Cinema e Serie TV

Star Trek: arrivare dove nessuno è mai giunto prima

Sembra incredibile che una serie televisiva di fantascienza possa essere molto più di un semplice intrattenimento, eppure il mondo dell’entertainment ha dimostrato come possano nascere delle sinergie tra finzione e realtà capaci di veicolare grandi messaggi sociali. È un ruolo che, nei decenni passati, ha visto come protagonista uno dei grandi universi fantascientifici televisivi, Star Trek, che sin dalla sua prima comparsa nel 1966 ha mostrato una science fiction permeata da un sentimento in precedenza poco sfruttato: l’ottimismo.

La fantascienza precedente, infatti, sia letteraria che cinematografica, era principalmente venata da una visione bellicosa e colma di un senso di ineluttabilità. Abomini nati dalla scienza impazzita, spettri del nucleare e un sentore di imminente battaglia permeavano la sci fi degli anni ’50, in cui anche i pochi racconti improntati all’avventura e all’esplorazione tendevano a fare emergere lati cupi.

Star Trek: Strange New Worlds

Comprensibile, se consideriamo che la società americana del periodo, ancora ferita dagli eventi della Seconda Guerra Mondiale, era entrata in uno dei periodo più turbolenti della sua storia recente: maccartismo, Guerra Fredda e tensioni sociali. In questo contesto sociale, l’idea di Star Trek fu una vera rivoluzione, ma non poteva esser diversamente visto che il suo stesso creatore era figlio di quel periodo.

Le origini

Gene Roddenberry, classe 1921, potrebbe esser protagonista di una serie TV. Aviatore decorato nella Seconda Guerra Mondiale, tornato in patria fu pilota di aerei (salvando anche la vita di 120 persone durante un atterraggio di fortuna) e poliziotto a Los Angeles, professioni svolte mentre in lui si muoveva un’altra voglia: raccontare storie.

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Per tutto il periodo degli anni ’50, Roddenberry lavorò ad una serie televisiva che unisse le atmosfere di uno dei classici televisivi americani, il western, con la fantascienza. L’idea era quella di ricreare tra le stelle il mito della frontiera, l’avventura per eccellenza nell’immaginario americano. Questa sua idea si sposava con la convinzione che si dovesse presentare una diversa umanità futura, più consapevole dei propri errori e vogliosa di creare un domani scevro degli errori del passato. Soprattutto, era ora di andare oltre al concetto di alieno come essere inevitabilmente cattivo.

Roddenberry, infatti, era portato a raccontare un’umanità futura positiva, capace di superare i propri limiti attuali. Come da tradizione, la fantascienza racchiude un’anima di critica sociale, specie in ambito letterario, ed era questa caratteristica ad ispirare Roddenberry, che nei primi anni ’60 ideò Wagon Trains to the Stars. L’idea era promettente, ma venne scartata da CBS, a cui fu proposta, perché in apparente contrasto con un’altra serie di fantascienza appena realizzata dall’emittente, Lost in Space, che stava ottenendo grande successo.

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Convinto che quella fosse la strada giusta, Roddenberry realizzò un nuovo progetto, Star Trek, il cui pilot The Cage (per noi italiani Lo zoo di Talos) venne presentato alla NBC. Accolto tiepidamente, in quanto considerato troppo complesso per stile narrativo, The Cage non fu avvallato dall’emittente, che però chiese un secondo pilot, vedendo del potenziale nel progetto di Roddenberry. Oltre la galassia, secondo tentativo, colse nel segno e divenne il punto di partenza per la vita di Star Trek, che arrivò nelle case americane l’8 settembre 1966 con l’episodio Trappola Umana.

Quando si parla di Star Trek, anche chi non ha familiarità con la serie può citare almeno due o tre caratteristiche della serie. Che si tratti del teletrasporto o di Spock, Star Trek ha lasciato un segno profondo nell’immaginario collettivo, ma quello che venne fatto da Roddenberry con la prima serie di Star Trek fu una vera rivoluzione sociale.

