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Star Trek: Voyager, l’altro lato della galassia

Ripensando a Star Trek, la prima idea che tutti hanno è la forma elegante e familiare delle navi simbolo della saga, le U.S.S. Enterprise. Per molti, non potrebbe esistere una serie di Star Trek senza la famigliare presenza dell’ammiraglia della Flotta Stellare, eppure questo dogma è stato violato in ben tre occasioni: Star Trek: Discovery, Star Trek: Deep Space Nine e Star Trek: Voyager. È quest’ultima, però, la serie che pur non vedendo in scena una delle Enterprise ha saputo appellarsi a uno degli aspetti essenziali della saga con maggior determinazione: l’esplorazione.

USS Voyager microswimmer

Nella prima serie della saga creata da Gene Roddenberry, il senso di esplorazione, il voler arrivare ‘dove nessuno è mai giunto prima’ è una vocazione, che porta l’equipaggio di Kirk a incontrare strani, nuovi mondi e nuove civiltà. D’altronde, siamo un periodo di consolidamento della Federazione, ancora relativamente giovane e animata da quella spinta espansiva che abbiamo visto in Star Trek: Enterprise e Star Trek: Discovery. Con l’avvento di Star Trek: Next Generation, questa curiosità permane ma in modo minore, siamo concentrati maggiormente sul vedere come la Federazione si trovi ad affrontare minacce interne o provenienti da forze nemiche note o destinate a divenire una presenza familiare. Se ripensiamo al primo spin-off di The Next Generation, Star Trek: Deep Space Nine, il solo fatto che si concentri l’azione in una stazione spaziale lascia intendere come l’esplorazione sia un dettaglio del tutto marginale.

L’avvento di Star Trek: Voyager, quinta serie in ordine di uscita di Star Trek, divenne quindi un’occasione per tornare a raccontare storie di esploratori, ma con un’apertura verso una narrazione diversa e dai toni più moderni, capace di portare una rivoluzione in seno alla saga: per la prima volta la poltrona del capitano ospita una donna!

Star Trek: Voyager, in rotta verso nuovi orizzonti

Quando Star Trek: The Next Generation si stava avviando alla sua conclusione, dopo sette stagioni, alla Paramount si decise che non ci si poteva affidare solamente a Star Trek: Deep Space Nine per mantenere l’interesse per la saga. A rendere ancora più necessaria una seconda serie era l’intenzione della major di lanciare un nuovo network televisivo, di cui questo progetto avrebbe dovuto diventare una delle trasmissioni di punta. L’idea dei manager Paramount era di riprovare l’esperimento tentato a fine anni settanta con Star Trek: Phase II, il progetto naufragato e che assunse la forma di Star Trek: The Motion Picture, il primo film al cinema della saga.

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I lavori per la realizzazione di Star Trek: Voyager iniziarono nel 1993, quando si stava ultimando l’ultima stagione di The Next Generation e venivano girati gli episodi della seconda di Deep Space Nine. Una fortunata concomitanza, dato che in questo modo si poterono inserire all’interno delle altre due serie dei dettagli che sarebbero stati sviluppati in seguito proprio da Star Trek: Voyager, come lo sviluppo dei ribelli Maquis. Sin da questi primi passi, alla produzione era chiaro che si dovesse riportare l’esplorazione al centro della serie, abbandonando le atmosfere statiche di Terok Nor ma senza finire nel senso di deja vù di una nuova The Next Generation. Su questo punto, la produzione fu ben chiara con gli sceneggiatori della serie, come ricorda il produttore Rick Berman:

“Quando Voyager prese vita e capimmo che dovevamo ambientare questa nuova serie su un’astronave decidemmo di farlo in un modo che non risultasse una ripetizione di The Next Generation. Quindi decidemmo di inserire a bordo i Maquis, in modo da introdurre un certo contrasto. Potevamo creare una dinamica diversa perché non c’era un contatto frequente con la Flotta e soprattutto avevamo un capitano donna. Queste erano le due differenze principali rispetto alle altre serie, ed erano in un certo senso anche il fulcro di ciò che era Star Trek, sia in termini di azione e passione che in materia di elementi provocatori che da sempre Star Trek ha presentato al proprio pubblico”

L’idea iniziale per Star Trek: Voyager, dunque, era un’esplorazione che non fosse solo da vivere in termini di spazio ignoto, ma anche di nuove frontiere sociali e temi non affrontati prima. Nel DNA della saga, questi elementi, in differenti modalità, erano sempre stati considerati e inseriti nella narrazione, ma con Star Trek: Voyager si voleva tentare un qualcosa di ancora più particolare, andando a scavare anche con maggior attenzione nell’animo dei protagonisti.

