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Senza dormire, il cervello prova a ripulirsi… male

Durante il sonno il cervello si pulisce con il liquido cerebrospinale. La mancanza di riposo causa questa attività da svegli, provocando cali di attenzione

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Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 30/10/2025 alle 08:55

La notizia in un minuto

  • Il cervello effettua una pulizia notturna attraverso il liquido cerebrospinale che elimina i rifiuti metabolici, ma quando non dormiamo abbastanza tenta di recuperarla durante il giorno
  • Uno studio del MIT rivela che circa due secondi prima del flusso di liquido cerebrospinale si verifica una perdita di concentrazione, dimostrando il legame tra pulizia cerebrale e calo dell'attenzione
  • La privazione del sonno costringe il cervello a completare la manutenzione da svegli, compromettendo inevitabilmente le capacità cognitive e spiegando la nebbia mentale post-notte insonne

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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Il cervello umano necessita di una vera e propria pulizia notturna, durante la quale il liquido cerebrospinale scorre ripetutamente attraverso l'organo eliminando i rifiuti metabolici accumulati durante la giornata. Questo processo, fondamentale per prevenire danni alle cellule cerebrali, avviene normalmente durante il sonno. Ma cosa succede quando non dormiamo abbastanza? Un nuovo studio del Massachusetts Institute of Technology suggerisce che il cervello tenti comunque di completare questa operazione di "lavaggio" anche da svegli, con conseguenze significative sulla nostra capacità di concentrazione.

I ricercatori guidati da Laura Lewis hanno coinvolto 26 persone di età compresa tra 19 e 40 anni in un esperimento articolato in due fasi. Inizialmente i partecipanti hanno dormito regolarmente, riposando adeguatamente. Due settimane dopo, sono stati tenuti svegli per un'intera notte in laboratorio. In entrambe le occasioni, il mattino seguente sono stati sottoposti a scansioni di risonanza magnetica mentre completavano test di attenzione che richiedevano di premere un pulsante in risposta a specifici stimoli sonori o visivi.

Come prevedibile, la privazione del sonno ha avuto un impatto drammatico sulle prestazioni cognitive. I partecipanti hanno mancato molti più stimoli quando erano esausti rispetto a quando erano ben riposati. Tuttavia, l'aspetto davvero innovativo dello studio risiede nell'analisi delle scansioni cerebrali, che ha rivelato un pattern temporale preciso e sorprendente tra il flusso del liquido cerebrospinale e i momenti di distrazione.

Il cervello anticipa la perdita di attenzione due secondi prima del lavaggio

I dati hanno mostrato che circa due secondi prima che il liquido cerebrospinale venisse espulso dalla base del cervello, i partecipanti perdevano la concentrazione. Un secondo dopo il recupero dell'attenzione, il liquido tornava a fluire nell'organo. Lewis ha utilizzato un paragone efficace per spiegare il fenomeno: pensando al processo di pulizia cerebrale come a una lavatrice, è necessario prima introdurre l'acqua, poi agitarla e infine scaricarla. La fase dell'agitazione corrisponde proprio ai momenti in cui si verificano le pause attentive.

Secondo i ricercatori, quando il cervello non riesce a effettuare questa manutenzione durante il sonno, cerca di recuperarla nelle ore diurne, ma questo compromette inevitabilmente la concentrazione. Se le onde di fluido non possono scorrere di notte perché la persona rimane sveglia, il cervello tenta di inserirle durante il giorno, pagando però il prezzo di una ridotta capacità cognitiva. Resta ancora da chiarire il meccanismo preciso attraverso cui questa pulizia cerebrale determina la perdita di attenzione.

Identificare i circuiti cerebrali responsabili di questo fenomeno potrebbe aprire nuove strade per mitigare gli effetti cognitivi della deprivazione di sonno, una condizione sempre più diffusa nelle società moderne. Lo studio fornisce una spiegazione biologica concreta a quella sensazione di nebbia mentale che tutti sperimentiamo dopo una notte insonne, dimostrando che non si tratta solo di stanchezza generica ma di un processo fisiologico specifico che il cervello deve portare a termine, volenti o nolenti.

Fonte dell'articolo: www.newscientist.com

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