In un periodo in cui l’America era vittima della paura del pericolo rosso, in cui i giapponesi erano ancora visti come il nemico sconfitto e la popolazione afroamericana stava iniziando i primi passi per dare vita ai movimenti per i diritti civili, Roddenberry diede vita ad un equipaggio multirazziale, internazionale e che sembrava, per l’epoca, davvero fantascientifico.

Star Trek: raccontare il domani ispirando il presente

Star Trek fu una vera innovazione per la società americana, un messaggio forte rivolto al pubblico. Sullo stesso ponte di comando trovavano spazio un comandante americano, un alieno, un russo, un giapponese e, incredibile a dirsi, una donna di colore. Se la presenza di Hikaru Sulu e Pavel Checov non sconvolse più di tanto, fu il tenente Nyota Uhura, interpretata da Nichelle Nychols, a scuotere la società americana, soprattutto la popolazione di colore.

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Il ruolo di Uhura venne visto come un messaggio forte, un’apertura al riconoscimento di una parità tra bianchi e afroamericani che stava iniziando a farsi largo anche nel mondo dell’entertainment, grazie ad attori come Sidney Poitier. A dare valore a questa figura femminile forte, fu anche il reverendo Martin Luther King, che convinse la Nychols a non abbandonare il ruolo. La scelta della Nychols di non lasciare la plancia dell’Enterprise ebbe un forte impatto sulla sua comunità anche su una bambina che in quegli anni divorava gli episodi di Star Trek adorando il tenente Uhura, che le insegnava che le stelle non erano così lontano. Era Mae Jemison, la prima astronauta afroamericana a conquistare le stelle.

Spesso si sottovaluta l’impatto di Star Trek dal punto di vista sociale. Forse perché in Italia arrivò in seguito e perché il nostro tessuto sociale non era attraversato dalle stesse tensioni che serpeggiavano in territorio americano, ma è innegabile che il messaggio di base di Star Trek sia universale: possiamo essere migliori, dobbiamo solo volerlo.

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Per tutta la serie classica si susseguono episodi in cui questo assioma viene esaltato, senza ipocrisie ma mostrando anche i lati meno nobili dell’umanità. Basti pensare ad uno degli episodi più emozionanti, La navicella invisibile, in cui viene presentato con lucidità la facilità con cui ci si lascia prendere dalla paura e si cerca nel diverso la fonte dei propri problemi. Roddenberry, per quanto inguaribilmente ottimista, non era però uno sprovveduto, e sapeva interpretare, aiutato dagli sceneggiatori, quali fossero gli spunti narrativi da valorizzare e su cui costruire episodi coinvolgenti e che colpissero gli spettatori.

Star Trek in Paramount

Il successo di questa prima incarnazione di Star Trek terminò presto, dopo solo tre stagioni. Non mancavano però i primi appassionati, che facevano sentire il proprio apprezzamento per la serie, al punto che la Paramount acquistò i diritti dalla NBC e orchestrò una serie di repliche in sindication, ossia su reti locali. Fu un vero successo, l’origine del mito di Star Trek. Al punto che Paramount, dopo avere visto nascere le prime convention di appassionati, si convinse che era ora di dare vita ad una nuova serie, ma a cambiare i suoi piani arrivò un altro colosso della fantascienza: Star Wars.

Star Trek Phase II era l’idea da cui Paramount voleva partire per riportare Star Trek sul piccolo schermo. Le idee furono tante, tra tentativi di sostituire attori particolarmente cari e la necessità di trovare nuove idee, ma mentre Roddenberry e il suo team lavorava a questo progetto, i cinema americani vennero invasi dal fenomeno Star Wars.

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Il primo episodio della saga di George Lucas, in effetti, cambiò radicalmente il panorama della fantascienza televisiva e cinematografica del periodo. Pur avendo un approccio virato maggiormente alla space opera e con un maggior distacco dalla nostra attualità, Star Wars divenne immediatamente la pietra di paragone per la sci fi cinematografica. Grazie al suo successo, ad esempio, nacque la prima serie di Battlestar Galactica (1978) e anche Star Trek venne influenzata da questo fenomeno culturale.

