L'amministrazione Trump ha alzato il tiro nella battaglia contro la regolamentazione dei contenuti online, colpendo direttamente chi si occupa di moderazione e ricerca sulla disinformazione. Il Dipartimento di Stato ha annunciato martedì sanzioni che vietano l'accesso agli Stati Uniti per cinque figure chiave del panorama europeo impegnate nel contrasto all'odio digitale e alla disinformazione, con una minaccia esplicita di espandere ulteriormente la lista. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che il dipartimento è "pronto e disponibile ad ampliare l'elenco odierno se altri attori stranieri non cambiano rotta", in quella che appare come un'intimidazione sistematica verso chi lavora sul tema della moderazione dei contenuti.
Tra i colpiti figura Thierry Breton, ex commissario europeo considerato uno degli architetti del Digital Services Act, la legislazione europea che impone obblighi di trasparenza e responsabilità alle piattaforme digitali. Sarah Rogers, sottosegretaria di Stato, ha citato specificamente una lettera che Breton inviò a Elon Musk prima di un evento in livestream con Donald Trump, nella quale ricordava gli obblighi legali di X ai sensi del DSA riguardo contenuti illegali e disinformazione. La sanzione contro Breton rappresenta un colpo diretto alla regolamentazione europea del settore tech, sempre più nel mirino dell'amministrazione statunitense.
Particolarmente significativa è l'inclusione di Imran Ahmed, direttore del Center for Countering Digital Hate, un'organizzazione specializzata nell'identificazione e nel contrasto dell'hate speech online. Ahmed è già stato nel mirino di Musk, che nel 2024 aveva tentato di censurare il CCDH attraverso una causa legale poi respinta. Il giudice Charles Breyer aveva scritto all'epoca che la motivazione di X per citare in giudizio l'organizzazione era "punire il CCDH per le pubblicazioni che criticavano X Corp. e forse per dissuadere altri dal fare lo stesso". Ora il ricercatore risulta deportabile dagli Stati Uniti secondo le nuove direttive.
L'elenco delle sanzioni include anche Anna-Lena von Hodenberg e Josephine Ballon, alla guida di HateAid, un'organizzazione no-profit che nel 2023 aveva intentato una causa contro X per non aver rimosso contenuti antisemiti illegali. Completa la lista Clare Melford, responsabile del Global Disinformation Index, che si occupa di "correggere i sistemi che abilitano la disinformazione". Tutti i ricercatori sanzionati sono ora soggetti al divieto di ingresso negli Stati Uniti e potenzialmente deportabili se già presenti sul territorio americano.
Il comunicato stampa che annuncia le sanzioni porta il titolo "Annuncio di azioni per combattere il complesso industriale della censura globale", un termine caro ai repubblicani come Jim Jordan, presidente della Commissione Giudiziaria della Camera, che da tempo si battono contro i tentativi di applicare fact-checking e ricerca sulla disinformazione alle reti sociali. La mossa si inserisce in un quadro più ampio di pressioni: all'inizio del mese, Reuters aveva riportato che il Dipartimento di Stato aveva ordinato ai consolati statunitesi di valutare il rifiuto di visti H-1B per candidati coinvolti nella moderazione dei contenuti.
La tensione tra Stati Uniti ed Europa sul fronte tech si sta intensificando rapidamente. Pochi giorni fa, l'Ufficio del rappresentante per il commercio degli Stati Uniti ha minacciato ritorsioni contro giganti tecnologici europei come Spotify e SAP per attività ritenute "discriminatorie" nella regolamentazione delle piattaforme tech statunitensi. Le sanzioni contro i ricercatori europei rappresentano un'escalation senza precedenti, trasformando un dibattito normativo in una questione di sicurezza nazionale con implicazioni concrete sulla libertà di movimento e di ricerca.