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All’interno di Star Trek era già emersa una tendenza, ossia che i personaggi trovassero con maggior facilità la voglia di mostrare realmente il proprio animo quando venivano separati dalle proprie sicurezze, come spiegò Michael Piller:

“Ci ricordavamo degli episodi, parecchi episodi anzi, dove Q appariva e spediva una nave o un membro dell’equipaggio in un angolo sconosciuto dell’universo. In quei casi, dovevamo capire perché si trovavano proprio in quel luogo, come sarebbero tornati indietro, e in alla fine, entro il termine dell’episodio, dovevano tornare tutti a casa. Ma noi iniziamo a ragionare su cosa sarebbe accaduto se i nostri protagonisti non fossero tornati a casa. Questo ci stimolò moltissimo, dovete capire che io, Rick e Jeri non eravamo interessati semplicemente a raccontare di un gruppo di persone su un’astronave mandati a esplorare l’universo. Volevamo portare un qualcosa di differente nell’universo di Roddenberry, e i fan sarebbero stati i primi a criticarci se non avessimo offerto loro qualcosa di diverso. Ma nei primi momenti dello sviluppo di Voyager, tutta questa novità fu una vera sfida”

Dopo sette anni di The Next Generation e due stagioni di Deep Space Nine, in effetti, proporre qualcosa di diverso era un’esigenza. Se l’Enterprise di Picard era stato teatro di avventure che avevano mostrato in particolare un’esplorazione interiore della Federazione e delle sue convinzioni, Deep Space Nine aveva scelto di valutare spunti narrativi come la fede e drammi interiori, quali l’impatto della guerra e i traumi che ne derivano. Alla nuova serie, quindi, era richiesto di mantenere questo processo di rinnovamento narrativo, e tre sceneggiatori erano consci di come il successo della serie si giocasse proprio su questo aspetto. Jeri Taylor, parte del triumvirato alla guida di Star Trek: Voyager, non nascose questa necessità:

“Sentivamo l’esigenza di creare una strada per uno storytelling differente e nuovo, eravamo costretti a creare un nuovo universo, dovevamo dar vita a nuovi alieni, presentare situazioni mai viste. Sapevamo che stavamo correndo dei rischi, ma decidemmo ugualmente, con un certo calcolo, di tagliare i legami con tutto ciò che era familiare, anche se era una mossa davvero pericolosa. Non c’era più l’ammiragliato a dirci cosa potevamo o non potevamo fare, non c’erano più Romulani, Klingon, Ferengi o Cardassiani. Tutta quella schiera di stupendi villain con cui il pubblico aveva familiarità, arrivando ad amarli o odiarli, non ci sarebbero più stati. Era una cosa davvero rischiosa da fare”

Ma rinnovare la percezione dello spazio in cui si sarebbero svolte le avventure di Star Trek: Voyager non era l’unica mossa necessaria. Per dare una nuova connotazione alla serie, si doveva rischiare, si doveva cambiare un’altra componente essenziale della serie: servivano nuovi personaggi.