Da serie televisiva, Star Trek Phase II venne modificata in un progetto cinematografico, frutto della volontà di Paramount di cavalcare il successo di Star Wars e di mostrare un proprio prodotto di punta cinematografico di stampo fantascientifico. Fu così che nel 1979 arrivò nei cinema Star Trek: The Motion Picture, in cui l’equipaggio della USS Enterprise viene ricomposto e da cui prende vita il seguito delle avventure di Kirk e compagni, che lasciano definitivamente il piccolo schermo per diventare star del cinema.

La nuova generazione

Se la vecchia guardia di Star Trek passa al grande schermo, Roddenberry e soci non vogliono certo dimenticare quanto era stato preventivato per Star Trek Phase II. Sono passati quasi vent’anni dall’uscita del primo episodio di Star Trek e i film al cinema hanno contribuito a modificare l’assetto sociale della saga, aprendo a nuove possibilità che Roddenberry voleva rendere il motore di uno Star Trek diverso, in linea con i tempi.

Un esempio su tutti era la fine delle ostilità tra Federazione Unita dei Pianeti e Impero Klingon, visto in Rotta verso l’ignoto, che sembrava ispirarsi al clima di disgelo che a breve avrebbe segnato la fine della Guerra Fredda. Come spiegò John Lucas, sceneggiatore della nuova serie, era necessario dare una maggiore caratterizzazione alle razze che avrebbero composto il futuro di Star Trek, partendo proprio dai Klingon:

“L’intenzione era di spingere la serie verso un qualcosa di mai vista in Star Trek, presentando anche una compenetrazione culturale in una cultura precedentemente vista come un nemico. L’ideale era lavorare quindi sui Klingon, dato che per i Romulani era già stata data una linea guida ispirata all’antica Roma. Come modello per i Klingon non riuscivo a trovare un modello ideale, sino a quando non mi venne in mente il Giappone feudale, e da quello sviluppai il Sacro Imperatore, i Signori della Guerra e via discorrendo”

Questa volontà è indice anche del diverso approccio tra la serie classica e questa ‘nuova generazione’. Se in Star Trek la Federazione era ancora in fase di espansione nello spazio, incappando spesso in piccole scaramucce con altri imperi stellari, con Star Trek: The Next Generation si voleva mostrare una Federazione oramai solida e dedita all’esplorazione e al dialogo con le altre specie. Non è un caso, infatti, che da una figura di comando molto fisica e avventurosa come James T. Kirk (William Shatner) si sia passati ad un diplomatico riflessivo e a tratti schivo come Jean Luc-Picard (Patrick Stewart).

Il cambio di tono narrativo era necessario proprio per mostrare questo avanzamento sociale della Federazione, meno irruenta e più riflessiva, capace anche di ragionare più in termini di necessità politiche che non di giusto o sbagliato. È solo uno dei nuovi temi introdotti all’interno di The Next Generation, che con sensibilità si avvicina ad argomenti delicati quali tortura, stress post traumatico e genitorialità, aspetti trattati grazie ad una diversa visione della vita di bordo.

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Sull’Enterprise di Kirk era quasi impossibile concepire la nave come un luogo sicuro in cui creare una famiglia, complice il ruolo di vascello esplorativo, spesso coinvolto in battaglie. Per Star Trek: The Next Generation si decise invece di presentare la Flotta Stellare come meno belligerante e maggiormente dedita all’esplorazione, mostrando, in apparenza, un futuro in cui la famiglia ha un ruolo essenziale. Chiave di lettura che si legge nel modo in cui vengono trattati i rapporti familiari dei protagonisti, come nel caso di Worf e Riker, o nella visione differente della donna, che assume un ruolo anche di comando senza dover rinunciare alla maternità o alla voglia di famiglia, ed in cui viene valorizzato il ruolo paritario della coppia. Focale, in questo, il nucleo famigliare del capo O’Brien, che assieme alla moglie Keiko rappresenta l’esempio di famiglia della Next Generation: paritario, capace affrontare assieme le tensioni e di conciliare carriera e vita domestica.

Next Generation

In quest’ottica, il percorso cinematografico della Next Generation si configura come più attinente a quanto raccontato sul piccolo schermo, rispetto alla serie antecedente. Questo è, probabilmente, dovuto anche all’introduzione nel mondo dell’entertainment, e quindi anche in Star Trek, del concetto di continuity. L’universo immaginato da Roddenberry, infatti, era divenuto immensamente più grande, era in continua espansione ed era necessario imbastire un filo narrativo che fosse anche cronologicamente solido.

