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No Longer Home ci ricorda quanto i posti definiscano la nostra vita

No Longer Home di Humble Grove ci invita a sintonizzarci su una storia biografica dove la vita e i desideri non sempre combaciano.

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Avatar di Alessandro Palladino

a cura di Alessandro Palladino

- @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 10/08/2021 alle 10:00
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Tra le tante storie che abbiamo trattato al LudoNarracon 2021 sicuramente quella che mi è rimasta più impressa è stata la creazione di No Longer Home: un gioco estremamente personale che propone al pubblico di ogni tipo le sensazioni e le vicissitudini di due persone che si sono trovate ad abbandonare un luogo che consideravano casa, separandosi a centinaia di chilometri di distanza.

La storia di Bo e Ao è stata cristallizzata in un gioco dopo tanti anni di sviluppo e difficoltà, come ci raccontavano i due sviluppatori stessi nell'intervista. E parte di quelle difficoltà, forse non comune come si potrebbe pensare, è stata quella di programmare e trasferire la propria vita in dati da condividere con il mondo. Ripensare a quei momenti non proprio felici, rivivere il trauma e cercare di forgiarlo in una forma che possa connettersi con qualcuno che attraversa lo stesso periodo; tutti aspetti che fanno pesare le mani sulla tastiera come se avessero centinaia di sfere di metallo tra le dita.

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Lontano da Casa

No Longer Home dura due ore circa, non è neanche un gioco e sarebbe davvero, davvero svilente recensirlo come se fosse tale. Il lavoro di Humble Grove è, senza dubbio alcuno, un'esperienza audiovisiva in cui più che giocatori sarete testimoni di un qualcosa di profondamente personale. Parliamo di un prodotto che non è tarato per ogni pubblico e non vuole esserlo, anzi quasi è indirizzato principalmente a coloro che si sono ritrovati in una situazione simile (e all'estero è molto comune considerata la vita studentesca media) e cercano un posto dove riordinare le proprie sensazioni e sentirsi meno soli.

Un po' come quando si guarda "Un Fantastico Via Vai" ed è difficile capire i protagonisti se non si è vissuta quell'aria da studentato universitario. Aggiungiamoci anche che in questo gioco rientra un discorso ancora più intimo, legato all'esplorazione della propria sessualità e del genere in cui qualcuno si identifica. Anche di questo ne avevamo accennato nella nostra intervista, tuttavia in No Longer Home il discorso ha un punto di vista così paradossalmente normale che fa il giro e diventa struggente, oltre che completamente comprensibile per tutti gli individui che nella loro vita hanno attraversato dubbi e incertezze.

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Del resto queste sono vite fatte di ricordi, dove i luoghi assumono connotati senza valore mano a mano che le storie dentro di essi si accumulano, quasi come se le pareti le assorbissero. No Longer Home ha come protagonisti gli angoli della vecchia casa di Bo e Ao, esplorabili dal giocatore in ogni angolazione grazie a delle scelte di design precise, artistiche e improntate a dare l'interazione solo quando necessario al contesto. Quando parliamo di artistiche, in questo specifico caso, ci riferiamo alla scelta di uno stile grafico molto minimalista per i personaggi e profondamente dettagliato per i posti descritti dal gioco, ricreati come piccoli diorami sospesi in un vuoto stellare che ne accentua la sensazione di archivio di memoria.

L'attenzione alla parte visiva e uditiva, tra giochi di luce che si adattano alla prospettiva da cui si scegliere di guardare il luogo e una colonna sonora profondamente intima, fanno sì che le poche ore di No Longer Home siano capaci di diventare un ricordo marchiato a fuoco, un qualcosa da vivere una volta sola e tornarci proprio perché si viene capiti dal contesto dell'opera. Un po' come avviene per Genesis Noir e Kentucky Route Zero, solo che No Longer Home ha un materiale di base capace di andare ben oltre la fantasia e mostrare al giocatore quanto la banalità del quotidiano di qualcuno possa trasformarsi nei suoi momenti più felici, oltre che in quelli che danneggiano di più il cuore al sol ricordo.

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Parte del fascino di No Longer Home è che rende reali le storie che si creano tra amici e conviventi, quelle che magari si raccontano di anno in anno con elementi fantasiosi al limite del possibile. Quelle fantasie assumono forme concrete nella visione del team di sviluppo, diventano catalizzatori essenziali per i sentimenti dei protagonisti e li aiutano a venire a patti con quell'abbandono che tanto rifuggono. L'esteriorizzazione dei drammi che molti giovani o giovani adulti vivono all'interno è resa in una maniera arguta e al contempo dolce, non fornendo mai una risposta definitiva bensì invitando chiunque a riflettere sulle basi della vita di qualcun altro. Per tale ragione è difficile dire che No Longer Home sia adatto a tutti: bisogna potersi interfacciare con la situazione del gioco, sentirsene in minima parte coinvolti o avere abbastanza empatia per interiorizzarla un po'.

Non c'è divertimento se non per qualche battuta amara e al massimo l'emozione più quotata è la meraviglia visiva unita a una sana nostalgia di un qualcosa che magari non avete più, con l'augurio che non sia il vostro caso. Ma tutti, del resto abbiamo dovuto dire addio a qualcosa e bene o male quell'azione dolorosa ci ha lasciato delle cicatrici quasi impossibili da eliminare. Ecco, l'opera di questo piccolo studio indipendente è un omaggio al passato come modo per affrontare il futuro, un qualcosa non da giocare ma osservare come un film interattivo in quella che oggi è considerata una forma espressiva potentissima per connettere persone di ogni tipo. Donandoci un'esperienza personalissima, Bo e Ao ci hanno concesso un raro frammento di umanità condivisa, trasmessa a coloro che abbiano la pazienza di ascoltarla con l'ausilio dell'unico mezzo che rende partecipe il destinatario.

No Longer Home è un accorato consiglio, oltre che un invito ad apprezzare un progetto molto coraggioso. Il titolo è disponibile su Steam.

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