Dopo la missione Apollo 17 del dicembre 1972, l’umanità ha archiviato la Luna. Sì, ci siamo andati veramente, nonostante le derive complottiste che circolano nei forum meno frequentati. Le missioni Apollo avevano raggiunto l’obiettivo politico di vincere la corsa contro l’Unione Sovietica, ma una volta ottenuto quel traguardo, l’interesse e i finanziamenti si spostarono altrove. Ho passato anni a studiare le modalità con cui certi sistemi complessi si evolvono e vi dico che, a volte, la politica taglia i fondi di certi progetti proprio quando la tecnologia inizia a farsi interessante.
E così, dopo tanto tempo in cui l'abbiamo lasciata da parte, oggi la Luna è tornata al centro di molte missioni già pianificate e il panorama è molto diverso dal passato: La tecnologia è diventata più efficiente e meno costosa e, soprattutto, le agenzie pubbliche non sono più le uniche protagoniste della corsa verso lo spazio, grazie all'arrivo di aziende come SpaceX, Blue Origin o Astrobotic.
Eppure lo so, la domanda resta: perché tutto questo nuovo entusiasmo e la volontà di tornare sulla Luna? Proviamo a fare il punto insieme.
Perché abbiamo aspettato così tanto?
Anzitutto, facciamo un passo indietro per capire come mai ci siano voluti più di 50 anni per far riaccendere la volontà di effettuare viaggi spaziali del genere.
Le missioni Apollo che portarono l’uomo sulla Luna avevano dimostrato la fattibilità di raggiungere il nostro satellite, ma anche evidenziato quanto questo fosse costoso, rischioso e, in quel caso, dipendente da motivazioni geopolitiche più che scientifiche. Si stima che il programma sia costato l’equivalente di circa 200 miliardi di dollari attuali e già all'epoca l’opinione pubblica americana si era chiesta il perché continuare a spendere tanto per andare sulla Luna, mentre sulla Terra si moltiplicavano i problemi sociali ed economici.
Negli anni Settanta e Ottanta la NASA virò quindi il proprio impegno verso programmi più pragmatici: il progetto Skylab, le missioni Voyager, e soprattutto lo Space Shuttle, concepito come un mezzo riutilizzabile per il viaggio verso l’orbita bassa. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica collaborarono solo marginalmente, come nella missione Apollo-Soyuz del 1975, e il sogno di colonizzare la Luna fu messo da parte.
Per oltre 30 anni l’umanità rimase confinata in orbita terrestre, costruendo la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) e perfezionando le tecnologie di volo, ma senza andare oltre i 400 chilometri di distanza.
Alla fine degli anni Novanta cambiò tutto. Il progresso nei materiali, nell’elettronica a stato solido e nei sistemi di navigazione rese le missioni spaziali molto più accessibili. Nel frattempo, più paesi iniziarono ad affacciarsi all'idea di investire verso i viaggi spaziali, tra cui Giappone, India e Cina, che iniziarono a sviluppare le proprie agenzie e a lanciare sonde lunari autonome.
In questi anni, tuttavia, la vera svolta arrivò con l’arrivo dei privati e, in particolare con gli investimenti di Elon Musk, che nel 2002 fondò SpaceX, con l’idea di creare un’azienda in grado di gestire voli spaziali indipendenti dalla NASA. Un'idea che al tempo sembrava utopistica, ma che nel nel giro di due decenni, e con l'ingresso di nuove compagnie commerciali, ha completamente rivoluzionato il modello economico e tecnico dell’accesso allo spazio.
I razzi riutilizzabili Falcon e i contratti con la NASA hanno abbattuto i costi di lancio di oltre il 70%, aprendo la strada a missioni più frequenti. Con l’arrivo di Blue Origin, Astrobotic, Intuitive Machines e Rocket Lab, lo spazio è diventato a tutti gli effetti un settore industriale in espansione.
Anche la politica, in parallelo, ha ritrovato un interesse strategico per la Luna, in primis grazie alla Cina che, con la sua serie di missioni "Chang’e", ha in qualche maniera spinto la NASA a reagire.