Non mancavano, infatti, piccole discrepanze tra quanto raccontato tra serie TV, film e altri media (romanzi, videogiochi, fumetti), che in Star Trek, contrariamente ad altri celebri universi narrativi, rischiava di essere una vera tragedia. Motivo per cui, poco prima della sua scomparsa, Gene Roddenberry sancì che quanto veniva raccontato in seguito aveva il potere di correggere ciò che era stato precedentemente detto, in una sorta di continuo retcon.

Deep Space Nine e Voyager

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Decisione importante che arrivò al momento giusto, considerato che il successo di The Next Generation fu il punto di partenza per la nascita di ben due serie spin-off: Deep Space Nine e Voyager.

Entrambe le nuove serie erano coeve di The Next Generation, ma erano unite da un’altra caratteristica: niente Enterprise. L’inconfondibile simbolo di Star Trek, infatti, venne abbandonato in favore di una stazione spaziale (Deep Space Nine, 1993) e di un vascello esplorativo disperso in un remoto quadrante della galassia (Voyager, 1995).

Questo epocale cambiamento si accompagnò anche all’introduzione di tematiche moderne e, in alcuni casi, precedentemente escluse dal canone trekkiano.

Deep Space Nine introdusse l’elemento religioso, da sempre sgradito a Roddenberry. Sulla figura di Benjamin Sisko (Avery Brooks) viene intessuto un racconto che unisce fede e fantascienza, grazie ad una impeccabile costruzione della fede Bajoriana. Un concept narrativo intrigante che porta ad uno dei grandi conflitti della storia della Federazione, la Guerra del Dominio, guerra che consente di affrontare con particolare sensibilità il tema dei reduci e dello shock post-traumatico, particolarmente sentito dalla società americana reduce dalla Guerra del Golfo.

Dal punto di vista emotivo, Deep Space Nine era una serie particolarmente intesa, complice l’ambientazione statica. In una stazione spaziale immobile i personaggi erano portati a vivere un’esistenza atipica per Star Trek, venivano costretti ad affrontare in prima persona le conseguenze delle proprie azioni, introducendo un elemento etico e morale maggiormente sentito rispetto alle precedenti serie.

Elemento che, ad esempio, non era così evidente in Voyager, il cui fulcro emotivo era l’esplorazione, un ritorno alle origini del concept autentico di Star Trek. Ad appassionare i fan, fu la prima donna a sedere sulla poltrona del capitano, Kathryn Janeway (Kate Mulgrew), costretta a far collaborare un equipaggio composto da ufficiali della Federazione, terroristi ribelli e alieni incontrati strada facendo, tra cui Sette di Nove (Jery Ryan), un ex-drone Borg salvato dall’equipaggio della Voyager.+

In Voyager si ha la sensazione di esser tornati alla vena esploratrice della Federazione, ma questo isolament0 forzato lontano da casa è uno spunto narrativo per mostrare un’evoluzione dei personaggi ben definita, rinforzata dalla trattazione di temi precedentemente sfiorati dalla saga e ora divenuti anche di interesse comune. La figura del dottore olografico d’emergenza (Robert Picardo) diventa il tramite emotivo per analizzare il concetto di IA e il rapporto organico sintetico, mentre la presenza di figure femminili forti consente di aprire ad una visione differente della femminilità all’interno della società. Non a caso, Sette di Nove viene vista come un personaggio di rottura, tra chi la ha negativamente idealizzata come una sexy alien per i suoi costumi aderenti e chi ne ha colto il giusto valore narrativo, che consente di parlare di ricerca del sé.

Picard

Esplorazione spaziale che viene meno in Picard, ultima per ora serie trekkie. La Federazione non è più l’entità ideale che abbiamo apprezzato nell’era next generation, ma ha mostrato i suoi difetti, andando a scontrarsi con i principi di Picard, che abbandona la sua divisa, sentendosi tradito.

