Cinema e Serie TV

Il fenomeno Squid Game: perché servono più prodotti simili

La serie tv coreana Squid Game, firmata da Hwang Dong-hyuk, è arrivata su Netflix ed è immediatamente diventata un fenomeno: ha reso piccoli scorci della cultura sudcoreana popolari sul web, si è fatta apprezzare dall’Occidente per la sua particolarità e ha anche trovato dei detrattori in chi non ritiene oggettivo il successo della serie sudcoreana.

Squid Game

Con un approccio critico, seppur in parte parzialmente soggettivo, vorremmo analizzare Squid Game in quanto serie tv che, nel panorama delle produzioni mondiali, ha saputo farsi strada non solo grazie allo streaming e alle scelte narrative/registiche attuate, ma anche attraverso una buona dose di marketing e condivisione sul web. In conclusione: una vera e propria bomba a orologeria che ha travolto gli spettatori e Netflix facendo registrare numeri esorbitanti.

Squid Game: da un concetto semplice a un prodotto di fama mondiale

Hwang Dong-hyuk scrive e dirige nove episodi con una trama di base estremamente semplice (e a tratti prevedibile) ma potenzialmente efficace: siamo in Corea del Sud e il nostro protagonista è un quarantenne con grandi difficoltà economiche. Non è in grado di badare alla sua anziana mamma, alla figlia e nemmeno a sé stesso. Nella disperazione di perdere le persone che gli stanno più a cuore decide di partecipare ad “un gioco”: deve sopravvivere al fianco di altre 456 persone nella speranza di giungere all’ultima sfida con in palio 45600000000 ₩. Ogni “match” è un gioco da bambini tramutato in una prova mortale, crudele e moralmente scorretta.

Insomma, una base narrativa che ci farebbe pensare ad un titolo action/thriller banale e trascurabile oppure una creazione “caratteristica” sviluppata in un modo tale da poter diventare virale nel suo proporre una prospettiva interessante e, se non unica, molto suggestiva. Il secondo caso è ovviamente quello di Squid Game che è diventato ufficialmente la serie tv più vista del momento, in più di 90 paesi nel mondo.

Squid Game

Squid Game rappresenta una vera e propria boccata d’aria fresca per quanto riguarda i titoli originali proposti dalle principali piattaforme streaming non solo perché Netflix è riuscita a proporre un successo mondiale coreano nell’ambito delle serie TV, dopo quelli già acclamati nel campo cinematografico, ma anche perché ha puntato su un titolo già apprezzato dalle community di appassionati che non fosse il solito teen drama. 

Squid Game

Squid Game infatti non è “toccata e fuga narrativa” né tantomeno è un prodotto pensato con un taglio “internazionale”. Al contrario è radicato in una cultura molto differente da tutte quelle in cui è stato un successo.

La creatività di Squid Game

Un gruppo di persone sommerse dai debiti, la rappresentazione di una società complicata, la vita di persone che sono sull’orlo del lastrico e una stratificazione dei personaggi secondari profondamente interessante: dal punto di vista narrativo e di caratterizzazione Squid Game è tutto questo e anche di più. Non si limita ad accennare le storie di coloro che accompagnano il protagonista, proprio perché ognuno ha il proprio spazio negli episodi: ognuno è degno di nota, merita di essere raccontato.

Squid Game

È una impressione che si ha sin dai primi minuti del primo episodio: nella “lentezza” di cui viene poi tacciata la serie e nei dialoghi lunghi c’è una grande voglia di creare una struttura solida, dove ogni uomo o donna non è un’ornamento ma un capitello fondamentale della storia. Coloro che apprezziamo, che cerchiamo di comprendere o che detestiamo non sono mai una bozza incompleta ma un vero e proprio disegno, convincente per la maggior parte del tempo.

Durante la visione di Squid Game non si dà nulla per scontato e ogni momento è dedicato a farci capire maggiormente le difficoltà o la forza dei personaggi. Pur parlando di un “semplice” gioco per la sopravvivenza, la serie ci mostra i retroscena della disperazione umana quando si sta per perdere tutto quello che si ha. Anche quando quel tutto è rimasto solo un pugno di speranze. È una lotta molto simile ai “giochi della fame” (ovvero alla saga degli Hunger Games) che però porta un tocco della Corea vincente che sta conquistando anche i cuori dell’Occidente: Parasite, Memorie di un assassino o Train to Busan sono solo alcuni di questi esempi.

Squid Game

E se da un punto di vista narrativo la serie cerca di dare un contenuto quantomeno più vivo, interessante e dinamico rispetto alla media, a livello di regia e di fotografia c’è un lavoro ancora più interessante. Tutto è ideato per sconvolgere il pubblico, spiazzarlo secondo dopo secondo non solo a causa dei plot twist ma anche attraverso luoghi surreali e colori stravolgenti.

Indimenticabile il momento del “Un, due, tre stella” in cui abbiamo visto 456 persone catapultate in questa costruzione bambinesca e improvvisamente tanto crudele da distruggere i sogni  (mercenari) di ognuno dei presenti: il sangue sulle mura di cartone, una bambola col volto di bambina a terrorizzare gli adulti. Tutto quello che viene raccontato e soprattutto come viene raccontato da Squid Game poteva veramente rivelarsi un miscuglio di stereotipi e cliché al limite del trash. E invece la serie è un crudele scorcio (o meglio squarcio) sulla fallibilità dell’essere umano e sull’egoismo dei suoi desideri.

Squid Game

Sfide cominciate da chi voleva essere furbo e “ingannare un sistema” che li aveva abbandonati ma che alla fine dei giochi sono costate la vita o l’anima stessa a causa delle azioni commesse. Il tutto in un mondo immerso tra i colori primari: il blu, il rosso, il giallo e occasionalmente anche il verde; un ambiente che osserviamo sempre molto da vicini, in particolare modo in città, oppure da lontano, quasi a testimoniare ciò che le telecamere riprendono e i “poteri forti” osservano compiaciuti.

Speriamo che tutte le piattaforme streaming, ma non solo, decidano di puntare maggiormente su prodotti simili. Opere tra la qualità e il commerciale ma soprattutto personali e fuori dagli schemi.