Il cuore conta meno del cervello
L'équipe guidata da Hamilton Se-Hwee Oh ha scoperto che avere un cervello o un sistema immunitario dall'età biologica inferiore riduce il rischio di morte del 40%, percentuale che sale al 56% quando entrambi questi sistemi risultano particolarmente giovani. Al contrario, mantenere organi come cuore o polmoni apparentemente più giovani dell'età anagrafica non ha mostrato correlazioni significative con una maggiore longevità durante il periodo di osservazione dello studio.
Questa asimmetria nell'importanza degli organi rappresenta una svolta concettuale importante. Come spiega Alan Cohen della Columbia University: "Il cervello e il sistema immunitario coordinano molte altre funzioni corporee, quindi non sorprende che possano avere effetti sproporzionati sulla durata della vita quando qualcosa va storto".
L'analisi di 44.000 persone rivela i segreti dell'invecchiamento
Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno analizzato i livelli di quasi 3.000 proteine presenti nei campioni di sangue di oltre 44.000 persone arruolate nel UK Biobank, tutte di età compresa tra 40 e 70 anni al momento dell'arruolamento. Utilizzando dati genetici provenienti da studi precedenti, il team è riuscito a mappare la provenienza di queste proteine nell'organismo, identificando decine di marcatori specifici per 11 diverse aree corporee.
Gli scienziati hanno quindi addestrato modelli di apprendimento automatico per stimare l'età dei partecipanti basandosi sui dati proteici, creando un modello separato per ciascuna delle 11 parti del corpo studiate: sistema immunitario, cuore, cervello, fegato, polmoni, muscoli, pancreas, reni, intestino e tessuto adiposo.
Quando gli organi invecchiano troppo in fretta
I risultati hanno mostrato che avere anche solo un organo prematuramente invecchiato o un sistema immunitario dall'età biologica superiore era collegato a un aumento del rischio di morte da 1,5 a 3 volte durante i 11 anni di follow-up medio. Il rischio aumentava proporzionalmente al numero di aree corporee che mostravano segni di invecchiamento accelerato.
Questa scoperta conferma che gli organi invecchiano a ritmi diversi, un fenomeno già noto ma di cui finora non si comprendeva appieno l'impatto sulla longevità complessiva. Lo studio dimostra che non tutti gli organi hanno lo stesso peso nel determinare la durata della vita, sfidando l'idea che un invecchiamento uniforme sia l'obiettivo principale per una longevità ottimale.
Limiti e prospettive future
Nonostante i risultati promettenti, gli stessi ricercatori riconoscono alcune limitazioni del loro lavoro. Come sottolinea Cohen, è improbabile che i marcatori proteici riflettano perfettamente il processo di invecchiamento: "Potremmo avere una conoscenza incompleta di quali proteine provengano realmente da quali organi, e le proteine di un determinato organo potrebbero essere meglio rappresentate nel sangue rispetto ad altre".
Richard Siow del King's College di Londra evidenzia inoltre che i partecipanti erano principalmente benestanti e di origine europea, rendendo necessari ulteriori studi che coinvolgano popolazioni più etnicamente ed economicamente diverse per verificare i risultati. Oh conferma che il team sta già pianificando ricerche in questa direzione.
Attualmente non esistono metodi specifici per ridurre selettivamente l'invecchiamento di cervello e sistema immunitario, ammette Oh. Tuttavia, l'identificazione di marcatori specifici dell'invecchiamento cerebrale e immunitario potrebbe aprire la strada allo sviluppo di farmaci mirati per aumentare la longevità, concentrando gli sforzi terapeutici su quelli che sembrano essere i veri pilastri di una vita lunga e sana.