Nel cuore di ogni grande galassia si nasconde un mostro invisibile: un buco nero supermassiccio con una massa che può raggiungere miliardi di volte quella del nostro Sole. Per decenni, gli astronomi hanno faticato a comprendere questi giganti cosmici, poiché la loro natura li rende praticamente impossibili da osservare direttamente. Tuttavia, un evento straordinario osservato da un team internazionale di ricercatori guidato dall’Università di Tel Aviv potrebbe rivoluzionare la nostra comprensione di questi fenomeni celesti e delle spettacolari esplosioni di luce che li accompagnano.
Quando le stelle giocano con il fuoco cosmico
La scoperta riguarda un fenomeno noto come evento di distruzione mareale, che si verifica quando una stella si avvicina troppo a un buco nero. Tradizionalmente, gli scienziati credevano che questi incontri fossero sempre fatali per la stella, che veniva completamente distrutta dalle immense forze gravitazionali. Tuttavia, l’osservazione dell’evento catalogato come AT 2022dbl ha ribaltato questa convinzione consolidata.
Il bagliore luminoso identificato dai ricercatori è apparso nella stessa identica posizione di un evento simile verificatosi circa due anni prima. Questa ripetizione quasi perfetta suggerisce che la stella protagonista del primo incontro sia sopravvissuta parzialmente alla sua danza pericolosa con il buco nero, per poi tornare a sfidare nuovamente il destino in un secondo passaggio.
La rivelazione che cambia tutto
Il team di ricerca, coordinato dalla dottoressa Lydia Makrygianni sotto la supervisione del professor Iair Arcavi dell’Università di Tel Aviv, ha pubblicato i risultati di questa scoperta pionieristica sull’Astrophysical Journal Letters. La ricerca rappresenta il primo caso confermato di una stella che è riuscita a sopravvivere a un incontro con un buco nero supermassiccio, contraddicendo le teorie astrofisiche precedenti.
Per comprendere l’importanza di questa scoperta, bisogna considerare che gli eventi di distruzione mareale si verificano molto raramente, circa una volta ogni 10.000-100.000 anni per galassia. Quando accadono, metà della massa stellare viene “inghiottita” dal buco nero, mentre l’altra metà viene violentemente scagliata nello spazio. Il materiale che precipita nel buco nero forma un disco di accrescimento che ruota a velocità prossime a quelle della luce, riscaldandosi fino a temperature estreme e producendo una luminosità straordinaria.
Un enigma durato un decennio
Negli ultimi dieci anni, gli astronomi si sono trovati di fronte a un paradosso: i bagliori osservati durante questi eventi risultavano significativamente meno brillanti e caldi rispetto alle previsioni teoriche. Questa discrepanza ha alimentato numerosi dibattiti scientifici e tentativi di spiegazione, tutti rimasti inconcludenti fino alla scoperta di AT 2022dbl.
La ripetizione quasi identica del bagliore dopo due anni fornisce ora una spiegazione elegante a questo mistero. Come spiega il professor Arcavi, questi fenomeni potrebbero rappresentare più uno “spuntino” per il buco nero piuttosto che un “pasto completo”, il che spiegherebbe l’intensità ridotta rispetto alle aspettative teoriche basate sulla distruzione totale della stella.
Verso una nuova comprensione dell’universo
Le implicazioni di questa scoperta si estendono ben oltre la comprensione di un singolo evento astronomico. La possibilità che molti dei bagliori precedentemente interpretati come distruzioni complete siano in realtà eventi parziali richiede una revisione sostanziale delle nostre conoscenze sui buchi neri supermassicci e sui loro effetti sulle galassie ospiti.
Il professor Arcavi e il suo team attendono ora con particolare interesse l’inizio del 2026, quando potrebbe verificarsi un terzo bagliore dalla stessa posizione. Se questo dovesse accadere, confermerebbe che anche il secondo evento è stato una distruzione parziale, suggerendo che il fenomeno potrebbe essere più comune di quanto immaginato. Al contrario, l’assenza di un terzo bagliore indicherebbe che la stella è stata completamente distrutta al secondo passaggio.
Questa ricerca dimostra come l’universo continui a sorprenderci, sfidando le nostre certezze scientifiche e aprendo nuovi orizzonti nella comprensione dei mostri gravitazionali che dominano i centri galattici. La scoperta, che ha coinvolto anche ricercatori dell’Università Ebraica di Gerusalemme e collaboratori internazionali, rappresenta un esempio perfetto di come l’osservazione paziente e sistematica del cosmo possa rivelare segreti inaspettati dell’universo che ci circonda.