Nella mondo della robotica miniaturizzata, dove per decenni la barriera del millimetro ha rappresentato un limite invalicabile, un team di ricercatori delle Università della Pennsylvania e del Michigan ha raggiunto un traguardo straordinario: la creazione dei più piccoli robot completamente programmabili e autonomi mai realizzati. Questi dispositivi microscopici, che operano alla stessa scala di molti microrganismi viventi, aprono prospettive rivoluzionarie nel monitoraggio cellulare e nell'assemblaggio di componenti per la manifattura avanzata. La ricerca, pubblicata sulle prestigiose riviste Science Robotics e Proceedings of the National Academy of Sciences, rappresenta il primo superamento definitivo di quella che Marc Miskin, professore associato di Ingegneria Elettrica e dei Sistemi alla Penn Engineering, definisce "una sfida rimasta irrisolta per quarant'anni".
Le dimensioni di questi automi biologici sono quasi inconcepibili: 200x300x50 micrometri, appena visibili senza ingrandimento e più piccoli di un granello di sale. La vera rivoluzione, tuttavia, non risiede soltanto nella miniaturizzazione estrema, ma nella capacità di questi dispositivi di operare in completa autonomia, senza fili, campi magnetici o controlli esterni. Alimentati interamente dalla luce attraverso minuscoli pannelli solari integrati, i robot incorporano computer microscopici che consentono loro di seguire percorsi programmati, rilevare variazioni di temperatura locale e adattare i propri movimenti di conseguenza.
La fisica del mondo microscopico impone regole radicalmente diverse da quelle che governano la meccanica dei corpi macroscopici. Mentre negli oggetti di dimensioni ordinarie prevalgono forze come gravità e inerzia, che dipendono dal volume, alla scala micrometrica dominano invece le forze di superficie. Viscosità e resistenza fluidodinamica diventano preponderanti, alterando completamente le modalità di locomozione. Come spiega efficacemente Miskin, "se sei abbastanza piccolo, spingere nell'acqua equivale a muoversi nel catrame". Questa transizione fisica rende inefficaci i tradizionali design robotici, dove braccia e gambe meccaniche non solo si rompono facilmente ma risultano estremamente difficili da fabbricare a tali dimensioni.
Per aggirare questi ostacoli, il team ha sviluppato un metodo di propulsione completamente innovativo, che sfrutta i principi dell'elettroidrodinamica piuttosto che opporsi alle leggi fisiche del micromondo. Mentre pesci e altri nuotatori di grandi dimensioni si muovono spingendo l'acqua all'indietro secondo la terza legge di Newton, questi robot microscopici generano un campo elettrico che sposta delicatamente le particelle cariche nel liquido circostante. Gli ioni in movimento trascinano con sé le molecole d'acqua vicine, creando di fatto un flusso nel fluido. "È come se il robot fosse in un fiume in movimento", chiarisce Miskin, "ma è il robot stesso a causare il movimento del fiume".
Modulando questo campo elettrico, i dispositivi possono modificare direzione, seguire traiettorie complesse e persino coordinare i propri spostamenti in gruppi che ricordano i banchi di pesci, raggiungendo velocità fino a una lunghezza corporea al secondo. L'assenza di parti mobili negli elettrodi utilizzati conferisce ai robot una durevolezza notevole: possono essere trasferiti ripetutamente tra campioni diversi mediante micropipette senza subire danni, e continuano a funzionare per mesi alimentati semplicemente dalla luce di un LED.
La vera autonomia richiede però ben più della semplice capacità di movimento. Un robot deve poter percepire l'ambiente, elaborare decisioni e auto-alimentarsi, con tutti questi componenti integrati in un chip di appena una frazione di millimetro. Questa sfida ingegneristica è stata affrontata dal laboratorio di David Blaauw all'Università del Michigan, già detentore del record mondiale per il computer più piccolo mai costruito. L'incontro tra Blaauw e Miskin durante una presentazione della Defense Advanced Research Projects Agency cinque anni fa ha dato origine a una collaborazione perfetta: "Abbiamo capito che il sistema di propulsione della Penn Engineering e i nostri minuscoli computer elettronici erano fatti l'uno per l'altro", ricorda Blaauw.
Tuttavia, trasformare quell'intuizione in un robot funzionante ha richiesto cinque anni di sviluppo intenso, durante i quali l'ostacolo principale si è rivelato la gestione energetica. I pannelli solari microscopici producono soltanto 75 nanowatt di potenza, oltre 100.000 volte meno di quanto consumi uno smartwatch. Per rendere praticabile il sistema, il team ha progettato circuiti specializzati che operano a tensioni estremamente basse, riducendo il consumo energetico di oltre 1.000 volte. Lo spazio rappresentava un ulteriore vincolo critico: i pannelli solari occupano la maggior parte della superficie del robot, lasciando pochissimo spazio per l'hardware computazionale.
La soluzione ha richiesto una riprogettazione radicale dell'architettura software. "Abbiamo dovuto ripensare completamente le istruzioni del programma", spiega Blaauw, "condensando ciò che convenzionalmente richiederebbe molte istruzioni per il controllo della propulsione in un'unica istruzione speciale, per ridurre la lunghezza del programma e farlo entrare nel minuscolo spazio di memoria del robot". Il risultato è quello che i ricercatori ritengono essere il primo robot sub-millimetrico capace di prendere decisioni reali, con un computer completo dotato di processore, memoria e sensori.
I sensori di temperatura elettronici integrati nei dispositivi possono rilevare variazioni fino a un terzo di grado Celsius, consentendo ai robot di muoversi verso regioni più calde o di trasmettere valori termici utilizzabili come indicatori di attività cellulare. La comunicazione di queste misurazioni ha richiesto una soluzione particolarmente ingegnosa: "Per riportare le loro misurazioni di temperatura, abbiamo progettato un'istruzione speciale che codifica un valore, come la temperatura misurata, nelle oscillazioni di una piccola danza che il robot esegue", rivela Blaauw. "Osserviamo poi questa danza al microscopio con una telecamera e decodifichiamo dalle oscillazioni quello che i robot ci stanno comunicando. È molto simile a come le api comunicano tra loro".
La stessa luce che alimenta i robot serve anche per programmarli. Ciascun dispositivo possiede un indirizzo univoco, permettendo ai ricercatori di caricare istruzioni diverse su unità diverse. Questa architettura modulare, combinata con un metodo di propulsione robusto ed elettronica fabbricabile a basso costo (circa un centesimo per robot), costituisce una piattaforma flessibile per futuri sviluppi. Le versioni successive potrebbero incorporare programmi più sofisticati, velocità superiori, sensori aggiuntivi o capacità di operare in ambienti più ostili.
Il finanziamento della ricerca è stato sostenuto dalla National Science Foundation, dall'Air Force Office of Scientific Research, dall'Army Research Office, oltre che dalla Packard Foundation, dalla Sloan Foundation e dal programma NSF National Nanotechnology Coordinated Infrastructure, che supporta il Singh Center for Nanotechnology. "Questo è davvero solo il primo capitolo", conclude Miskin. "Abbiamo dimostrato che si può inserire un cervello, un sensore e un motore in qualcosa di quasi invisibile a occhio nudo, facendolo sopravvivere e funzionare per mesi. Una volta stabilita questa fondazione, si possono stratificare ogni tipo di intelligenza e funzionalità, aprendo la porta a un futuro completamente nuovo per la robotica alla microscala".