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NieR Replicant Ver.1.22474487139 | Recensione del remake, inizio di un fenomeno

Tornare nella mente di Yoko Taro e continuare a sviscerare il mondo di NieR era il desiderio più fulgido di tutti i videogiocatori rimasti fulminati da Automata quattro anni fa. Poter ancora una volta addentrarsi nei meandri di una narrazione che si è diramata scientemente in una saga mai sopita, ma in Occidente troppo bistrattata e spesso non considerata, è un dono fatto dal mercato videoludico giapponese a noi europei. Porgerci, quindi, un remake di NieR Replicant, undici anni dopo la sua prima release ad appannaggio del mercato orientale, è una gemma incastonata nella cintura dei nostri desideri: per rivivere un prequel che si fa forza sulle feature del proprio sequel. E che abbiamo sviscerato con lo stesso ardore che avevamo provato alla scoperta di quella perla rara che è stata l’avventura di 2B.

Morire per delle idee

NieR Replicant inizia da un prologo ambientato 1412 anni prima della nostra avventura. Un inizio che ci serve per innestare nella nostra testa qualche domanda, dei dubbi, ma la conoscenza di un rapporto fraterno che spinge il protagonista a difendere la sorella, Yonah, a tutti i costi, sia dalle ombre che da un grimorio che le si trova accanto. Terminata la battaglia che ci permette di ricordare il battle system di NieR Automata, qui quasi interamente replicato, ci ritroviamo catapultati nel futuro, 1412 anni avanti, in una bolla temporale che ha impedito al sole di tramontare. Il nostro protagonista ha ancora una volta un solo e unico obiettivo: salvare sua sorella Yonah, colpita da una malattia che la sta lentamente corrodendo e rendendo sempre più debole. Per farcela andrà a incrociare sul suo cammino, su suggerimento di Devola e Popola, un libro parlante di nome Grimoire Weiss, Emil e infine Kainé, una guerriera scurrile e rozza, in grado di controbattere l’assalto delle forze oscure che stanno mettendo a ferro e fuoco le lande deserte di NieR Replicant.

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L’abilità narrativa di Yoko Taro è nota a tutti quelli che da anni hanno deciso di inerpicarsi in quel groviglio storico che è la saga di Drakengard. Tra finali diversi, diramazioni, avvenimenti al limite del normale, storie di pedofilia, di mangiatrici di bambini e draghi che depongono uova secolari, si arriva alle vicende di NieR Replicant, che undici anni fa si dividevano fino ad arrivare a NieR Gestalt, il capitolo che era arrivato anche in Occidente. In questo remake ancora una volta Yoko Taro ci ricorda di quanto la sua volontà di pennellare il mondo con dolore e mestizia sia forte e intensa, perché il triste passato che coinvolge tutte le parti chiamate in causa è una costante, è quel minimo comune denominatore che accosta Devola a Popola, fino a Emil e Kainé, che più di una volta desidererà incontrare la morte piuttosto che la vita.

Replicant è la zona di ritrovo delle anime affrante, delle vite sepolte dal chiacchiericcio, dalla disperazione, da quei terreni vuoti, deserti, sui quali il sole non riesce più a battere. Pur dovendosi distaccare da Automata, che nel suo offrire quello spaccato dicotomico tra macchine e umani si ammantava di eleganza e di una filosofeggiante esegesi della vita, Replicant ha lo stesso sapore agrodolce che appartiene a Yoko Taro, che da bambino rise della morte e da adulto ce la racconta con sguardo disilluso. Lo stesso con il quale i protagonisti di NieR affrontano la vita.

Ferisce di più il libro che la spada

Continuando questo doveroso paragone con NieR Automata, dal quale Replicant ha deciso in maniera palese di trarre tutti i possibili spunti per replicare un successo planetario e miliare, non possiamo non soffermarci sull’aspetto più narrativamente interessante, ossia i finali. Automata ne aveva diversi, tantissimi, inoltre per potervi accompagnare verso una vera e propria conclusione della sua vicenda pretendeva che vi fossero almeno tre run. Ricorderete la modalità, ma in caso contrario è giusto che sappiate che i due New Game + non vi portavano a vivere la stessa narrazione del primo segmento, spingendovi più che in una nuova run in un vero e proprio prosieguo.

