Il crollo della diga di Fundão, avvenuto nel novembre 2015 nello stato brasiliano del Minas Gerais, continua a rappresentare una minaccia concreta per la salute pubblica quasi un decennio dopo il disastro. Un team internazionale di ricercatori ha dimostrato che gli alimenti coltivati nelle aree contaminate dai residui minerari rilasciati lungo l'estuario del fiume Doce potrebbero comportare rischi sanitari significativi, specialmente per i bambini sotto i sei anni. Lo studio, condotto da scienziati dell'Università di San Paolo, dell'Università Federale di Espírito Santo e dell'Università di Santiago de Compostela, rappresenta il primo tentativo sistematico di collegare il trasferimento di elementi potenzialmente tossici dal suolo alle colture con valutazioni quantitative del rischio per la salute umana.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Environmental Geochemistry and Health, si è concentrata su tre colture fondamentali per l'alimentazione locale: banane, manioca e cacao. Gli scienziati hanno analizzato la presenza di cadmio, cromo, rame, nichel e piombo nei tessuti commestibili di queste piante, metalli che si legano agli ossidi di ferro, componente principale dei detriti minerari. La metodologia ha previsto la raccolta accurata di campioni di suolo e vegetali, seguita da una procedura analitica che ha trasformato i tessuti vegetali essiccati in soluzioni attraverso digestione acida, permettendo di determinare con precisione le concentrazioni di elementi tossici espresse in milligrammi per chilogrammo di biomassa secca.
Amanda Duim, autrice principale dello studio e ricercatrice presso la Scuola di Agronomia Luiz de Queiroz dell'Università di San Paolo, ha sviluppato questo lavoro nell'ambito del suo dottorato iniziato nel 2019. "L'obiettivo era comprendere il percorso completo: dal suolo all'acqua, dall'acqua alla pianta, fino alle foglie e ai frutti", spiega Duim. La ricerca ha rivelato dinamiche di assorbimento diverse a seconda delle specie: nelle banane e nella manioca, quasi tutti gli elementi tossici si concentrano nelle parti sotterranee come radici e tuberi, mentre il cacao mostra accumuli elevati anche in fusti, foglie e frutti. Nel caso specifico della polpa di cacao, le concentrazioni di rame e piombo hanno superato i limiti stabiliti dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura.
La valutazione del rischio sanitario si è basata su tre parametri quantitativi standardizzati: il quoziente di rischio (RQ), l'indice di rischio (RI) e l'indice di rischio totale (TRI). Quest'ultimo confronta l'assunzione giornaliera stimata di una sostanza con una dose di riferimento considerata sicura: un valore di TRI inferiore a 1 indica rischio trascurabile, mentre valori superiori segnalano potenziali preoccupazioni sanitarie. I ricercatori hanno differenziato le analisi per fasce d'età, considerando che i bambini, a causa del minor peso corporeo e del metabolismo in fase di sviluppo, risultano più vulnerabili all'esposizione a contaminanti ambientali.
Le dosi giornaliere di riferimento considerate nello studio seguono gli standard internazionali: 0,05 milligrammi per chilogrammo per il cadmio nei frutti, 0,1 mg/kg nei tuberi, 0,5-1,0 mg/kg per il cromo, 20,0 mg/kg per il rame, 0,5-1,0 mg/kg per il nichel, 0,8-2,3 mg/kg per il piombo e 50,0 mg/kg per lo zinco. Le concentrazioni di cadmio rilevate nelle banane hanno superato le raccomandazioni FAO, aggiungendosi alle preoccupazioni legate al piombo. Come sottolinea Tamires Cherubin, esperta in scienze della salute e coautrice dello studio, "l'esposizione prolungata al piombo, anche a livelli bassi, può influenzare permanentemente lo sviluppo cerebrale, riducendo potenzialmente il quoziente intellettivo e contribuendo a problemi di attenzione e comportamento".
Il team di ricerca ha integrato nelle proprie analisi dati di consumo alimentare forniti dall'Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica, considerando le abitudini alimentari locali, la durata dell'esposizione nel ciclo vitale e le differenze di peso corporeo tra bambini e adulti. "Questi elementi esistono naturalmente nell'ambiente e siamo esposti a concentrazioni più basse in condizioni normali", precisa Cherubin. "Ma in seguito a un disastro come quello di Mariana, quando l'esposizione aumenta drasticamente, dobbiamo esercitare estrema cautela". Gli effetti acuti dell'esposizione possono includere irritazioni cutanee, problemi oculari e disturbi gastrointestinali, mentre l'inalazione di particelle contaminate può danneggiare i polmoni.
Tiago Osório, agronomo e professore presso il Dipartimento di Scienze del Suolo dell'ESALQ-USP, coordina da anni le ricerche sugli impatti del crollo della diga. "Abbiamo ottenuto i primi campioni sette giorni dopo l'incidente e abbiamo immediatamente compreso l'imminente rischio di contaminazione di piante, suolo, acqua e pesci. Ma restava la domanda fondamentale: questa contaminazione rappresenta un rischio per la salute umana?". La risposta, emersa dopo anni di analisi sistematiche, conferma che il rischio esiste, particolarmente per le popolazioni più vulnerabili. Il lavoro di Duim ha prodotto sette pubblicazioni internazionali e ha ricevuto nel 2025 due riconoscimenti prestigiosi: il Premio Tesi USP per la Sostenibilità e il Premio Tesi CAPES, conferito dal Ministero dell'Educazione brasiliano.
L'aspetto più preoccupante riguarda gli effetti cumulativi a lungo termine. Considerando l'aspettativa di vita media in Brasile di circa 75 anni, l'esposizione prolungata attraverso alimenti contaminati potrebbe causare danni genetici diretti e indiretti al DNA, aumentando il rischio di sviluppare tumori del sistema nervoso centrale, dell'apparato digerente e dei tessuti ematopoietici. "Tutto dipende dalla capacità dell'organismo umano di assorbire e metabolizzare questi elementi disponibili nell'ambiente", conclude Cherubin. La ricerca sottolinea l'urgenza di monitoraggi continui e di strategie di mitigazione per proteggere le comunità che dipendono dall'agricoltura nelle aree colpite dal disastro minerario.
Parallelamente all'analisi dei rischi sanitari, il team ha anche esplorato potenziali soluzioni di fitorisanamento, identificando diverse specie vegetali native capaci di assorbire e concentrare elementi tossici, contribuendo così alla bonifica degli ambienti contaminati. Questi risultati, già pubblicati in studi precedenti, aprono prospettive concrete per strategie di recupero ambientale che combinino sicurezza alimentare e ripristino ecologico nelle regioni interessate dalla contaminazione mineraria.