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Quando il DNA antico cambia la lettura del passato

Le più recenti tecniche di sequenziamento indicano un’origine locale, ribaltando ipotesi su ascendenze africane o mediterranee.

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Avatar di Antonello Buzzi

a cura di Antonello Buzzi

Senior Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 26/01/2026 alle 08:40

La notizia in un minuto

  • Le nuove analisi genetiche hanno rivelato che la "Donna di Beachy Head", scheletro romano scoperto in Inghilterra, era britannica e non di origine africana o mediterranea come ipotizzato in precedenza
  • Grazie a tecniche di sequenziamento avanzate, i ricercatori hanno determinato che la giovane donna aveva carnagione chiara, occhi azzurri e capelli biondi, caratteristiche tipiche della popolazione locale della Britannia romana
  • Il caso dimostra come i progressi tecnologici nel DNA antico permettano di correggere interpretazioni precedenti e ricostruire con maggiore precisione le biografie di individui vissuti millenni fa

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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La genetica moderna sta riscrivendo le biografie di individui vissuti millenni fa, correggendo interpretazioni precedenti e offrendo nuove prospettive sulla mobilità delle popolazioni nell'antichità. Un caso emblematico riguarda uno scheletro femminile di epoca romana rinvenuto nell'Inghilterra meridionale, noto come la "Donna di Beachy Head", la cui origine geografica è stata oggetto di dibattito scientifico per oltre un decennio. Grazie alle più recenti tecniche di sequenziamento del DNA antico, i ricercatori hanno ora concluso che questa giovane donna fosse molto probabilmente britannica, contraddicendo ipotesi precedenti che la collocavano in Africa subsahariana o nel Mediterraneo orientale.

I resti furono scoperti per caso nel 2012 durante l'Eastbourne Ancestors Project, quando una scatola dimenticata venne aperta nel seminterrato del municipio di Eastbourne. All'interno giaceva lo scheletro completo di una giovane donna, accompagnato da un'etichetta manoscritta che indicava un ritrovamento avvenuto negli anni Cinquanta nei pressi del promontorio di Beachy Head. Le informazioni contestuali erano scarse, ma l'eccezionale stato di conservazione dei resti ha permesso analisi approfondite che si sono protratte per anni, con risultati inizialmente contrastanti e dibattuti nella comunità scientifica.

Le prime analisi genetiche, condotte nel 2017, avevano prodotto dati limitati e di qualità insufficiente per trarre conclusioni definitive. Ricerche non pubblicate suggerivano un'origine mediterranea, forse cipriota, ma il DNA recuperato era degradato e frammentario. Contemporaneamente, studi preliminari avevano sollevato l'ipotesi di un'ascendenza subsahariana recente, un'interpretazione che aveva suscitato notevole interesse mediatico poiché avrebbe rappresentato una rara testimonianza genetica di presenza africana nella Britannia romana. Tuttavia, l'assenza di dati robusti manteneva aperte tutte le possibilità interpretative.

Il progresso tecnologico nell'analisi del DNA antico ha radicalmente trasformato il panorama della ricerca archeologica. Nel 2024, i ricercatori hanno potuto applicare metodologie di sequenziamento di nuova generazione, recuperando quantità significativamente maggiori di materiale genetico dai resti scheletrici. Come spiega il dottor William Marsh, uno degli autori dello studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science, "utilizzando tecniche di DNA all'avanguardia e confrontando i risultati con genomi di riferimento pubblicati recentemente, siamo riusciti a determinare l'ascendenza della Donna di Beachy Head con precisione molto maggiore rispetto al passato".

L'analisi genomica ha rivelato che il suo profilo genetico corrisponde strettamente a quello di altri individui della popolazione locale della Britannia romana, senza tracce evidenti di ascendenza africana o mediterranea recente

I nuovi dati genetici hanno permesso anche di ricostruire caratteristiche fenotipiche con maggiore accuratezza. Gli scienziati hanno determinato che la donna aveva probabilmente carnagione chiara, occhi azzurri e capelli biondi, caratteristiche coerenti con le popolazioni dell'Inghilterra meridionale di quel periodo. Queste informazioni sono state utilizzate per aggiornare la ricostruzione facciale digitale, sostituendo rappresentazioni precedenti basate su ipotesi meno fondate.

L'analisi fisica dello scheletro fornisce ulteriori dettagli sulla sua vita. La donna aveva un'età compresa tra 18 e 25 anni al momento della morte e un'altezza di poco superiore a 1,5 metri, nella media per le popolazioni femminili dell'epoca. Una lesione ossea guarita sulla gamba testimonia un trauma significativo sopravvissuto, mentre le analisi isotopiche di carbonio e azoto nei suoi resti ossei indicano un consumo regolare di prodotti ittici, coerente con una vita nelle vicinanze della costa.

La datazione al radiocarbonio colloca la morte della donna tra il 129 e il 311 d.C., nel pieno dell'occupazione romana della Britannia. Questo periodo, iniziato sotto l'imperatore Claudio nel I secolo d.C., vide la creazione di una vasta rete di insediamenti, forti e strade che collegavano l'isola all'impero più ampio. L'area di Beachy Head era particolarmente popolata: nelle vicinanze sorgevano una villa a Eastbourne, un forte a Pevensey e diverse comunità rurali a Bullock Down e Birling. Iscrizioni storiche e reperti archeologici documentano intensi scambi tra la Britannia e il Nord Africa durante questo periodo, con movimenti di popolazione che continuarono anche dopo la fine del dominio romano.

La dottoressa Selina Brace, specialista in DNA antico e autrice senior dello studio, sottolinea come questo caso illustri l'evoluzione continua della conoscenza scientifica: "La nostra comprensione scientifica è in costante evoluzione, e come ricercatori è nostro dovere continuare a cercare risposte. Grazie ai progressi tecnologici avvenuti nel decennio trascorso dalla scoperta della Donna di Beachy Head, siamo entusiasti di presentare questi nuovi dati completi e di condividere maggiori informazioni su questa persona e la sua vita".

Fonte dell'articolo: www.sciencedaily.com

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