Dar vita a un nuovo equipaggio

Parlando di nuovi personaggi, non si deve intendere ufficiali con nomi diversi, ma una differenza sostanziale, a livello emotivo e di carattere. Spingendo la Voyager verso spazi inesplorati sarebbero arrivate situazioni estreme che avrebbero costretto i personaggi a mostrare la loro tempra, in modi mai visti prima in una serie di Star Trek. Motivo che spinse gli sceneggiatori a lavorare con particolare attenzione alla caratterizzazione dei protagonisti, con un processo creativo che Jeri Taylor spiegò bene:

“Impiegammo molto, molto tempo, ci mettemmo intere settimane, persino per arrivare a una bozza di cast di personaggi, perché scoprimmo che erano già stati creati dei personaggi incredibili e non volevamo creare delle copie. A volte, avevamo un’idra e poi iniziavamo a dirci ‘No, assomiglia troppo a Data’, o ‘Sembra troppo Odo’ o ‘Non ti pare che sia Worf?’. Quindi per cercare di trovare il giusto bilanciamento tra personaggi, genere e specie aliene impiegammo davvero molto tempo”

Tempo impiegato in modo intelligente, considerato che Star Trek: Voyager, alla fine, presentò un equipaggio in cui per la prima volta nella storia della saga si raggiunge una quasi parità di genere tra gli ufficiali di plancia, con il plus di mostrare per la prima volta un capitano donna come protagonista. In Star Trek: The Next Generation avevamo già visto una donna sedere sulla poltrona centrale della plancia, quando nell’episodio L’Enterprise del passato facemmo la conoscenza di Rachel Garrett, comandante della U.S.S. Enterprise-C, ammiraglia della Flotta Stellare coinvolta in uno dei momenti focali della storia di Star Trek, la Battaglia di Narenda III.

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Ma un conto è un episodio, un altro un’intera serie di ben sette stagioni. La scelta di avere un capitano donna non fu immediata, visto che la prima idea per questo ruolo fu l’attore britannico Nigel Havers, che infine non ottenne parte, inizialmente proposta all’attrice franco-canadese Geneviève Bujold.

In questa prima versione, il capitano si chiamava Elizabeth Janeway. La Bujold, però, non riuscì a inserirsi all’interno delle dinamiche di lavorazione di Voyager, come dimostrarono le prime scene girate, che in seguito furono commentate così da Rick Berman:

“Fu subito chiaro che non era tagliata per la parte. Era una donna che non si sarebbe mai adattata al rigore della serialità televisiva, non la avrebbe mai capita”

Nonostante questo ostacolo, era oramai chiaro che la poltrona del capitano dovesse ospitare una donna. Le prime attrici che vennero contattate erano nomi famosi e amati dal pubblico: Lynda Carter (Wonder Woman), Lindsay Wagner (La donna bionica), Kate Jackson (Charlie’s Angels) e Linda Hamilton (Terminator).

Alla fine, il ruolo venne affidato a Kate Mulgrew. Per il primo provino, l’attrice inviò un videotape ma non ritenendosi soddisfatta della sua performance, chiese di poter esser provinata dal vivo. Scelta propizia, dato che la sua seconda prova avvenne proprio mentre la Bujold veniva allontanata dal set, aprendole la strada verso un ruolo che le avrebbe consentito, tra le altre cose, di vincere il Saturn Award come Miglio Attrice in una serie TV nel 1998.

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La Mulgrew fu semplicemente perfetta nel ruolo di Janeway. Il suo personaggio era un capitano costretto a fronteggiare realmente l’inesplorato, a bordo di un’astronave il cui equipaggio era composto solo in parte da ufficiali della Flotta Stellare, considerato come il suo primo ufficiale e altri membri erano dei Maquis, ossia dei terroristi che la Voyager era stata inviata a catturare nel primo episodio della serie. La Janeway, quindi, è costretta non solo ad affrontare sfide nuove in territorio sconosciuto, ma deve anche fronteggiare, almeno per i primi tempi, delle tensioni interne al suo stesso equipaggio, orchestrando un delicato gioco di compromessi e concessioni che non faccia drasticamente crollare le speranze di sopravvivenza dell’equipaggio.

