Emil Pagliarulo, ex sviluppatore di Bethesda che ha lavorato al celebre gioco post-apocalittico, ha recentemente sollevato il velo su quella che per molti giocatori è diventata quasi una firma distintiva della software house: la presenza massiccia di bug al day one.
In un'intervista rilasciata alla rivista Edge, Pagliarulo ha offerto uno sguardo sincero su cosa significhi davvero costruire mondi virtuali di tale portata.
La questione non si riduce semplicemente a incompetenza o scarsa attenzione ai dettagli. Al contrario, secondo lo sviluppatore, il problema affonda le radici in un'ambizione progettuale che spesso supera la capacità di prevederne tutte le conseguenze. La libertà del giocatore, elemento cardine della filosofia Bethesda, si traduce in una complessità sistemica tale da rendere praticamente impossibile anticipare ogni possibile combinazione di azioni e interazioni all'interno del mondo di gioco.
"Stavamo cercando di fare tantissimo e non riuscivamo davvero a comprendere la complessità della libertà che stavamo cercando di dare al giocatore, e di come questa potesse mandare tutto all'aria", ha ammesso Pagliarulo. La creazione di universi così vasti e interconnessi genera una rete di dipendenze nel codice dove modificare un singolo elemento può avere ripercussioni imprevedibili in aree apparentemente scollegate del gioco.
Ma c'è anche un aspetto prettamente umano che incide pesantemente sulla qualità finale del prodotto. Lo sviluppo prolungato di progetti così massicci sottopone i team a livelli di stress e affaticamento che inevitabilmente si ripercuotono sul lavoro.
"Man mano che lo sviluppo va avanti, le persone si stancano. Commettono errori", ha spiegato lo sviluppatore, evidenziando come la stanchezza cognitiva diventi un fattore critico nelle fasi finali della produzione.
Il paradosso della correzione dei bug rappresenta un ulteriore ostacolo: ogni intervento sul codice richiede estrema prudenza, perché anche la modifica apparentemente più innocua può scatenare effetti domino devastanti. Questa fragilità sistemica rende il debugging un processo lungo e delicato, dove la fretta di risolvere un problema può generarne di nuovi e più gravi.
Va detto che l'associazione tra Bethesda e bug tecnici è diventata nel tempo quasi proverbiale tra i videogiocatori, al punto che l'uscita sorprendentemente stabile di Starfield ha rappresentato un'eccezione quasi storica.
Tuttavia, sarebbe errato considerare questa caratteristica come un fenomeno esclusivamente moderno o limitato a questa software house. La storia dei videogiochi è costellata di lanci problematici, dalle prime Elder Scrolls con i celebri bug bloccanti di Daggerfall, fino alla saga Ultima.
La dimensione e la ricchezza dei mondi creati da Bethesda giustificano in parte questa propensione agli errori. Titoli che offrono sistemi di gioco interconnessi e ambientazioni curate nei minimi dettagli pagano inevitabilmente un prezzo in termini di stabilità.
Fallout 3, considerato enorme per gli standard dell'epoca, incarnava perfettamente questa filosofia progettuale: un mondo aperto post-nucleare dove ogni scelta del giocatore poteva ramificarsi in conseguenze multiple e imprevedibili.
Più che un difetto di competenza, i bug sembrano essere il prezzo inevitabile da pagare quando si tenta di spingere oltre i limiti consolidati del medium, cercando di offrire ai giocatori livelli di libertà e interattività sempre maggiori.