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Android chiuso e proprietario, nuova strategia di Google?

Vedremo gli effetti della nuova politica già all'inizio del 2017, e con il tempo Google renderà Android sempre più chiuso e proprietario - in antitesi con la sua origine open source. È solo l'opinione di un analista, che la accompagna con riflessioni non del tutto infondate.

Google si starebbe preparando a fare di Android un sistema chiuso e proprietario. Ad affermarlo è l'analista Richard Windsor, secondo cui all'interno dell'azienda esiste già un progetto altamente riservato proprio con questo obiettivo.

Secondo Windsor Google starebbe rivendendo praticamente tutto il codice di ART (Android Run Time) per eliminare ogni traccia di AOSP, vale a dire la base open source del sistema operativo – la sigla sta infatti per Android Open Source Project.

In concreto, Windsor è convinto che Google svilupperà una propria versione proprietaria di Android e la installerà sui Nexus – che oggi invece montano la versione base, praticamente identica per esempio a quella dei Motorola.

Così facendo Google potrebbe contare su un maggiore controllo del software, e questa possibilità a sua volta renderebbe possibile aggiungere qualità e funzioni ai Nexus – una cosa che lo stesso AD Sundar Pichai ha auspicato di recente.

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"Sospetto che il risultato finale di tutto questo sia che per ottenere tutte queste nuove funzioni sui Nexus, Google dovrà usare una versione completamente chiusa e proprietaria di Android", scrive Windsor, che tra l'altro aveva già sollevato l'argomento in passato.  

Tutti gli altri produttori di smartphone potranno invece continuare a usare AOSP come base per le loro personalizzazioni. Secondo Windsor però è più probabile che i vari Samsung, LG, Huawei e così via preferiranno usare la versione di Google, che sarà più avanzata e meglio ottimizzata.

Solo così facendo Google, secondo Windsor, potrebbe mettere fine allo storico problema della frammentazione. Se avesse il controllo totale di Android, infatti, potrebbe pubblicare aggiornamenti come fa Apple, senza preoccuparsi dei ritardi dovuti agli OEM o agli operatori telefonici. Sarebbe un modello come quello di Apple e di Microsoft.

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Una scelta simile porterebbe dei vantaggi a Google ma anche qualche grattacapo, a cominciare dalle migliaia di sviluppatori che lavorano su Android proprio in virtù del fatto che è open source. L'asso nella manica dell'azienda, secondo l'analista, è Oracle.

"In Marshmallow Google è stata obbligata a usare le librerie standard di Oracle per Android Run Time. Ciò significa che Google ha in effetti perso il controllo degli futuri sviluppi software del runtime. È una cosa che semplicemente Google non può permettersi, e quando presenterà la sua versione chiusa di Android potrà dare la colpa a Oracle per questa mossa".

"La parte divertente è che alla Google I/O 2017 Google potrà alzarsi e dire siamo obbligati a renderlo proprietario", ha aggiunto Windsor. Sarà la loro risposta alle inevitabili accuse da parte di pubblico e sviluppatori.

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Ce n'è anche per Samsung, che a gennaio 2014 strinse con Google un accordo decennale sui brevetti. Così facendo l'azienda sudcoreana avrebbe perso la possibilità di rimpiazzare Nokia come colosso del settore, e quindi la possibilità di alterare in qualche modo l'evolversi degli eventi.

A molti di noi le osservazioni di Windsor potrebbero sembrare deliranti, ma è pur sempre un analista attivo nel mondo degli smartphone da moltissimo tempo, con contatti all'interno delle aziende e fonti di informazione a cui pochi possono accedere. Questo non lo rende infallibile naturalmente, ma quando dice che "comincerà ad accadere all'inizio del 2017" suscita almeno curiosità.

Di sicuro è opportuno ricordare che lo scenario descritto da Windsor è almeno parzialmente già una realtà: buona parte di Android è chiusa e proprietaria, in particolare proprio i servizi e le applicazioni di Google. L'azienda dà un (sostanzioso) contributo allo sviluppo di AOSP, ma Android come lo conosciamo non è completamente libero e open source – non se sono installati Google Play e i Google Mobile Services.

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Sundar Pichai

In Cina si trovano smartphone AOSP (senza app Google), che le persone comprano per poi installarci i software che vogliono, compresi negozi di app alternativi. Ma ciò che conosciamo in occidente è l'Android "di Google", che non è del tutto libero e aperto. Da qui a mimare l'approccio di Apple comunque ci sarebbe un bel salto.

Ma anche se Google dovesse davvero fare questa mossa, non è detto che sarebbe sufficiente a risolvere una volta per tutti la questione degli aggiornamenti. Windsor nota infatti che i produttori di smartphone guardano fino all'ultimo centesimo quando si tratta di creare un nuovo dispositivo, e probabilmente tenderebbero a creare prodotti economici ma non aggiornabili, se possibile.

Il fatto è che uno smartphone facile da aggiornare è una minaccia per chi gli smartphone li vende, e ne vuole vendere di più ogni anno. Per un OEM "aggiornare" si traduce preferibilmente in "vendere uno smartphone con la nuova versione del SO" e questo non cambierà in tempi brevi.