Ripensando al suo ruolo come Kathryn Janeway, la Mulgrew ha sempre mostrato una grande soddisfazione per la sua interpretazione:

“Ne sono orgogliosa. È stato complessato, un lavoro veramente duro, ma ne sono fiera perché credo di aver dato un piccolo contributo anche alla concezione della donna nella scienza. Ho finito per amare Star Trek: Voyager, in un cast di nove persone ho trovato tre grandi amici, e nel frattempo ho cresciuto due figli. Penso che sia andata bene. La cosa migliore è stata aver il privilegio di potermi cimentare come primo capitano donna, andando oltre gli stereotipi cui eravamo abituati. Sono stata in grado di farlo di fronte a milioni di spettatori, un’esperienza unica che ancora sento come palpabile. La contropartita è che rimane ancora evidente, e rischia di eclissare un’intera carriera se non si trova il modo di andare oltre. Ho dovuto lavorare duramente cambiando e reinventandomi costantemente, in un modo che probabilmente non avrei pensato se non avessi recitato in Star Trek. Ma lo sapevo, e considerato le grandi soddisfazioni venute con quel ruolo, gli aspetti negativi sono decisamente minimi”

Nelle parole della Mulgrew appare evidente la consapevolezza di aver dato vita a un personaggio fondamentale nella continuity di Star Trek. La Janeway, infatti, grazie al suo carisma e all’impeccabile performance per ben sette stagioni, è divenuta una delle figure più amate della saga, tanto che è stata inserita all’interno di videogiochi, libri, progetti paralleli e le è stato anche consentito di assurgere al ruolo di Ammiraglio, come abbiamo visto nelle prime scene di Star Trek: Nemesis.

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Ma se pensiamo all’importanza delle figure femminili in Star Trek: Voyager, la Janeway è solo la punta dell’icerber.

Le donne di Star Trek: Voyager

All’interno della serie, infatti, sono presenti dei personaggi femminili che mostrano non solo una parità finora mai pienamente raggiunta dalla serie, ma forniscono una visione della donna come elemento essenziale del micro-cosmo costituito dalla comunità della Voyager. Soprattutto perché non sono relegate a in ruoli tutto sommato marginali, come accadeva in The Next Generation, ma vengono investite di un’importanza essenziale all’interno della lotta per la sopravvivenza nel Quadrante Gamma.

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È il caso di B’Elanna Torres (Roxan Dawson), capo ingegnere della Voyager, di ascendenze terrestre e Klingon. La forzata reclusione all’interno del vascello federale non è inizialmente una prospettiva rosea per la ex-Maquis, che fatica in un primo momento a trovare un proprio equilibrio. Ma vuoi la necessità di sopravvivere in una zona sperduta dello spazio, vuoi l’aver trovato nel suo compagno di disavventura Tom Paris (Robert Duncan McNeill) l’amore della sua vita, la vita a bordo della Voyager diventa più tollerabile, consentendole anche di risolvere alcune sue problematiche interiori. È sotto questo aspetto che Voyager tiene fede all’impegno degli sceneggiatori di presentare personaggi nuovi, ossia creare una situazione estrema in cui la vera essenza di questi esploratori emerga, lasciando trapelare un’umanità sincera e avvolgente.

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Come accade per l’altro grande personaggio femminile, Sette di Nove (Jeri Ryan). Personaggio che ha dovuto sopportare anche parecchie critiche, persino dagli stessi compagni di set, che erano propensi a considerarla come una concessione alla necessaria presenza della donna sexy, non comprendendo il suo ruolo a livello emotivo. Non è un mistero che Robert Beltram (Chakotay), Tim Russ (Tuvok) e la stessa Mulgrew vedessero con poco entusiasmo il ruolo di spessore cucito per Sette di Nove, eppure il suo vissuto emotivo la rende molto più di una bella donna fasciata in una tuta aderente, tra l’altro non molto dissimile da certi abiti indossati da Marina Sirtis in The Next Generation. E pensare che la Ryan rifiutò il ruolo per ben tre volte, prima di cedere alle lusinghe della produzione, che, come rivelò Brannon Braga, non cercavano una componente sexy per la serie, ma tutt’altro:

“Voyager mancava del suo ‘Spock’. C’era il Dottore, ma la Janeway non aveva un contrasto e a questo ci serviva Sette di Nove. Andando oltre al fatto che fosse sexy, era comunque un classico personaggio di Star Trek e ne avevamo bisogno”

Sette di Nove, ex drone Borg, viene salvata dall’equipaggio della Voyager, e dopo questo ritrovamento deve riscoprire la propria umanità, una situazione che non ha mai affrontato in quanto assimilata dalla Collettività in tenera età. In Star Trek: Voyager, Sette deve costantemente relazionarsi con una nuova dinamica sociale, avulsa dai parametri operativi del Collettivo, scoprendo nuove emozioni e cercano anche uno scopo per la propria esistenza. La sua separazione dai Borg era uno degli aspetti emozionali più intensi della serie, che venne gestito in modo intelligente facendole intrecciare una relazione quasi filiale con la Janeway, risultato incredibile se pensiamo che le due attrici non erano esattamente in buoni rapporti.