Star Trek: Picard

Contrariamente alle precedenti iterazioni di Star Trek, con Picard il fulcro emotivo è pesantemente costruito su una figura centrale, Picard per l’appunto, attorno a cui ruotano gli altri personaggi. La scelta di puntare ad uno dei volti più amati della saga è sicuramente vincente, soprattutto nel richiamare i trekkie nostalgici, che hanno sicuramente apprezzato la forte vena autocitazionista utilizzata dagli showrunner per dare consistenza alla contintuity.

Narrativamente, Picard si addentra in alcuni dei temi più cari a Star Trek, come la percezione del diverso e la ricerca del sé interiore.

Spazio ultima frontiera

Sin dalla sua comparsa, Star Trek ha raccontato l’avventura della Federazione nello spazio, valorizzandone la voglia di esplorazione. Ma la Federazione Unita dei Pianeti è sorta dopo i primi passi dell’umanità nello spazio, un evento a cui abbiamo assistito in Star Trek: Primo Contatto.

Dopo il volo della Phoenix, la prima nave a propulsione curvatura, l’umanità entra in contatto con i Vulcaniani, la prima razza aliena conosciuta dalla nostra specie. Un’amicizia inizialmente burrascosa, che gli umani tendono a patire in quanto i nuovi amici alieni soffocano le aspirazioni spaziali umane, cercando di ritardare continuamente l’esplorazione della galassia.

Una dinamica nuova, all’interno di Star Trek, considerato che abbiamo sempre visto i Vulcaniani come i primi partner dell’umanità. In Enterprise, viene mostrata una Flotta Stellare alle prime armi, priva ancora della potenza e della potenza mostrata in serie cronologicamente successive. Scelta coraggiosa, da parte degli sceneggiatori, ma che non colse il plauso dei trekkie, che videro in questo flashback lungo quattro stagioni uno dei momenti più bassi della saga.

Nonostante Enterprise abbia cercato di andare a supplire alcune apparenti discrepanze nelle continuity di Star Trek (come le creste craniali dei Klingon) e creando dei riferimenti con eventi successivi nella cronologia dell’universo di Star Trek. L’equipaggio di Archer, a bordo della NX-01 Enterprise, si trova ad affrontare per la prima volta nuove civiltà e nuovi mondi, stringendo alleanze con razze aliene che sarebbero divenute in seguito parte della Federazione o alcuni dei suoi nemici più spietati.

Come accade in Discovery, che si colloca idealmente pochi anni dopo le imprese dell’Enterprise di Jonathan Archer e circa dieci anni prima che James T. Kirk si sieda sulla poltrona del capitano. In Discovery assistiamo ad una Federazione ancora in erba, che sta muovendosi nella galassia dopo aver affrontato il suo primo vero conflitto galattico (le Guerre Romulane) e alle prese con quello che sarà il grande avversario dell’era Kirk: i Klingon.

Discovery, ovviamente, si trova a dover gestire il difficile compito di mantenere la linearità degli eventi già noti e offrire una trama che appassioni i trekkie tradizionalisti, rivolgendosi però anche al pubblico moderno. Sfida non certo semplice, che richiede di usare un design al passo con i tempi ma che non tradisca la tradizione della serie classica. Un intento non del tutto riuscito nella prima stagione, ma che con l’emozionante conclusione della prima serie trova una sorta di legittimazione con l’arrivo di uno dei simboli di Star Trek: la U.S.S. Enterprise capitanata da Christopher Pike.

Infiniti mondi, in infinite dimensioni

Poteva Star Trek rimanere al riparo dalla moda del reboot? Ovviamente no, ed ecco che nel 2009 a J.J. Abrams viene affidato il compito di avviare una nuova vita cinematografica di Star Trek, che si prefiggeva di riscrivere il mito del primo equipaggio di Star Trek, quello capitanato da Kirk.

Per non cascare nel più forzato dei reboot, Abrams pensò bene di ideare il classico escamotage del viaggio nel tempo, unendolo alla creazione di un universo parallelo, dando vita a quello che viene chiamato il Kelvin-verso, che si distingue dal Prime Universe per alcune sostanziali differenze.

