Le città del mondo si trovano di fronte a una sfida apparentemente paradossale: da un lato devono costruire massicciamente per rispondere alla crescente domanda abitativa, dall'altro sono chiamate a ridurre le emissioni di gas serra del settore edilizio di oltre il 90% entro i prossimi due-quattro decenni, se vogliamo mantenere il riscaldamento globale sotto i 2°C. Una ricerca condotta dall'Università di Toronto ha ora quantificato per la prima volta su scala urbana quale dovrebbe essere il "budget di carbonio" per le costruzioni di oltre mille città, fornendo uno strumento cruciale per la pianificazione climatica locale.
Il problema è di portata globale e urgente. Come sottolinea Shoshanna Saxe, una delle autrici dello studio, paesi come Canada, Stati Uniti e Australia affrontano un deficit abitativo significativo e puntano a triplicare o comunque aumentare drasticamente la costruzione di nuove case. La domanda fondamentale diventa quindi: come costruire molto di più inquinando molto meno? A livello planetario, il settore delle costruzioni genera tra il 10% e il 20% di tutte le emissioni di gas serra, con una quota preponderante attribuibile alla produzione di cemento.
La novità metodologica della ricerca sta nell'aver colmato una lacuna sorprendente: quando il gruppo di Toronto è stato incaricato di calcolare le emissioni da costruzione per la propria città, i ricercatori hanno scoperto che pochissimi studi avevano tentato di stimare questi dati su scala urbana. Keagan Rankin, membro del team, ha quindi sviluppato un approccio innovativo combinando EXIOBASE, un modello esistente per valutare l'impatto ambientale dei prodotti lungo il loro intero ciclo di vita, con dati demografici, tassi di crescita urbana, investimenti nel settore edilizio e livelli occupazionali di 1033 città.
Il team ha poi calcolato la velocità con cui ciascuna città dovrebbe ridurre le proprie emissioni da costruzione per rimanere entro il budget di carbonio globale residuo compatibile con un aumento della temperatura di 2°C. Questi numeri rappresentano strumenti essenziali per la pianificazione: le amministrazioni locali devono conoscere il budget disponibile per settore per poter agire efficacemente.
L'analisi rivela che le città supereranno inevitabilmente questi budget se risponderanno alla domanda abitativa costruendo case unifamiliari tradizionali. La priorità deve essere data a complessi residenziali multi-unità, strutturalmente più efficienti. L'uso di materiali alternativi come il legno o il cemento riciclato può certamente contribuire alla riduzione delle emissioni, ma secondo Saxe è la qualità progettuale a fare davvero la differenza. L'entusiasmo diffuso per gli edifici in legno, avverte la ricercatrice, si basa spesso su assunzioni eccessivamente ottimistiche riguardo ai tassi di crescita forestale: anche il legno ha un'impronta carbonica, che diventa zero solo in condizioni ideali.
Una progettazione intelligente che minimizzi gli spazi inutilizzati e le strutture ridondanti risulta in realtà molto più efficace di un semplice cambio di materiali. Le città, secondo Rankin, sono attori ideali per implementare queste trasformazioni: dispongono di considerevole potere decisionale sul settore edilizio e mostrano generale disponibilità ad agire per il clima. Il problema principale, emerso chiaramente dal caso di Toronto, è che molte amministrazioni non hanno le risorse per determinare il proprio budget di carbonio specifico.
Prajal Pradhan dell'Università di Groningen sottolinea l'urgenza della questione con un dato inequivocabile: senza ridurre le emissioni del settore costruzioni, non è possibile rispettare l'Accordo di Parigi, anche azzerando completamente tutte le altre fonti di emissione. La prospettiva del budget urbano, secondo il ricercatore olandese, offre un approccio particolarmente utile per affrontare il problema.
Susan Roaf della Heriot Watt University nel Regno Unito aggiunge un'altra dimensione critica: è fondamentale progettare edifici a basse emissioni durante l'intero ciclo di vita, non solo nella fase costruttiva. Soluzioni come la ventilazione naturale possono ridurre drasticamente l'impatto ambientale a lungo termine. Non possiamo continuare a sviluppare città popolate da quelli che Roaf definisce "zombie buildings", edifici estremamente inquinanti che perpetuano modelli insostenibili.
La ricerca evidenzia anche una questione di priorità nell'allocazione delle risorse costruttive. Saxe porta l'esempio canadese: il paese continua a investire massicciamente in infrastrutture per petrolio e gas. Ridimensionare questi investimenti libererebbe capacità costruttiva sufficiente per realizzare nuove abitazioni per 10 milioni di persone senza incrementare le emissioni complessive. La buona notizia, conclude la ricercatrice, è che gli edifici che rispettano questi obiettivi esistono già e vengono costruiti: dobbiamo semplicemente costruirne di più tra quelli virtuosi e meno tra quelli problematici. Le competenze e le conoscenze necessarie sono disponibili da decenni: si tratta ora di applicarle sistematicamente.