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Per comprendere quanto il personaggio di Sette fosse molto più del semplice sex appeal per una serie in cui era totalmente carente, basterebbe pensare a come il ritorno del personaggio della Ryan in Picard sia stato propedeutico per sviluppare ulteriormente il suo vissuto e darci la piena consapevolezza della sua importanza. Volendo fare un paragone con altri celebri personaggi della serie, la ricerca di Sette della sua umanità perduta come Annika ricorda lo stesso intento che animava Data in The Next Generation, mentre il suo atteggiamento rigido con rari sprazzi di contenuta emotività ricorda una versione moderna di Spock, come appariva nella serie originale.

Di minor impatto rispetto alle citate figure femminili fu Kes, la Okampa accolta a bordo della Voyager nel primo episodio e che rimase nel cast sino alla quarta stagione. Interpretata da Jennifer Lien, Kes rappresentava una dei due alieni a bordo, assieme a Neelix, con cui componeva una coppia la cui relazione ha sempre oscillato tra amicizia e sentimenti più profondi. Pur avendo un ottimo potenziale, Kes non venne mai pienamente approfondita, facendo sorgere nei fan della serie la sensazione che questa figura fosse trattenuta e mai pienamente inserita nella famiglia della Voyager, una sensazione che spinse all’introduzione di un personaggio che ne ereditasse il ruolo e portasse a una maggior dinamicità all’interno del cast, compito ricaduto su Jeri Ryan e la sua Sette di Nove.

Ufficiali e gentiluomini

Pur avendo una forte componente femminile, in Star Trek: Voyager erano comunque presenti delle figure maschili di prim’ordine.

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Su tutti, il primo ufficiale Chakotay (Robert Bertram), che da ribelle Maquis divenne un ufficiale della Federazione per servire sotto la Janeway. Il ruolo di Chakotay fu inizialmente quello di contrasto, nella linea di comando con il capitano, complice il dover trovare un compromesso tra le diversi componenti dell’equipaggio del vascello federale, salvo poi raggiungere un equilibrio tale che consentì a questa particolare famiglia di divenire realmente un tutt’uno organico.

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Personaggio altrettanto interessante è Tom Paris, interpretato da Robert Duncan MacNeill. Spavaldo, poco ligio alle regole, Paris è un figlio ribelle che, costretto a dover affrontare l’ignoto, trova una ragione per cambiare, aiutato dal rapporto sentimentale con B’Elanna Torres. Curiosamente, Paris ricorda in ogni tratto essenziale un personaggio precedentemente interpretato da McNeill nell’episodio Il primo dovere di The Next Generation, il cadetto Nicholas Locarno.

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Centrale nelle dinamiche di questo equipaggio è il Medico Olografico di Emergenza, che da semplice I.A. assume pian piano un ruolo sempre più umano all’interno della vita della Voyager. Magistralmente interpretato da Robert Picardo, che riprese il ruolo anche in Star Trek: Primo contatto, questo essere inizialmente olografico diventa il modo ideale per intavolare un discorso su cosa ci renda umani, avvicinandolo a livello amicale a un’altra personalità avvincente impegnata nella ricerca della sua umanità, Sette di Nove.

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Pur vedendo in Sette di Nove un emulo di Spock, a bordo della Voyager era presente un vero vulcaniano, il tenente Tuvok. A dargli il volto fu Tim Russ, attore che inizialmente aveva fatto il provino per il ruolo di Worf, personaggio che i produttori speravano di poter introdurre nell’equipaggio di Voyager, ma Michael Dorn, il volto del klingon, rifiutò la proposta, per poi accettare di entrare nel cast di Star Trek: Deep Space Nine.

