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I bitcoin finanziano il terrorismo internazionale? Non tutti sono d’accordo

I bitcoin e le criptovalute in generale sono pericolose o no e davvero sono utilizzate per riciclare il denaro sporco della criminalità e per finanziare le attività del terrorismo internazionale? A lanciare l’allarme ci ha pensato nelle scorse ore il New York Times, che in un suo articolo ha raccolto i timori espressi da fonti autorevoli come la CIA e il ministro delle finanze statunitense Steven Mnuchin. Non tutti però sono allineati a questa corrente di pensiero. Ad esempio Gaspare Jucan Sicignano, un ricercatore dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, sostiene addirittura il contrario nel suo libro “Bitcoin e riciclaggio”, affermando che la criptomoneta, se utilizzata a livello mondiale, sarebbe anzi un ottimo strumento di contrasto a tali attività.

L’articolo del New York Times si concentra su un sito web messo su da un’organizzazione chiamata Qassam Brigades, legata al gruppo di militanti palestinesi Hamas, atto proprio a raccogliere fondi anonimi per finanziare le proprie attività. A ciascun visitatore, infatti, viene assegnato un indirizzo bitcoin unico da cui inviare denaro digitale, un metodo che, secondo le autorità, renderebbe quasi impossibile tracciare a provenienza dei fondi. Sul sito, disponibile in sette lingue, c’è anche un video assai dettagliato che illustra proprio come inviare bitcoin senza allarmare le autorità.

Secondo Yaya Fanusie, ex analista per la Central Intelligence Agency e ora consulente riguardo ad attività terroristiche legate all’uso di criptovalute, questo è uno scenario destinato a rafforzarsi in futuro, diventando parte integrante del mix di fonti di finanziamento per le attività terroristiche e criminali, mentre lo stesso ministro delle finanze statunitense Steven Mnuchin, in due discorsi recenti ha richiamato l’attenzione sui pericoli insiti nelle criptovalute, invocando strumenti di monitoraggio più attivo.

Il ricercatore italiano Gaspare Jucan Sicignano però è convinto del contrario. “Nei bitcoin, ovvero nella più nota delle criptovalute, non vi è alcun rischio di riciclaggio. Anzi i bitcoin sono in grado di scongiurare operazioni di riciclaggio, piuttosto che il contrario”, scrive infatti nel suo libro, spiegando che tutte le transazioni in bitcoin sono pubbliche in quanto contenute in un database distribuito e liberamente accessibile.

Secondo Sicignano inoltre anche quello delle transazioni anonime sarebbe un falso problema. Queste ultime al momento sarebbero assai limitate perché la maggioranza degli exchange, in ossequio alle più recenti normative antiriciclaggio, richiede l’identificazione degli autori di ogni transazione, rendendo quindi possibile risalire all’identità di chiunque abbia svolto un’operazione, semplicemente collegando i nominativi a quelli degli indirizzi bitcoin utilizzati e, da lì, seguire i flussi degli scambi da indirizzo ad indirizzo.

Secondo Mnuchin però in realtà i terroristi starebbero imparando in fretta e avrebbero già iniziato a trovare soluzioni alternative proprio per scongiurare questa possibilità di identificazione, sia non utilizzando più i principali servizi di exchange occidentali, sia ricorrendo ad altre criptovalute con una protezione della privacy ancora più forte rispetto a bitcoin.

Per Sicignano però anche in questo caso resta sempre possibile identificare l’utente ricorrendo ad altri strumenti, come ad esempio le tecniche di digital forensic, che consentirebbero di risalire all’identità di chi si cela dietro un determinato indirizzo.

Forse la verità sta nel mezzo, come affermato da Juan Zarate, vice consigliere per la sicurezza nazionale e la lotta al terrorismo sotto il presidente George W. Bush. “Penso che siamo ancora in fase di sperimentazione da parte dei gruppi terroristici, che stanno cercando di capire il modo migliore per svolgere impunemente i propri affari. Ciò che è davvero sfidante è che gli sia consentito di continuare a sperimentare”.