi militari una presenza costante della quotidianità transalpina. Questa presentazione serve a contestualizzare il ruolo della protagonista, una militare appartenente a questo programma di sicurezza.

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La Sentinella: la guerra non è mai finita

Prima di essere una sentinella, Klara è stata però in prima linea, partecipando ad azioni sul fronte siriano. Durante il suo servizio come interprete, la donna prende parte a una missione finalizzata alla cattura di un ricercato, il cui tragico epilogo la vede sopravvivere a un attentato dinamitardo. Evento traumatico, le cui ovvie conseguenze psicologiche la vedono rimpatriata in Francia, dove viene assegnata al programma Sentinella.

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Al ritorno in patria, Klara riaggancia i rapporti con la madre e la sorella più giovane, Tania. Grazie a loro cerca di superare le conseguenze di quanto vissuto in guerra, accettando anche il suo nuovo incarico, che vive inizialmente come l’ennesima ferita infertale da una vita spietata. A darle supporto è soprattutto, Tania, ancora giovane e animata da un sano entusiasmo, che la spinge a organizzare una serata in discoteca con Klara, nella speranza di farle riassaporare uno sprazzo di normalità. Durante la serata, le due sorelle si dividono, con Tania che segue alcuni giovani amici e Klara che lascia il locale con un’altra donna. Il mattino seguente arriva la notizia che cambia la vita della militare: Tania è stata ricoverata in ospedale, in stato comatoso dopo avere subito una violenza.

Vedere la sorella in questo stato sconvolge definitivamente Klara, che decide di non attendere i tempi della giustizia ‘legale’, ma di mettere al servizio di una vendetta privata il proprio addestramento. Sola, armata solo della propria rabbia, la ragazza inizia un’indagine personale che la porta sino al magnate russo Kadniko, la cui famiglia pare essere direttamente coinvolta nella violenza compiuta ai danni di Tania. Poco importa che Kadniko sia protetto da una nutrita forza di sicurezza, Klara ha un obiettivo preciso e non esiste nulla che possa distoglierla dalla sua missione.

Vendetta e tormento interiore

Il nuovo film Netflix segue tutti i dettami classici del canone dei revenge movies: un personaggio tormentato cerca di crearsi una vita tranquilla, ma viene drammaticamente colpito nel proprio intimo, scatenando un’ira inarrestabile. È una dinamica che, per quanto oramai consolidata, continua a funzionare, a patto che si trovi una storia di supporto funzionale e che metta nella giusta prospettiva la narrazione. Leclercq si lascia ispirare da questo concept, cercando di dare maggior spessore alla propria protagonista, dandole una connotazione attuale e contemporanea, ma nel farlo priva La Sentinella di coesione.

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La prima parte del film è una costruzione intima di Klara, del suo vissuto traumatico e della sua lotta interiore per convivere con una sindrome da stress post-traumatico che la logora. Il racconto dell’evento scatenante del suo trauma, il modo in cui si sente spezzata e la difficoltà con cui torna in un contesto civile dopo l’esperienza in guerra sono il focus  su cui Juelin Leclerq vuole far concentrare lo spettatore. L’occhio della telecamera indugia sui tremori della mano di Klara, la sua angoscia esplode mentre cerca di fermare un uomo violento e la vediamo soffrire di attacchi di panico mentre è in servizio.

L’immagine che ci viene data è quella di una donna traumatizzata, si percepisce la sua traversia emotiva e si prova compassione per lei. Sotto questo aspetto, La Sentinella è coinvolgente, crea la giusta sinergia emotiva tra protagonista e spettatore. Leclerq avrebbe potuto fermarsi qui, realizzare una pellicola che racconti i traumi del ritorno in patria, della difficoltà del rientro nel consesso civile dopo aver assistito alle brutture della linea del fronte e Netflix avrebbe avuto nel proprio palinsesto un buon film.

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L’introduzione della vendetta, invece, sbilancia terribilmente La Sentinella. Improvvisamente, il film prende un’altra strada, perdendo di coesione, dando la sensazione che quanto fino a quel momento costruito in termini di empatia e caratterizzazione del personaggio di Klara appartengano a un altro film. Klara, nonostante una buona prova attoriale della Kurylenko, perde la sua umanità, diventa una macchina da combattimento che si avventura in una dinamica da action movie che stride fortemente con quanto offerto sino a quel momento allo spettatore.

Una brusca sterzata narrativa che non è solamente una forzatura, ma viene anche gestita in modo affrettato. La guerra personale di Klara viene raccontata tramite la contrapposizione a un villain macchiettistico, privo di uno spessore e bersaglio della rabbia di Klara. L’anemica resa del cattivo della storia è segno di una sceneggiatura priva di identità, in cui viene diluita una premessa interessante, condannata a lasciare spazio a una serie di scontri in cui Klara passa da donna traumatizzata a combattente inarrestabile e invincibile. Il fascino di un personaggio umano, commovente nella sua fragilità, si annulla per cedere il passo a un’altra donna, acuendo la sensazione di vedere tutt’altro film.

Un film in cerca di identità

La pecca principale de La Sentinella è la mancanza di un’identità. Nei citati casi di revenge movie, i protagonisti hanno una propria caratura accennata ai fini della storia, ma che non diviene mai l’asse portante della loro caratterizzazione. Julien Leclerq invece sceglie prima di contestualizzare e creare un legame emotivo ammirevole tra protagonista e spettatori, per poi infrangerlo con una seconda parte del film dissonante. La sensazione è che si sia voluto cercare di impreziosire un action movie con una suggestione emotiva forte, sbilanciando la struttura narrativa della storia, il cui maggior difetto rimane un finale sbrigativo, privo di pathos.

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La Sentinella paga quindi il non avere trovato una propria identità, diviso tra i promettenti presupposti di un film emotivo e l’epilogo da action movie. Due anime che hanno mostrato i rispettivi punti di forza ma che non sono riuscite a creare una sintesi funzionale, limitandosi a offrire delle appassionanti scene d’azione che si perdono in un film che si perderà facilmente nel maelstrom di offerte di Netflix.

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