Nella medicina preventiva moderna, il concetto di vaccino come strumento di protezione mirata contro un singolo agente patogeno si rivela sempre più riduttivo. Un numero crescente di studi epidemiologici di larga scala sta documentando come diversi vaccini comunemente diffusi esercitino effetti protettivi ben al di là del loro bersaglio primario, con ricadute significative su malattie cardiovascolari, neurodegenerative e oncologiche. Questo campo di ricerca emergente sta ridisegnando la nostra comprensione del sistema immunitario e del modo in cui le infezioni virali, anche quelle apparentemente banali, lasciano tracce durature nell'organismo.
Uno degli esempi più documentati riguarda il vaccino contro l'herpes zoster, la malattia comunemente nota come fuoco di Sant'Antonio, causata dalla riattivazione del virus varicella-zoster, lo stesso responsabile della varicella nell'infanzia. Il virus, dopo la prima infezione, rimane latente nelle cellule nervose per decenni, potendo riattivarsi in età adulta con conseguenze dolorose e talvolta permanenti. Uno studio condotto su oltre un milione di individui ha rilevato che i soggetti vaccinati con Zostavax presentavano una probabilità inferiore del 26% di morire per malattie cardiache o di subire un ictus, un infarto o uno scompenso cardiaco nel corso dei sei anni successivi alla vaccinazione.
Ancora più significativi sono i dati relativi alla demenza. I soggetti trattati con il vaccino di nuova generazione Shingrix mostravano una probabilità inferiore del 17% di sviluppare demenza nei sei anni successivi rispetto a quelli che avevano ricevuto Zostavax. Poiché diversi studi hanno dimostrato in modo indipendente che anche Zostavax riduce il rischio di demenza, la protezione complessiva offerta da Shingrix rispetto alla non vaccinazione risulta presumibilmente ancora più ampia. Un dato che acquista rilevanza ulteriore se si considera che anche i vaccini antinfluenzali e quello contro la tubercolosi sembrano associarsi a una riduzione del rischio neurodegenerativo.
Sul fronte cardiovascolare, i vaccini antinfluenzali offrono un ulteriore contributo quantificabile. Una meta-analisi che ha aggregato i dati provenienti da sei trial clinici su oltre 9.000 partecipanti ha documentato una riduzione del 34% del rischio di infarto o ictus nell'anno successivo alla vaccinazione antinfluenzale. L'effetto protettivo risultava ancora più pronunciato nei soggetti con una storia recente di problemi cardiaci, suggerendo che la prevenzione dell'infiammazione sistemica indotta dall'influenza possa svolgere un ruolo cruciale nella protezione del miocardio e dei vasi sanguigni.
Anche i nuovi vaccini contro il virus respiratorio sinciziale (RSV), recentemente introdotti per la popolazione anziana, mostrano benefici extrabersaglio. Uno studio su circa 130.000 persone con età superiore ai 60 anni ha evidenziato che i vaccinati erano meno frequentemente ospedalizzati per problemi cardiaci e polmonari rispetto ai non vaccinati. Nel contesto dei vaccini a mRNA contro SARS-CoV-2, emerge un dato di particolare interesse immunologico: questi vaccini sembrano potenziare la risposta immunitaria antitumorale quando somministrati in combinazione con l'immunoterapia, contribuendo a prolungare la sopravvivenza in alcuni pazienti oncologici.
Per comprendere questi benefici trasversali, è necessario esaminare i meccanismi biologici con cui le infezioni virali danneggiano l'organismo in modo che va ben oltre la fase acuta. I virus possono causare danni fisici permanenti ai tessuti e innescare risposte immunitarie che si ritorcono contro l'organismo stesso: le cosiddette tempeste di citochine, in cui il sistema immunitario rilascia quantità eccessive di molecole di segnalazione pro-infiammatoria, sono responsabili di molte morti nei quadri gravi di influenza e COVID-19. Esistono inoltre prove crescenti che la sclerosi multipla sia una conseguenza della risposta immunitaria al virus di Epstein-Barr.
Alcuni virus adottano strategie attive per eludere le difese immunitarie, compromettendone l'efficienza complessiva. Il virus dell'immunodeficienza umana (HIV) rappresenta il caso limite, ma anche il virus varicella-zoster, capace di persistere a vita nell'organismo ospite, e il papillomavirus umano (HPV), che integra il proprio genoma nel DNA delle cellule infettate — meccanismo alla base della sua capacità di indurre trasformazioni neoplastiche — illustrano come le infezioni virali possano avere implicazioni biologiche di lungo periodo e su più sistemi organici.
Un caso esemplare dell'impatto sistemico delle infezioni virali è quello del morbillo. Prima del 1980, la malattia causava oltre 2 milioni di morti l'anno nel mondo; nel 2024 i decessi si sono ridotti a meno di 100.000, principalmente grazie alla vaccinazione di massa. Ma oltre a ridurre la mortalità diretta per morbillo, la vaccinazione ha prodotto un effetto inatteso: la diminuzione dei decessi infantili per altre malattie infettive. La spiegazione risiede nel fatto che il morbillo elimina alcune popolazioni di cellule immunitarie della memoria, rendendo i bambini colpiti vulnerabili a un ampio spettro di infezioni per anni dopo la guarigione. Il vaccino, al contrario, sembra addestrare il sistema immunitario in modo da potenziarne la risposta di sorveglianza generale — un meccanismo talmente vantaggioso che alcuni ricercatori hanno proposto di continuare a somministrare il vaccino contro il morbillo anche nell'ipotetica eventualità in cui la malattia venisse eradicata.
È importante segnalare che questo effetto di training immunologico non è una proprietà universale di tutti i vaccini: esistono evidenze che alcuni preparati possano esercitare effetti modulatori di segno opposto sul sistema immunitario. Questo non significa necessariamente che tali vaccini non salvino vite complessivamente, ma sottolinea la necessità di valutare ogni intervento vaccinale attraverso un'analisi costi-benefici rigorosa, che includa sia i rischi dell'infezione naturale sia quelli — generalmente molto più contenuti — della vaccinazione, tenendo conto dell'intera gamma degli effetti documentati.
La ricerca sui benefici pleiotropici dei vaccini si trova ancora in una fase di consolidamento delle evidenze. Le domande aperte riguardano principalmente i meccanismi molecolari precisi attraverso cui la prevenzione di un'infezione virale si traduce in protezione cardiovascolare o neurodegenerativa, e se questi effetti siano mediati dall'eliminazione del danno virale diretto, dalla riduzione dell'infiammazione cronica, dal potenziamento della sorveglianza immunitaria o da una combinazione di questi fattori. Chiarire questi meccanismi potrebbe aprire la strada a strategie vaccinali progettate specificamente per massimizzare la protezione multi-organo, trasformando la vaccinologia da disciplina focalizzata sulla singola malattia in uno strumento di prevenzione sistemica della salute.