Star Trek

Nelle idee di Abrams, l’arrivo della Narada nel passato e il successivo scontro con la U.S.S. Kelvin sarebbe dovuto essere il punto di divergenza dei due universi, mantenendo un punto di contatto tra loro (cosa che avviene ad esempio con Picard). La presenza della famiglia Kirk a bordo della Kelvin, in realtà, sembra vanificare questa intenzione, considerato che per la storia ‘canonica’ di Star Trek, James T. Kirk sarebbe dovuto nascere a Riverside, nell’Iowa. Come mai quindi la sua famiglia era nello spazio?

Andando oltre questo dettaglio, gli episodi cinematografici del Kelvin-verso, specialmente Star Trek e Into Darkness, sono una rilettura moderna dei primi due film della serie classica, Star Trek – The Motion Picture e L’Ira di Khan. Questo non vuol dire che la rilettura di Abrams di Star Trek non sia godibile, mostrandosi come un buon modo per raccontare ad una nuova generazione le avventure di Kirk e soci.

Da equipaggio a famiglia

Parte integrante del successo di Star Trek fu, ovviamente, anche la scelta del cast. L’equipaggio della prima Enterprise, infatti, fece breccia nel pubblico perché era legato da una sinergia emotiva estremamente ben calibrata. Andando oltre l’innegabile valore sociale della composizione della squadra di comando, le dinamiche tra Kirk, Spock e McCoy sono ancora oggi, dopo più di cinquant’anni, estremamente godibili ed attuali.

L’amicizia che lega i tre personaggi, già evidente ai tempi della prima serie, assume una definizione ancora più evidente all’interno del ciclo cinematografico, dove, complice una nuova dinamica narrativa, il cuore delle avventure di Star Trek si concentra su temi come amicizia e famiglia, come nel toccante saluto tra Kirk e Spock nel finale de L’Ira di Khan:

“Ammiraglio, sono sempre stato…suo amico. Lunga vita e prosperità”

Questa profonda amicizia non escludeva la presenza di altri personaggi, come l’ingegnere scozzese Montgomery Scott (James Doohan), il tenente Uhura (Nychelles Nichols), il tenente Hikaru Sulu (Geroge Takei) e il tenente Pavel Cechov (Walter Koenig), ma la cui presenza era sempre, in una certa misura, subordinata al terzetto principale.

Kirk (William Shatner)

Condizione che ha portato Kirk (William Shatner) a diventare un vero simbolo della pop culture. Anche se il primo personaggio a fare breccia nel cuore del pubblico fu Spock, grazie alla perfetta recitazione di Leonard Nimoy, che caratterizzò magnificamente questo alieno figlio di due mondi. Ad attrarre però gli spettatori era sempre il capitano James T. Kirk, che incarnava il prototipo del capitano avventuroso a cui si aggiunse la fama di latin lover e la competenza nelle arti marziali. Quello che all’epoca fu un tentativo di dare vita ad una figura carismatica e ispiratrice, con il passare degli anni si è trasformato in una sorta di benevola derisione del personaggio stesso. Difficile non vedere i meme ispirati alla esagerate espressioni di Shatner o non avere mai sentito parlare del leggendario Kirk-fu, arte marziale praticata solo dal capitano e apparentemente infallibile.

Pur venendo oggi principalmente conosciuti fuori dall’ambiente trekkie per queste bonarie derisioni, i personaggi della prima serie di Star Trek sono stati protagonisti di avventure che hanno saputo toccare in modo inarrivabile le corde emotive degli spettatori, come in Uccidere per amore (The City on the Edge of Forverer), incarnando al meglio lo spirito autentico dell’idea di Roddenberry.

Picard (Patrick Stewart)

Come accaduto nella serie originale, anche in The Next Generation le storie ruotavano attorno ad un nucleo di personaggi, che aveva come fulcro il capitano Picard (Patrick Stewart). Il diverso tono narrativo di The Next Generation consentì di dare vita ad un equipaggio più ampio rispetto a quello della prima Enterprise, in cui le caratteristiche di ognuno avessero la giusta definizione. Se Picard appariva come un uomo trattenuto e ligio al dovere, conseguenza di disavventure giovanili, il primo ufficiale William T. Riker (Jonathan Frakes) era l’esatto opposto, ironico, intraprendente e, un certo senso, una versione ‘migliorata’ di Kirk. A loro si univano Deanna Troi (Marina Sirtis), che rivestiva il nuovo ruolo di consigliere di bordo, il citato capo della sicurezza Word (Michael Dorn), la dottoressa Beverly Crusher (Gated McFadden), il capo ingegnere Geordi LaForge (LeVar Burton), l’androide Data (Brent Spiner) e il giovane Wesley Crusher (Will Weathon).

