La creatività artificiale ha raggiunto una soglia critica che ridefinisce i confini tra intelligenza umana e computazionale. Un'indagine scientifica di portata eccezionale, condotta dall'Università di Montréal in collaborazione con Mila – il Quebec Artificial Intelligence Institute – e con il contributo di Yoshua Bengio, pioniere del deep learning, ha messo a confronto le capacità creative di oltre 100.000 partecipanti umani con quelle dei più avanzati modelli linguistici generativi. I risultati, pubblicati su Scientific Reports (parte del portfolio Nature) il 21 gennaio 2026, documentano per la prima volta su scala massiva come sistemi quali GPT-5, Claude e Gemini possano superare la creatività media umana in compiti linguistici specifici, pur rimanendo significativamente indietro rispetto agli individui più creativi della popolazione.
La metodologia adottata dal team guidato dal professor Karim Jerbi, docente di psicologia all'Université de Montréal e ricercatore associato a Mila, si basa sul Divergent Association Task (DAT), uno strumento psicometrico sviluppato da Jay Olson dell'University of Toronto. Questo test valuta la creatività divergente – la capacità di generare idee diverse e originali da un singolo stimolo – chiedendo ai partecipanti, umani o artificiali, di elencare dieci parole il più possibile distanti semanticamente tra loro. Un esempio di risposta altamente creativa include termini come "galassia, forchetta, libertà, alghe, armonica, quantistico, nostalgia, velluto, uragano, fotosintesi". La correlazione tra prestazioni al DAT e altri test consolidati di creatività nella scrittura, nella generazione di idee e nella risoluzione creativa di problemi ne conferma la validità come strumento diagnostico, nonostante la sua apparente semplicità e la durata di soli due-quattro minuti.
L'analisi comparativa ha rivelato un pattern chiaro e sorprendente. Alcuni modelli di intelligenza artificiale basati su architetture di grandi dimensioni hanno effettivamente superato il punteggio medio ottenuto dagli esseri umani nei test di creatività linguistica divergente. Tuttavia, quando i ricercatori hanno esaminato separatamente la metà più creativa dei partecipanti umani, i loro punteggi medi hanno superato quelli di ogni singolo sistema AI testato. Il divario è diventato ancora più marcato considerando il 10% degli individui più creativi, che hanno mostrato un vantaggio netto e consistente rispetto alle prestazioni massime raggiunte dalle macchine.
Per verificare se il successo dell'intelligenza artificiale in compiti semplici di associazione lessicale si estendesse ad attività creative più complesse e realistiche, il team ha condotto ulteriori esperimenti. I ricercatori Antoine Bellemare-Pépin, ricercatore postdottorale all'Université de Montréal, e François Lespinasse, dottorando alla Concordia University (co-primi autori dello studio), hanno confrontato le prestazioni di umani e AI nella composizione di haiku – brevi componimenti poetici di tre versi –, nella scrittura di trame cinematografiche e nella produzione di racconti brevi. Anche in questi contesti più articolati, il pattern si è ripetuto: mentre i sistemi AI talvolta superavano la performance media umana, i creatori umani più abili hanno costantemente prodotto opere più originali e di qualità superiore.
Un aspetto particolarmente rilevante emerso dalla ricerca riguarda la plasticità della creatività artificiale. Gli scienziati hanno dimostrato che le capacità creative dei modelli linguistici non sono fisse, ma possono essere modulate attraverso parametri tecnici, in particolare il cosiddetto temperature, che controlla il grado di prevedibilità o esplorazione delle risposte generate. A valori di temperatura più bassi, l'AI produce output convenzionali e sicuri; a temperature più elevate, le risposte diventano più variegate, meno prevedibili e maggiormente esplorative, permettendo al sistema di allontanarsi dalle associazioni familiari. Inoltre, la formulazione delle istruzioni – il cosiddetto prompting – influenza drasticamente la creatività: prompt che incoraggiano i modelli a riflettere sull'etimologia e sulla struttura delle parole generano associazioni più inaspettate e punteggi creativi più elevati, evidenziando come la creatività dell'AI dipenda fortemente dalla guida umana.
L'indagine offre una prospettiva equilibrata rispetto ai timori diffusi che l'intelligenza artificiale possa sostituire i professionisti creativi. Come sottolinea il professor Jerbi, l'AI generativa non sostituirà i creatori, ma trasformerà profondamente il modo in cui immaginano, esplorano e creano – per coloro che sceglieranno di utilizzarla. Piuttosto che segnalare la fine delle carriere creative, i risultati suggeriscono un futuro in cui l'AI funzioni come assistente creativo, ampliando le idee e aprendo nuovi percorsi esplorativi che possano amplificare l'immaginazione umana anziché soppiantarla.
La ricerca, che ha coinvolto anche Google DeepMind e beneficiato dell'esperienza di Yoshua Bengio – fondatore di Mila e LoiZéro, insignito del Turing Award per i suoi contributi pionieristici al deep learning –, solleva interrogativi fondamentali sulla natura stessa della creatività nell'era delle macchine intelligenti. Gli sviluppi futuri dovranno approfondire non solo le capacità quantitative dei sistemi AI, ma anche la qualità, l'autenticità e il valore culturale delle loro produzioni creative. Resta inoltre da esplorare come l'interazione prolungata con strumenti creativi artificiali possa influenzare lo sviluppo delle capacità creative umane, aprendo nuove frontiere per la ricerca cognitiva e neuropsicologica.