Tuvok rappresentò un buon modo di esplorare il mondo interiore vulcaniano, grazie a una vita particolarmente intensa, che iniziò con un primo incarico decenni prima a bordo della USS Excelsior capitanata dal capitano Hikaru Sulu, come raccontato nell’episodio Flashback, con un ricordo che si ambienta in una delle scene iniziali di Star Trek: Rotta verso l’ignoto. Tuvok, pur essendo vincolato alle rigide usanze vulcaniane, viene presentato come un personaggio tormentato, costretto a dover ritrovare, in questa avventura, un nuovo focus emotivo.

Star Trek: Voyager, spirito trekkie

La gestione delle tematiche di Star Trek: Voyager fu un toccasana per la saga di Star Trek. L’idea di spingere l’astronave ai limiti della galassia conosciuta e oltre, costringendola a un incredibile e avventuroso viaggio di ritorno, si appella al classico spirito di Star Trek, mettendo l’equipaggio nella condizione di potersi confrontare con nuove civilità. Lontani dal supporto della Flotta Stellare, Janeway e compagni devono rivedere le proprie convinzioni e adattare il credo della Federazione in una nuova galassia.

Pur avviandosi verso una narrazione diversa dalle serie contemporanee, Star Trek: Voyager ha un forte legame con la continuità della saga. Il primo episodio, con il passaggio su Deep Space Nine, è solo la punta dell’iceberg, ci sono elementi che legano Voyager ad altri elementi della saga. Dalla presenza dei Borg come nemici implacabili, e per la prima volta costretti ad affrontare una minaccia ancora più letali da loro, alla comparsa di volti noti della tradizione di Star Trek, come Riker, Troi, Barclay e LaForge.

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Se in Star Trek il senso di famiglia è stato esplorato in ogni serie, è in Star Trek: Voyager che questa tematica si manifesta maggiormente. Complice l’isolamento e la necessità di ricreare un ambiente sicuro e intimo, questi personaggi isolati dal resto della Federazione e dalla propria vita sono costretti a ricrearsi una nuova vita, andando oltre limiti personali e rigidità personali. Rituali come le esperienze condivise sul ponte ologrammi, la nascita di una famiglia ‘autentica’ o gli hobby condivisi (come la realizzazione del Delta Flyer) non sono semplici escamotage narrativi, ma una vera e propria definizione di un ambiente familiare e amicale autentico.

Narrativamente parlando, Star Trek: Voyager è una serie di Star Trek che riprende i temi classici della creatura di Roddenberry e li rimette al centro della scena. Se Star Trek: Deep Space Nine si prefiggeva di esplorare nuovi spunti narrativi della saga, a Star Trek: Voyager venne consentito di poter attingere alla tradizione. Un collegamento che si emancipò dal punto di vista tecnico.

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Oltre all’assenza della classica frase di intro, già venuta meno in Star Trek: Deep Space Nine, Star Trek: Voyager rappresentò una novità in termini di tecniche realizzative. Pur attingendo a scenari recuperati da precedenti lavorazioni, in particolare da Star Trek: The Next Generation, questa serie fu la prima della saga a utilizzare la CGI per le scene esterne, anziché affidarsi all’utilizzo di modellini e ricostruzioni ambientali. Il primo tocco di CGI venne introdotto nella realizzazione dell’intro (che vinse un Emmy), ma solo nella terza stagione, nel 1996, venne utilizzata massivamente la computer graphic, quando vennero affidate a Foundation Imaging (già all’opera su Babylon V), e Digital Muse. Il risultato, per l’epoca, fu sicuramente un traguardo importante, che aprì la strada a una rivoluzione della lavorazione delle serie di Star Trek.

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Ad oggi, Star Trek: Voyager è ancora considerata una delle serie più amate e apprezzate della saga. Un merito guadagnato sul campo, grazie alla volontà di rimanere fedeli ai principi di Star Trek pur dirigendosi verso nuovi territori inesplorati, fedeli a quello che da sempre è la vera Prima Direttiva della saga: arrivare dove nessuno è mai giunto prima.

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