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PA digitale poco usata dagli italiani. Siamo un popolo “analogico”?

L'ultimo rapporto AGI-Censis conferma che nel 2018 solo il 14% della popolazione ha interagito con i servizi digitali della PA.

In Italia il numero dei servizi digitali della PA è in media con gli altri paesi UE ma secondo l’ultimo rapporto Agi-Censis c’è ancora una scarsa interazione. Spesso i cittadini non sanno dell’esistenza dei servizi, le competenze digitali diffuse sono mediamente basse e permangono “retaggi analogici”.

Oggi, durante i Digital Days di Napoli, la Fondazione per l’Innovazione COTEC svelerà nell’ambito del programma pluriennale “Diario dell’Innovazione” una fotografia della complessa relazione che esiste tra cittadini e PA (qui la diretta Web alle 14.45). La cosiddetta “interazione” in ambito digitale nel 2018 non è andata oltre il 14%, contro il 92% dei danesi, il 71% dei francesi, il 57% degli spagnoli. Il valore medio nell’Unione Europea è del 52%. “Peggio di noi solo Bulgaria e Romania”, puntualizza l’indagine.

Secondo direttore Agi Riccardo Luna “la trasformazione digitale della PA è iniziata ed è possibile”. “Se guardiamo agli ultimi cinque anni, i cambiamenti si vedono benissimo. E La nuova indagine sulla cultura dell’innovazione degli italiani, realizzata da AGI e dal Censis a due anni di distanza dalla precedente, li registra. Ma l’indagine registra anche una diffidenza degli italiani verso il nuovo che avanza: più che la curiosità, in molti vince la nostalgia”. Molto si deve al fatto che l’indice di vecchiaia è cresciuto di 25 punti percentuali in 10 anni toccando il nuovo record storico.

L’unica soluzione quindi è di non concentrarsi solo sulla digitalizzazione dei processi ma “cambiare tutto disegnando servizi e applicazioni facili e immediati. Come comprare qualcosa su Amazon”. Si pensi ad esempio alla facilità d’uso della nuova app evita-code dell’Agenzia delle Entrate o IO, l’app per i servizi pubblici.

“Da oltre trent’anni l’Italia spende tanta energia e moltissimi soldi per la digitalizzazione della pubblica amministrazione, più di qualsiasi altro Paese europeo”, spiega il segretario generale del Censis Giorgio De Rita. “Abbiamo aperto, per primi, cantieri innovativi su qualsiasi terreno digitale: dai pagamenti alla fatturazione, dall’identità personale alla comunicazione certificata, dal deposito di atti giudiziari alle ricette mediche. Il risultato è sotto gli occhi di tutti e questi dati rimarcano ancora una volta il gravissimo ritardo d’innovazione nelle piattaforme digitali pubbliche e nel funzionamento della burocrazia.

Dello stesso avviso il segretario generale del Censis Giorgio De Rita: “L’errore, che inesorabilmente ripetiamo, è puntare tutto sull’ultimo passo dei processi amministrativi, il più visibile e spendibile sul fronte del consenso politico, e di rinunciare a ogni innovazione negli schemi organizzativi, nella progettazione dei servizi, nella necessità di far parlare tra loro applicazioni e banche dati, nel tradurre la complessità burocratica in interazioni semplici per imprese e cittadini. Gli italiani si aspettano meno siti e tessere di plastica e molta più intelligenza”.

I dati di AGI-CENSIS

Entrando nello specifico dell’indagine AGI-CENSIS si scopre che la quota di coloro che ritengono che la PA funzioni “molto male” è del 10,2%, contro il 17,9% del 2017. Chi pensa che funzioni piuttosto bene pesa per il 33,2%, mentre chi ha un giudizio molto positivo è il 3,1%.

Complessivamente, più di un italiano su cinque è insoddisfatto del cambiamento in atto. Gli altri quattro ritengono che il processo di digitalizzazione sia ancora troppo limitato nella sua diffusione e nella sua incisività. Soltanto il 5,7% dei cittadini ritiene che questo processo sia già maturo e che la semplificazione cercata stia effettivamente avvenendo”, sottolinea il documento. “Gli sforzi fatti sono ritenuti del tutto insufficienti per l’8,1% della popolazione. Per il 15% circa dei cittadini i cambiamenti avvenuti sono persino fonte di ulteriori difficoltà complicando ulteriormente la vita di chi si trova a richiedere questi servizi”.

Il problema più grande è che solo il 9,2% si dichiara completamente informato mentre nel 53,4% dei casi l’informazione è carente o addirittura assente.  Il 37,4% dei cittadini, pur dichiarandosi sufficientemente informato, rileva nella persistente difficoltà di accesso o di utilizzo dei servizi digitali il vero problema che finisce per annullare i lati positivi di un’offerta non più vincolata a sportelli e file infinite. I servizi più conosciuti sono la posta certificata (72,7%) e la fatturazione elettronica (65,6%), mentre il Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID) è noto solo al 41,8% degli italiani e il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) al 32,2%.

Critica anche la questione delle aspettative: soltanto il 30,8% del campione ha dichiarato che grazie ai servizi online ha ottenuto un reale vantaggio. Lo scarto è molto alto anche per quanto concerne la velocità delle procedure: il 72,2% se l’aspettava, ma soltanto il 40,6% dichiara di averla riscontrata.

Fra i principali scogli all’interazione vi sono la mancanza della connessione Internet per il 16% delle famiglie (contro una media UE dell’11%) e mancanza di interesse per il Web: il 32,2% degli italiani dichiara di non connettersi mai, pur disponendo di servizi di accesso.

La quota dei “non digital” supera il 60% nella classe 65-74 anni ed è vicina al 90% negli over 75. “In termini assoluti le persone con più di 65 anni che non utilizzano internet sono quasi 10 milioni (quasi 4 milioni se si considerano esclusivamente i 65-74enni)”, sottolinea il documento.  “Con questi elementi di contesto appare difficile pensare ad una transizione della PA verso servizi ‘full digital’: una quota consistente di cittadini, infatti, almeno per il prossimo futuro, continueranno ad essere completamente disconnessi o comunque in condizioni tali da non poter utilizzare la rete per rapportarsi con la PA”.

E infine sussiste il problema delle competenze digitali con un 28,3% di popolazione che si dichiara piuttosto scafato e un 35,1% con competenze di base (ossia il minimo indispensabile per connettersi e dialogare on line con la PA), ma a fronte di un 33,3% con competenze “basse” e un ulteriore 3,3% con competenze “nulle”.