Oggi siamo tutti più poveri, e uno dei motivi principali riguarda le guerre commerciali in atto. Trump impazzito con i suoi dazi su tutto, la Cina che avanza come superpotenza economica, la pandemia che ha incasinato tutto, le guerre che hanno ribaltato lo scenario delle rotte commerciali aumentando i prezzi.
Ma dietro questa tempesta perfetta c'è molto di più di una semplice inflazione o della follia di un presidente. C'è la fine storica del "commercio asimmetrico" con cui l'America ha sostenuto l'Occidente per decenni a proprie spese, e c'è la strategia silenziosa di Pechino che ha già svuotato di tecnologia oltre 160 aziende italiane. In un Paese come il nostro, schiacciato da costi energetici fuori mercato (+30% rispetto all'Europa) e minacciato dallo tsunami dell'Intelligenza Artificiale, capire cosa sta accadendo non è più un lusso, ma una necessità.
Per questo, ho voluto fare quattro chiacchiere con Il Professor Carlo Pelanda, economista di fama internazionale, per aiutarci a decifrare meglio questo complesso scenario.
Quella che segue è un'analisi senza filtri sul perché il vecchio mondo è finito e su quale sia l'unica strada rimasta per evitare di gestire un inesorabile declino.
Per l'America questo è costato quasi un punto di PIL all'anno, ma soprattutto ha avuto un impatto sulla sulla classe lavoratrice, perché c'è stato un eccesso di concorrenza da parte estera sul mercato interno americano.
Quando parliamo di impoverimento degli Stati Uniti, in termini sistemici, lo troviamo come un eccesso di concorrenza esterna sul mercato interno americano, bilanciato per per tanti decenni dal fatto che chi esportava in America poi investiva i dollari guadagnati nel sistema finanziario statunitense.
Quindi anche in America c'è sempre stato il problema di come ri-bilanciare questo tipo di situazione, fino al punto in cui l'impoverimento è diventato troppo pesante.
Già con l'amministrazione Obama si era cercato di riparare con lo sviluppo di un mercato simmetrico, che tuttavia non ha funzionato e che, in ultima istanza, ha portato l'attuale Presidenza di Trump a decidere di agire in modo diretto per ottenere un ri-bilanciamento. Come economista dico che il metodo dei dazi è sbagliato, e in futuro se ne renderanno conto.
Il mercato globale non cadrà, ma il tipo di vantaggio che avevano le nazioni esportatrici, come siamo noi, la Germania o il Giappone, non sarà più quello del passato.
Tra il 2015 e il 2019 il costo al MWh oscillava tra 40 e 75 euro. Nel 2021-2022, con pandemia e guerra, questo costo è schizzato: prima attorno ai 125 euro, con picchi in alcuni mesi fino a 300 euro al MWh. Oggi ci siamo stabilizzati intorno ai 125 euro al MWh. Lo stesso andamento, più o meno, l’abbiamo visto con il prezzo del gas, anche se con oscillazioni leggermente più contenute.
Per una famiglia italiana tipo, il costo energetico complessivo (elettricità più gas) prima del 2021 era di circa 2.000-2.200 euro all’anno. Oggi è salito a 2.700-3.000 euro all’anno. In pratica, stiamo spendendo circa il 35% in più.
Alla fine, se questa situazione dovesse normalizzarsi, potremmo arrivare a risparmiare anche un migliaio di euro all’anno.
Parliamo di un paese che è avanzato nello sviluppo di tecnologie inerenti le IA, e che le ha già applicate (e forse è stata la prima al mondo), come strumento per il controllo sociale e che non si fa problemi nel reprimere proteste o dissensi, anche pubblici.
Si tratta di un paese che sta affrontando diversi problemi, come quello della collocazione professionale di molti giovani disoccupati e che, al contempo, sta vivendo un momento di forte competizione con l'America, anche e soprattutto dal punto di vista militare, dove la Cina sta diminuendo velocemente il gap con gli Stati Uniti.
Ovviamente gli Stati Uniti stanno reagendo con armi e sistemi da fantascienza, ma la Cina resta più che in grado di inseguire la concorrenza, anche grazie agli investimenti che lo Stato ha fatto in termini di formazione di professionisti, anche nel settore tecnologico e militare.
Si tratta di un'opera che, spesso, ha proprio svuotato alcuni paesi, come è successo in Italia, dove circa 160 aziende italiane, negli ultimi 20 anni, sono state prese dai cinesi che le hanno svuotate di tecnologia, portando poi quanto "rubato" in Cina.
Parliamo di un attore globale potente, per questo la strategia americana è quella di non fare una guerra diretta con la Cina, ma ridurre il suo potenziale di espressione da globale a regionale.
