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Blogger muore in carcere per quello che scriveva

L'Iran si conferma uno dei paesi più terribili, per chi vuole esprimere delle idee diverse da quelle di chi detiene il potere. Si sta ancora parlando, nel paese mediorientale, se stabilire o meno la pena di morte per i blogger che si azzardano a scrivere cose sgradite al governo, propagandando "corruzione, prostituzione e apostasia".

Sembra però che non ci sia molta voglia di aspettare i tempi parlamentari, infatti uno dei blogger arrestati è morto in carcere, a quanto pare per suicidio. Con un tempismo fenomenale, il governo ha rimosso il blocco su Facebook, per limitare i danni d'immagine portati dalla notizia.

Il blogger, Omidreza Misrsayafi, era stato arrestato con l'accusa di aver fatto propaganda contro lo Stato e aver insultato i rappresentanti delle istituzioni. Mirsayafi aveva scritto "Signor Khamenei sei in grado di amarmi quanto ami il figlio di Nasrallah?", riferendosi al sostegno iraniano agli Hezbolla libanesi. Una critica, piuttosto velata, che è stata più che sufficiente a finire in carcere.

Nonostante sia mal sopportato dal governo, oggi Internet è molto diffuso in Iran, tanto che il persiano è una delle lingue più usate in rete. In questo paese i blogger stanno cercando di resuscitare molte voci che sono state zittite con al chiusura di molti giornali, e il governo non ha tardato a reagire.

L'Iran è citato tra i "nemici di Internet" da Reporters Senza Frontiere, come abbiamo ricordato la settimana scorsa. L'organizzazione ha infatti commentato prontamente la notizia, sottolineando ancora lo stato d'allarme su questo e altri paesi.

Sciocca, come non potrebbe?, sapere che usare la rete per quello che è possa portare a conseguenze tanto drammatiche. Speriamo solo che queste situazioni, e il rumore che provocano, servano a tutti i governanti del mondo, affinché si prendano iniziative che difendano veramente la libertà di parola, non solo in rete, naturalmente.