Replicant ha una struttura molto simile, ma che non si rinnova dal punto di vista narrativo: giocare una seconda run, giocarne una terza, non varia la sostanza, se non il punto di partenza. Yoko Taro sa quanto possa essere deflagrante rigiocare il primo atto di una sua avventura, durante il quale state ancora prendendo dimestichezza con i comandi: allora perché spingervi a rifarlo? Ogni run ricomincerà a metà della precedente, in medias res, con tutto ciò che potete aver raccolto ora pronto ad accompagnarvi verso una nuova avventura, per scovare nuovi dettagli, per arricchire la precedente run con altre missioni e scene di intermezzo, per focalizzarvi su tutto ciò che prima avete perso e che adesso è visibile all’occhio umano. Per scelta del suo creatore.

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Del gameplay e del battle system di Replicant abbiamo avuto già modo di parlare, ma è utile ribadire che siamo dinanzi alla più forte e voluta delle repliche di Automata. Siamo ben lontani da quello che undici anni fa ci era toccato con Gestalt, senza ombra di dubbio affetto da movimenti legnosi e non sempre gradevoli, che oggi risulterebbero molto anacronistici. Stavolta Replicant si lascia accompagnare per mano da 2B e 9S e orfano di piccoli androidi in grado di sparare proiettili a raffica, si affida a Grimoire Weiss: il nostro logorroico e vanitoso compagno di viaggio, mattatore delle linee di dialogo sovversive e prorompenti, offre una rosa di poteri invidiabile, che nelle fasi iniziali si preoccuperà solo di farvi da supporto con dei proiettili magici, ma andando avanti vi fornirà maestranze come la Lancia Oscura, la Mano Oscura e così via. Incantesimi che contro i boss e contro un numero ingente di ombre, che magari vi sta accerchiando, torneranno molto utili.

Il vortice dell’angelo cieco

Dall’altro lato il combattimento corpo a corpo è affidato a quella rapidità che Platinum Games ha sempre avuto e voluto. La parata risulta ancora una volta fondamentale, senza andare a recuperare sistemi da estrema difficoltà come fu per Metal Gear Rising, permettendovi un contrattacco immediato, così come la possibilità di spostarsi subito alle spalle del vostro avversario, colpirlo con una serie di scariche della vostra spada e avere a disposizione una reattività dei comandi molto importante sono elementi che andranno ad arricchire un’esperienza dinamica e che vi ricorderà subito la potenza di fuoco di Automata. Inoltre tutta la struttura, dagli incantesimi fino alle armi bianche, si fregia dell’aggiunta delle Parole, che andrete a raccogliere come loot sia dai combattimenti che a volte dalle giare disseminate nei vari scenari proposti.

Utilizzate come veri e propri accessori, dei sussidiari al vostro equipaggiamento, le Parole vi permetteranno di andare a ritoccare le vostre skill, aumentando quelle che sono le vostre capacità e competenze. Non avrete, d’altronde, dei chip da inserire nel vostro corpo come avveniva a 2B, pertanto il team di sviluppo ha perseguito una soluzione molto più incantata, affidata all’estro di Grimoire. In ogni caso l’alta disponibilità delle Parole e spesso la loro ridondanza ci ha fatto storcere il naso in una gestione troppo dozzinale, soprattutto sul lungo periodo, di questa feature, che se fosse stata centellinata avrebbe potuto sicuramente offrire un elemento più affascinante e narrativamente pregnante.