Attorno a queste figure ruota un nuovo modo di mostrare la Federazione e il nostro futuro, introducendo nuovi temi, come la disabilità e il concetto di genere, che si uniscono a tratti familiari mutuati dalla prima serie di Star Trek. Non è un caso che due dei personaggi di maggior spicco, Riker e Data, siano emuli, rispettivamente, di Kirk e Spock.

L’equipaggio

Contrariamente alla precedente serie, però, l’approfondimento sui personaggi avviene sin dall’inizio nel formato seriale, con episodi che presentano eventi passati della loro vita e ne raccontano difficoltà e ferite mai guarite. Il passaggio allo standard cinematografico, avvenuto con Generazioni, segna l’ingresso in un contesto narrativo in cui l’aspetto emotivo dei personaggi è maggiormente comprensibile proprio grazie a quanto precedentemente narrato nella serie TV. Comprendere la rabbia e la paura di Picard in Primo Contatto, ad esempio, sarebbe difficile senza avere assistito a episodi come L’attacco dei Borg o Famiglie.

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In The Next Generation, l’equipaggio ‘protagonista’ assume il ruolo di vera e propria famiglia, come riconosce lo stesso Picard durante il brindisi matrimoniale di Riker e Troi in Nemesis, in cui vede nei suoi due ufficiali la propria famiglia. Un senso di appartenenza che viene ribadito anche in Picard, quando l’ex ammiraglio cerca rifugio proprio presso i suoi due amici.

Un nucleo famigliare che comprende anche l’esser apparentemente meno umano, l’androide Data. Nato per esser un erede di Spock, il personaggio interpretato da Brent Spiner raccoglie queste eredità direttamente da Leonard McCoy, che in una battuta nel primo episodio di The Next Generation, Incontro a Fair Point, ne ravvede la somiglianza emotiva con il suo vecchio amico vulcaniano.

Il concetto di famiglia, dopo The Next Generation, trova un’incarnazione ancora più sentita in Voyager. Complice l’essersi ritrovati anni luce dallo spazio Federale, l’equipaggio guidato da Kathryn Janeway è costretto a sorvolare sulle rispettive posizioni e idee, per garantirsi la sopravvivenza. Tra ufficiali della Flotta e terroristi Maquis, quindi, si crea un senso di forzata collaborazione che dopo la prima sfida porta alla nascita di un senso di comunità che sfocia in amicizie sentite e anche in relazioni familiari.

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Comprensibilmente, fare parte di un equipaggio per lunghe missioni di esplorazione come accade ai protagonisti di Star Trek conduce, inevitabilmente, a sviluppare delle relazioni amicali e familiari. La lontananza da casa, l’ignoto da sfidare e la condivisione di esperienze, anche traumatiche, consolida questi intrecci di vite, le riempie.

Non è un caso che uno dei personaggi dell’intera saga a non essere riuscito a vivere in modo autentico e libero queste emozioni sia il protagonista di una delle serie più malinconiche di Star Trel. In Picard, Stewart interpreta nuovamente il suo personaggio più amato, da sempre segnato da un conflittuale e inespresso rapporto con il concetto di famiglia. La conflittualità con il fratello Robert, la perdita dell’amato nipote Renè e la difficoltà con cui in tutta la durata di The Next Generation vive l’avvicinamento al suo equipaggio, trovano una catarsi in Picard.

Nell’ultima serie di Star Trek, infatti, Picard di imbarca in un’impresa titanica animato dalla volontà di onorare la memoria di un caro amico perduto, cercando di salvarne l’eredità più preziosa: la figlia. È un viaggio non solo tra le stelle, ma anche tra i rimpianti e le recriminazioni di un uomo oramai anziano che vede in questa missione l’occasione di vivere quel senso di famiglia che gli è sempre sfuggito.

