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Altroconsumo lancia una campagna contro l’obsolescenza programmata

Nei miei anni universitari, negli anni ’90, nel mio appartamento da studente c’era ancora un vecchio frigorifero degli anni ’50 o al massimo ’60, di quelli arrotondati, color panna, col maniglione metallico. All’epoca probabilmente aveva sul groppone già 30 o 40 anni di funzionamento. E continuò a funzionare per quasi altri dieci anni, tra università e dottorato. Ora in media sappiamo che se un forno, un frigorifero o una lavatrice tira avanti per dieci anni siamo già fortunati. Per combattere questo fenomeno, da anni definito come obsolescenza programmata, Altroconsumo, di concerto con altre organizzazioni di consumatori di Spagna, Belgio e Portogallo, ha avviato il progetto PROMPT (PRemature Obsolescence Multi-stakeholder Product Testing programme).

Obiettivo del programma è quello di sviluppare un sistema di test indipendenti che consenta la valutazione il più obiettiva possibile della longevità degli attuali prodotti elettronici di consumo, dai grandi ai piccoli elettrodomestici passando per i dispositivi hi-tech. Con PROMPT inoltre le associazioni di consumatori aderenti si propongono da un lato di stimolare i produttori a realizzare soluzioni più durature e più facili da manutenere e riparare e dall’altro di sensibilizzare i consumatori sull’argomento, diffondendo anche la cultura del riuso e della riparazione, convincendoli anche a tenere più a lungo un prodotto o accettando di acquistarne uno di seconda mano.

Sul sito di Altroconsumo è stato anche implementato un form che consente di segnalare casi di obsolescenza programmata, indicando dati e caratteristiche del prodotto in questione. L’associazione invoglia ad effettuare segnalazioni di questo tipo perché quante più ne riceverà tanto più potrà intervenire in maniera decisa ed efficace per disincentivare questo tipo di approccio nei produttori, tutelando i consumatori.

Si tratta di una questione annosa, in cui le associazioni stanno tentando di colmare un vuoto legislativo che, nonostante sia molto sentito dai consumatori, stenta a trovare un percorso istituzionale, anche se in Francia e anche qui in Italia qualcosa ha iniziato a muoversi. Il termine stesso, obsolescenza programmata, è tuttora dibattuto, in quanto i produttori rigettano l’intenzionalità di un approccio volto a limitare la vita media dei prodotti.

Eppure la nostra esperienza quotidiana ci dice che nel corso dei decenni radicali cambiamenti produttivi hanno limitato progressivamente la possibilità di intervenire su elettrodomestici e device hi-tech. E come definire altrimenti le politiche di abbandono programmatico di prodotti come computer e smartphone che, mediamente dopo tre o quattro anni, non possono più ricevere aggiornamenti software, diventando così in un sol colpo improduttivi, esposti dal punto di vista della sicurezza e, appunto, obsoleti?

Nel frattempo la produzione di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, i cosiddetti RAEE, è in costante aumento, con una crescita annuale stimata tra il 3 e il 5 %, mentre le proiezioni ci parlano di 12 milioni di tonnellate di questo tipo di rifiuti, entro il prossimo anno. Nel frattempo per le terre rare, il COLTAN, il cobalto e altri minerali e metalli rari o semi preziosi impiegati nella produzione di questi dispositivi nel mondo ogni anno muoiono migliaia di persone, a seguito di guerre o semplicemente a causa delle condizioni lavorative precarie, senza contare l’impatto che tali rifiuti, di difficile smaltimento, hanno sul nostro ambiente. Il passaggio graduale – ma si spera non troppo – a un’economia circolare si fa allora sempre più pressante.