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Il battle system non si ferma comunque qui, così come Nier Replicant non si può arrendere dinanzi a una così semplicista spiegazione di ciò che andremo ad affrontare. Yoko Taro con NieR Automata ci aveva mostrato con quanta maestria fosse in grado di alternare dei momenti da action RPG con delle sessioni a scorrimento orizzontale, che fosse a bordo di una navicella spaziale o che fosse a piedi. In Replicant ci ritroveremo ad avere dei frangenti commistionati da altri generi, con visuale isometrica distribuita a piacere. Quest’alternanza ci ha permesso di giovare di un buon ritmo, che ha contrastato alcune sessioni a volte troppo prolisse e affidate a degli enigmi ambientali che hanno vanificato la rapidità e il dinamismo del combat system.

Allo stesso tempo, la sofferenza provocata da un open world a volte troppo spoglio è palpabile, soprattutto quando sarete stufi di massacrare dei malcapitati montoni sul vostro cammino. Lo stesso open world, che ci offre comunque la possibilità di raccogliere quanti più oggetti possibili, di pescare (ovviamente) e di intrattenerci con i vari mercanti alla ricerca di missioni secondarie da portare a termine, risulta essere costringente.

I confini non sono così vasti, ma altrettanto poco vasta è l’offerta delle sub quest, tutte per lo più catalogabili nell’etichetta delle fetch. In questo, a differenza di Automata, Replicant pecca di poca furbizia e di scarsa profondità, perché dopo qualche ora, avvicinandosi alle 20 necessarie per terminare la nostra avventura, arriveremo a desiderare solo di continuare a combattere, esasperando le capacità del battle system, senza dover per forza temporeggiare con consegna di pacchi, recupero di carne o pesca all’ombra del faro.

Il canto gregoriano del deserto

Chiudiamo la nostra disamina soffermandoci sull’aspetto tecnico, ribadendo che, così come in sede di hands on, NieR Replicant è stato giocato in modalità retrocompatibilità della PlayStation 5. La fluidità, che era già stata assicurata nel 2017, è alla base di un prodotto dinamico e rapido, veloce, che quindi si attesta sui 60fps. Fondamentali, tra l’altro, per supportare lo scatto veloce del protagonista. Va da sé che il dettaglio, se paragonato al titolo originale del 2010, è di tutt’altra categoria, con animazioni e poligoni che rispettano la generazione attuale di videogiochi.

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Quello che però in qualche modo ci soddisfa di più, a fronte di questo ammodernamento, è sicuramente la colonna sonora di Replicant. Se Automata ci aveva conturbato con le sue musicalità gotiche e solenni, Keiichi Okabe si ripete allo stesso modo, proponendoci dell’epica ascoltabile, forse in alcuni casi troppo ripetuta, ma che si appoggia a una lingua inventata, che non ci permette di distinguere i lamenti quasi gregoriani proposti, ma ci culla in un evento che profuma di solenne e topico. L’enfasi è servita su un piatto di platino, quello che vorrete poi inseguire voi per spolpare un’avventura che si erge ancora una volta in un panorama che ha bisogno di Yoko Taro.

8.5

NieR Replicant

NieR Replicant è il perfetto ritorno di quelle meccaniche conturbanti di Automata, un dono fatto a chi aveva bisogno di tornare a vivere un'esperienza come quella di 2B e 9S. Con qualche piccola correzione e con un open world può intenso, avremmo avuto un altro grande capolavoro tra le nostre mani. Il problema di Replicant è quello di nascere come vero e proprio remake di un'avventura di undici anni fa, un esercizio quasi di stile e di rispetto da parte del team di sviluppo nei confronti di un capitolo di un'avventura molto più grande. Un modo per celebrare la riscoperta di una saga che Yoko Taro aveva realizzato con tanta cura e attenzione, oltre che passione, ma che era stata destinata ai confini giapponesi. Ora che è tra le nostre mani non possiamo più nasconderci: abbiamo bisogno di andare a riscoprire Drakengard e quelle dissacranti derivazioni narrative che nel videogioco non possono far altro che creare scompiglio.

Pro

  • Dinamico, fluido, rapido
  • Una colonna sonora da urlo
  • Una narrativa sempre illuminata

Contro

  • Open world troppo scarno e stretto
8.5