Il braccio di ferro legale tra Google e il governo federale statunitense sul monopolio della ricerca online entra in una nuova fase cruciale, con implicazioni dirette per l'ecosistema tecnologico di Apple e per l'intero mercato dei motori di ricerca. Il Dipartimento di Giustizia americano, supportato da un gruppo di Stati, ha infatti presentato un appello contro la sentenza che, pur riconoscendo le pratiche illegali di Google, aveva sostanzialmente lasciato intatto l'accordo di esclusiva con Cupertino per Safari. Una decisione che ora potrebbe essere ribaltata, aprendo scenari inediti per la concorrenza nel settore della ricerca online e potenzialmente modificando uno dei flussi di ricavi più importanti per Apple.
La vicenda giudiziaria ha avuto origine nell'agosto 2024, quando il giudice federale Amit Mehta ha stabilito che Google aveva mantenuto illegalmente il proprio monopolio nel mercato della ricerca online statunitense. Al centro della controversia, gli accordi di esclusiva con produttori di dispositivi e browser, in particolare quello plurimiliardario con Apple che rende Google il motore predefinito su Safari. Il giudice aveva riconosciuto che tali intese creano effetti anticoncorrenziali significativi, limitando le opportunità per i competitor di emergere.
Dopo una lunga fase dedicata ai rimedi possibili, durata un anno intero e caratterizzata da testimonianze di figure chiave come Eddy Cue di Apple, la sentenza definitiva di settembre aveva però deluso chi si aspettava misure più drastiche. Il tribunale aveva infatti respinto un divieto totale di pagamento tra Google e i suoi partner, ritenendo che avrebbe danneggiato sia le aziende coinvolte sia i consumatori finali. Google ha potuto così continuare a versare miliardi di dollari annui ad Apple per mantenere la posizione privilegiata in Safari, seppur con alcune limitazioni procedurali.
Le restrizioni imposte dalla sentenza originale riguardano principalmente l'esclusività: Google non può impedire ad Apple di promuovere motori di ricerca alternativi o di integrare assistenti basati su intelligenza artificiale di terze parti. Inoltre, ogni accordo di default può durare al massimo dodici mesi, costringendo Google a rinegoziare annualmente e offrendo ai concorrenti una finestra per presentare proposte alternative. Il colosso di Mountain View non può nemmeno offrire incentivi economici legati al raggruppamento di più servizi o all'esclusività di fatto.
Durante le udienze, Cue aveva addirittura minimizzato l'importanza strategica dell'accordo con Google, sostenendo che l'ascesa dell'intelligenza artificiale generativa renderà obsoleti sia la ricerca tradizionale sia, paradossalmente, l'iPhone stesso. Una dichiarazione che sembrava volta a ridurre la portata anticoncorrenziale dell'intesa, ma che non ha impedito al DOJ di mantenere alta l'attenzione sulla questione. Apple aveva inoltre evitato l'obbligo di implementare schermate di scelta del motore di ricerca in iOS, dopo che il tribunale aveva ritenuto tale soluzione inefficace per stimolare la concorrenza.
Il documento depositato presso la Corte d'Appello del Circuito di Columbia rivela che quattordici Stati si sono uniti al governo federale nell'appello, tra cui California, Texas, Florida e Michigan. L'obiettivo dichiarato è ribaltare le parti della sentenza che hanno permesso a Google di mantenere sostanzialmente inalterata la propria posizione dominante. Non sono ancora note le argomentazioni specifiche che verranno presentate, ma gli osservatori si aspettano un attacco su più fronti alla decisione del giudice Mehta, inclusa la questione centrale dell'accordo con Apple.
Google aveva già presentato il proprio appello a gennaio, chiedendo anche di sospendere l'applicazione di alcune parti della sentenza durante il processo d'appello. L'azienda sostiene che le restrizioni imposte siano sproporzionate e danneggino l'innovazione, oltre a sollevare questioni procedurali sulla conduzione del processo. Apple, dal canto suo, mantiene il silenzio strategico che ha caratterizzato gran parte della vicenda, lasciando che siano i diretti contendenti a confrontarsi in tribunale. La posta in gioco per Cupertino è tuttavia altissima: secondo stime degli analisti, l'accordo con Google vale tra i 18 e i 20 miliardi di dollari annui, contribuendo in modo significativo ai margini del segmento servizi.
I tempi della giustizia statunitense suggeriscono che non ci saranno sviluppi rapidi. La Corte d'Appello del Circuito di Columbia, nota per l'attenzione ai casi antitrust tecnologici, difficilmente si pronuncerà prima della fine del 2026, con la possibilità concreta che la questione si protragga fino al 2027. Nel frattempo, l'accordo tra Google e Apple continua a operare secondo le regole stabilite dalla sentenza di primo grado, con Google che mantiene la posizione predefinita ma senza clausole di esclusività assoluta.