L'impero americano ha costruito un'economia semi-globale che ha creato un'enorme ricchezza fino alla fine degli anni 80, in quella che potremmo definire una sorta di "Pax Americana". Quando poi c'è stato il crollo dell'Impero sovietico, tutti i paesi che prima facevano parte del blocco comunista, e che hanno accettato la globalizzazione, hanno creato un eccesso di stress sul mercato interno americano, a causa di un modello che era trainato dall'esportazione.
Gli Stati Uniti, sono l'unica economia del mondo che cresce per lo più grazie ai consumi interni. Tutti gli altri crescono grazie a un eccesso di export. L'Italia, ad esempio, ha il 40% del PIL che, per ciclo diretto e indiretto, è formato dalle esportazioni. La Germania il 52%, il Giappone 50% circa. Adesso assisteremo ad un ri-bilanciamento di questo sistema.
Come ne esce l'Italia? Anzitutto si dovrebbe ridurre il debito pubblico. Io sono più di 20 anni che parlo di questo tema: dobbiamo abbattere il debito attraverso un'operazione "patrimonio pubblico" contro "debito", perché altrimenti facciamo fatica a restare nell'Euro e abbiamo dei problemi di finanziamento della crescita.
Ogni anno, invece di pagare dai 70 ai 90 miliardi di euro per gli interessi sul debito, dovremmo investire parte di questa cifra in modernizzazione, sviluppo, miglioramento del sistema sanitario e soprattutto investimenti nell'educazione di massa in relazione alla rivoluzione tecnologica che è in atto.
Al momento abbiamo attuato una soluzione che giudicherei buona,ù abbiamo duplice lealtà all'Unione Europea e agli Stati Uniti, più un terzo fattore: aumentare con frenesia i bilaterali strategici verso l'Africa, verso il Pacifico, verso molti paesi in via di sviluppo, offrendo così un ombrello politico che sostenga le nostre esportazioni. Non potendo rinunciare all'export come modello trainante, stiamo cercando di potenziarlo.
Parliamo di quell’insieme di servizi e azioni pensate per garantire il benessere dei cittadini, ed è di tipo redistributivo. In pratica, lo Stato preleva soldi con le tasse e li ridistribuisce sotto forma di pensioni, sussidi, indennità e altri aiuti per chi è in difficoltà.
Questo approccio, cioè aiutare chi è in difficoltà, è di base giusto, ma secondo il professore non è il modo migliore per aiutare davvero le persone. Perché? Perché non migliora la loro situazione reale: tampona il problema, ma non stimola il ritorno al lavoro, l’autosufficienza, l’investimento in competenze, ecc.
Il Welfare di investimento cambia il focus: invece di dare un sussidio fine a sé stesso, ti aiuta a rimetterti in pista. A trovare e mantenere un lavoro, a guadagnare da solo. Quei soldi dovrebbero servire per formazione, opportunità, supporto all’avvio di attività, o anche per aiutare un’azienda a coprire parte dello stipendio di una persona che assume grazie a quell’aiuto.
In sostanza, secondo il Professor Pelanda, il sistema di Welfare attuale in Italia in qualche modo spreca soldi, perché non risolve il problema reale. Si limita a tamponare la difficoltà senza permettere alla persona di tornare ad essere una parte attiva della società, capace di creare valore.
Il problema è che gli umani devono migliorare il loro cervello e se uno non ci mette tanti soldi per farlo, non ci riesce. Quindi chi non ha un'istruzione sufficiente verrà tagliato fuori.
Per fare un esempio concreto: ai tempi dei primi computer molte persone erano disperate e temevano di perdere il lavoro. Ch riuscì a restare competitivo sul mercato del lavoro fu chi, anche con fatica, decise di formarsi sull'utilizzo dei nuovi personal computer.
Direi che l'esempio è chiaro: il problema è che abbiamo un analfabetismo di ritorno in buona parte della popolazione. Poi, in base al principio del "minimo sforzo", c'è una tendenza a cercare di risolvere un problema solo premendo un bottone e facendoselo spiegare.
Questo porta a un gap cognitivo, per cui le persone non sono sufficientemente e intellettualmente potenziate per riuscire a interagire con questi sistemi di intelligenza artificiale, anche al netto del fatto che, per ora, si tratta di qualcosa di relativamente semplice. Quel che occorrerebbe, sarebbe investire soldi per mettere in priorità l'educazione di massa, per riuscire a trasformare la rivoluzione tecnologica da fatto negativo, a qualcosa di positivo.
In sostanza: volete un capitalismo di massa? Cioè per tutti? Bene, dobbiamo investire 10 volte, 15 volte di più di quello che stiamo facendo sull'educazione continua e la formazione per tutta la vita per avere il capitalismo di massa. Se la politica non capisce questa cosa qui, dovrà gestire un impoverimento crescente.