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Cinema e Serie TV

The Punisher S2, un anti eroe diviso a metà sotto ogni aspetto

La seconda stagione di The Punisher non sorprende come vuole, alternando sequenze d'azione brutali ed esaltanti con una trama poco interessante e troppo vaga.

Con ormai tre serie cancellate e le altre ultime due la cui esistenza è appesa a un filo, possiamo dire con certezza che le serie televisive della Marvel-Netflix sono ormai un ricordo. Possiamo stare qui a disquisire sui singoli difetti di ogni serie (basta che non mi fate aprire bocca su Iron Fist, ve ne prego) ma secondo me basta analizzare la seconda stagione di The Punisher per capire a fondo quali sono stati i punti deboli di un maxi progetto televisivo che non è mai decollato del tutto e quali limiti in fase di adattamento si sono posti di fronte alla produzione.

All’apparenza, riportare un personaggio così diretto e senza fronzoli come Frank Castle dovrebbe essere una passeggiata, ma così non è: il giustiziere di criminali più instabile del panorama fumettistico è scomodo, rappresenta quel lato dell’America reazionaria che imbraccia un fucile per farsi giustizia personale. Il teschio che tiene sul petto è diventato un simbolo per queste persone, e la vera sfida della sceneggiatura  è sempre stata quella di creare un universo coerente e realistico, dove ci siano delle reali e verosimili conseguenze alle azioni borderline di Castle. Se la prima stagione era riuscita a imbastire una struttura coerente e sufficientemente profonda, questa seconda non ottiene gli stessi risultati sperati. Ma per capirlo dobbiamo prima analizzare l’evoluzione del personaggio, poi tutto c ciò che lo circonda.

Dopo aver portato a termine la sua vendetta, Frank è un uomo libero e desideroso di voltare pagina. Lo ritroviamo come un nomade che viaggia di stato in stato, per evitare di mettere nuove radici e incasinare nuovamente tutto. Ma una testa calda come lui non ci mette troppo tempo a rimanere invischiato in una nuova battaglia per proteggere una indifesa fanciulla. Inizia così una nuova serie di problemi per il nostro anti eroe, ora legato a doppio filo al destino della giovane Rachel (Giorgia Whingham), la quale è finita al centro di una cospirazione politica più grande di lei. In tutto questo, una porta dal passato del Punitore si è riaperta e il nostro non può ignorarne l’esistenza.

Jon Bernthal consacra definitivamente il suo Frank, portando in scena non solo una montagna di muscoli e piombo, ma anche rappresentando le vulnerabilità di un veterano che si è portato la guerra in casa e a cui non può sfuggire. Se nella prima stagione veniva affrontata la tematica dell’impatto culturale del suo personaggio, in questa seconda ci si concentra nel definire la morale (contorta) dello stesso. Si sente tanto parlare (da altri, certamente Castle non saprebbe spiegare bene questi sentimenti in modo filosofico) del codice etico del personaggio, di cosa lo renda effettivamente una forma di giustizia necessaria in un sistema spesso troppo complesso e impassibile. E la cosa più importante di tutte è che le scene d’azione siano una goduria di brutalità da seguire, dove un Bernthal si trasforma in una macchina assassina senza freni o rimorsi, creando vere danze di morte con i malcapitati di turno. Gli scontri non raggiungono la tecnica registica e coreografica di Daredevil, ma si pongono comunque al vertice di quanto visto nelle serie TV Marvel per credibilità.

Ma una serie non si regge unicamente sulle spalle del suo nerboruto protagonista, e in questo la seconda iterazione di The Punisher casca rovinosamente per diversi motivi. Partiamo dall’elemento più importante di cui una serie del genere ha bisogno: uno o più villain convincenti. Lo showrunner Steven Lightfoot ha inserito a questo giro due antagonisti di cui uno in parte originale, ma senza infondere loro una caratterizzazione convincente. Da un lato abbiamo il killer dalle forti connotazioni religiose John, sguinzagliato dalla gente che sta dando la caccia alla ragazzina, la cui storia personale appare fin troppo stereotipata e poco coinvolgente e il suo modo d’agire si basa fin troppo su dei cliché a un certo punto ridicoli, come il suo continuo rivangare immagini e morali religiose. Lui e tutta la sua trama secondaria sono mal diluiti nel corso di tutta la stagione perdendone così di efficacia, quando di fatto sarebbe bastato un blocco di sei o sette puntate per portarla a termine.

Ma la vera delusione resta indubbiamente il cattivone principale, che poi alla fine tanto cattivone non lo diventa: Jigsaw, ossia l’ex compagno fraterno che Frank sfregia alla fine della scorsa stagione. Quello che nei fumetti è un pazzo sadico con una faccia orrenda e a malapena ricostruita con la chirurgia estetica qui si tramuta in un uomo affetto da amnesia che tenta di rimettere a posto i pezzi del mosaico. Gran parte della sua costruzione precedente viene quasi azzerata e nonostante compia crimini lungo tutte le puntate, finisci quasi per provare empatia o pietà verso la sua condizione. La sceneggiatura voleva giocare sul parallelo con Castle, anch’egli in cerca di uno proprio scopo nel mondo, ma nel farlo hanno sprecato tanto potenziale per un villain centrale nella mitologia del Punitore. Inoltre il trucco delle sue cicatrici faceva veramente pena e non sfigurava in modo deciso i suoi connotati. Lighfoot ha più volte dichiarato di voler lavorare con un personaggio più diretto e forte come il Barracuda, ma sicuramente la scelta di Jigsaw è stata un’imposizione dei piani alti della Marvel che non ha potuto rifiutare.

Altro problema cardine della stagione è la sua durata. Mentre altri show riuscivano a riempire e rendere avvincenti il proprio ciclo di tredici episodi, qui sembrano eccessivi e allungati a dismisura per raggiungere quel traguardo. Se persino un Iron Fist (ecco, me lo avete fatto nominare!) nella sua seconda stagione è riuscito a condensare la sua storia in dieci puntate dal ritmo più serrato, qui non si può dire lo stesso per la vicenda di Castle. La prima parte risulta troppo lenta e pedante nell’introduzione dei nuovi elementi narrativi – calcando eccessivamente sulla strana ma dolce relazione Frank/Rachel – per poi risollevarsi a livello di ritmo nella seconda, ma senza realmente eccellere in qualcosa. Persino il confronto finale fra le due nemesi è quanto di più anti climatico ci si possa immaginare!

The Punisher si conclude con una immagine finale abbastanza iconica, che cementifica questa versione del giustiziere nelle memorie degli appassionati. Visto il destino comune delle altre produzioni, la cancellazione dello show è sicuramente dietro l’angolo. La visione è consigliata ai fan del personaggio per vedere un interprete che ritrae in modo eccezionale Frank Castle, ma tutto quello che gli sta intorno vi annoierà abbastanza.

Ti consigliamo la lettura del ciclo di storie Barracuda di Garth Ennis e Goran Parlov, dove Castle incontra un nuovo e formidabile nemico. Questa volta in bianco e nero!