L’Enterprise, protagonista silenziosa

Parlare di Star Trek senza nominare la U.S.S. Enterprise è impossibile. Parte integrante di questa saga, l’Enterprise è una componente essenziale del mito di Star Trek, al punto di essere divenuta una delle icone più riconoscibili della pop culture. Tanto che il primo shuttle della N.A.S.A., dopo una campagna di raccolte firme, venne battezzato come la nave del capitano Kirk.

Anche chi non ha a cuore Star Trek riconosce facilmente il profilo tipico della Enterprise. Dalla prima versione classe Constitution della serie classica, l’astronave simbolo di Star Trek si è evoluta in modo da rispecchiare quelle che sono le necessità del periodo in cui sono ambientate le diverse serie.

Enterprise

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Se in Enterprise è necessario mostrare i primi momenti dell’esplorazione spaziale umana, con un tecnologia rudimentale e ancora in fase di sperimentazione, ecco che il design, pur mantenendo un profilo facilmente riconoscibile, ha l’aria di un work in progress per quella che diventerà la prima Enterprise conosciuta dai fan di tutto il modo.

La nave comandata da Kik, infatti, ha un aspetto più massiccio e solido. Sono passati diversi anni, la Federazione è divenuta una realtà e le sue astronavi devono essere capaci di sostenere scontri con razze aliene e di mostrare la potenza di fuoco di una Flotta Stellare capace di tenere testa alle altre potenze del settore, Klingon in primis.

Questo modello, realizzato con un design sicuramente avveneristico per gli anni ’60, si passa alla versione refit, più massiccia, dotata di gondole di curvature più slanciata ed un look di maggior impatto. Una tendenza, l’aggiornare la linea dell’ammiraglia della flotta, che continua anche nella The Next Generation.

U.S.S. Enterprise-D

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La U.S.S. Enterprise-D, classe Galaxy, rispecchia i principi di una Federazione meno belligerante e dedita maggiormente a diplomazia ed esplorazione. Una linea più delicata ed elegante, meno spigolosa, per un’astronave che si apre anche alle famiglie, allontanandosi dal concetto di nave da guerra per mostrare un lato familiare che si presta molto ad alcune delle trame tipiche della Next Generation. La sua distruzione al termine di Generazioni sembrava chiudere un ciclo, ma Primo Contatto ci mostrò una nuova ammiraglia della Flotta Stellare.

Adeguandosi a quanto mostrato in Deep Space Nine, in cui le potenze del Quadrante Alfa si scontrano nella Guerra del Dominio, la Flotta decide di cambiare nuovamente il proprio approccio alla costruzione delle proprie astronavi, che devono nuovamente avere come fine ultimo la preparazione ad una potenziale guerra. La U.S.S. Enterprise-E, classe Sovereign, ha un design più moderno e agile, con un profilo affilato che ben si sposa con le avventure dal sapore più action di pellicole come Primo Contatto, L’insurrezione e Nemesis.

Star Trek nelle nostre vite

Uno degli aspetti più sorprendenti di Star Trek è l’aver anticipato anche di decenni tecnologie divenute in seguito reali. Basti pensare ai comunicatori portatili usati da Kirk, che anticiparono di diversi anni i cellulari, tanto che si vociferò che un modello particolare, lo Star Tac di Motorola, fosse stato ispirato proprio da questi dispositivi. Ma anche altre avveniristiche tecnologie mostrate in Star Trek sono divenute realtà, come i DiPAd visti in The Next Generation, antesignani dei moderni tablet.

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Volendo assecondare la nostra voglia di sentirci parti del mito di Star Trek, possiamo affidarci ad uno merchandising più ricchi del mondo dell’entertainment. Dai Funko dedicati ai personaggi alle mug con il logo della Federazione o ai taglieri per la cucina, arrivando ai modellini delle astronavi simbolo della saga, come USS Enterprise-A Diamond Select

Ogni oggetto è una perfetta occasione per celebrare la nostra passione per Star Trek, sognando di arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima.

Potete rivivera l’epopea di Star Trek iniziando dalla visione di film usciti al cinema, raccolti in questo imperdibile cofanetto