Nel 2019, Chang’e 4 è diventata la prima sonda a posarsi sul lato nascosto della Luna. L’India, con Chandrayaan-3, ha centrato nel 2023 un allunaggio vicino al Polo Sud, un’area ritenuta cruciale per le future colonie lunari a causa della potenziale presenza di risorse. La stessa NASA, nel 2017, ha rilanciato il programma Artemis, con l’obiettivo dichiarato di "riportare gli esseri umani sulla Luna e restarci".
Rispetto agli anni '70 non siamo più davanti a una corsa ideologica, ma a una competizione economico-strategica. Le nuove missioni puntano a stabilire infrastrutture permanenti, basi, sistemi di estrazione e ricerca che rendano la Luna parte integrante dell’economia spaziale.
Le missioni preventive
E così oggi stiamo di nuovo parlando di tornare sulla Luna, ma in realtà sono già vent’anni che il mondo si prepara a questo momento. È stato necessario ricominciare da zero e sperimentare, per capire come adottare e sviluppare le tecnologie con il fine di portare l’uomo sulla Luna e di farcelo restare.
Nel 2007 la Cina lanciò Chang’e 1, la sua prima missione orbitale lunare, seguita da Chang’e 2 nel 2010, che perfezionò la mappatura ad alta risoluzione della superficie. L’Europa, con la sonda SMART-1 dell’ESA, aveva anticipato di poco quell’ondata, dimostrando per la prima volta l’efficacia della propulsione ionica nello spazio profondo, utilizzando un motore alimentato da pannelli solari che accelerava la sonda gradualmente.
Nello stesso periodo anche India e Giappone entrarono in gioco con due missioni che confermavano la presenza di ghiaccio d’acqua nei crateri in ombra del Polo Sud lunare, scoperta che cambiò per sempre la prospettiva sull’abitabilità della Luna. Nel 2013 la Cina riuscì in un’impresa che nessun altro aveva tentato dopo l'era Apollo: Chang’e 3 portò il rover Yutu sulla superficie, avviando una presenza robotica stabile e dimostrando la capacità di operare per mesi in un ambiente ostile, con escursioni termiche estreme tra i -170 e i +120 gradi Celsius. Sei anni dopo, nel 2019, Chang’e 4 raggiunse il lato nascosto della Luna, atterrando nel cratere Von Kármán. Questo successo consolidò la Cina come attore primario del nuovo equilibrio spaziale.
Nel frattempo, Israele, nel 2019, tentò con Beresheet, una missione privata sviluppata dalla startup SpaceIL: l’allunaggio fallì, ma rappresentò la prima dimostrazione che anche soggetti non governativi potevano approcciare un’impresa così complessa. L’anno successivo, nel 2020, la missione Chang’e 5 completò con successo un’operazione di raccolta e ritorno di campioni lunari, una conferma definitiva del salto di qualità tecnologico raggiunto da Pechino.
Tuttavia, la vera accelerazione c'è stata nel 2022 e 2023. Anzitutto con l’India che, dopo il fallimento di Chandrayaan-2, è riuscita nel 2023 con Chandrayaan-3 ad atterrare dolcemente vicino al Polo Sud lunare: parliamo della prima missione al mondo a farlo in quella zona cruciale, rendendo l'India il quarto Paese a posarsi sulla superficie dopo Stati Uniti, Russia e Cina.
Quasi in parallelo, anche il Giappone ha rilanciato la sua presenza con la missione SLIM (Smart Lander for Investigating Moon), che ha testato una tecnologia di atterraggio di precisione con margini di errore inferiori ai cento metri, una capacità indispensabile per le future missioni con equipaggio e trasporto di infrastrutture.
Sul fronte americano, la missione Artemis I ha permesso di testare il nuovo vettore SLS e la capsula Orion. Il prossimo passo, Artemis II, previsto per il prossimo anno, ha l’obiettivo di portare quattro astronauti in un sorvolo lunare senza allunaggio, collaudando tutti i sistemi critici di supporto vitale e navigazione. La missione Artemis III, quella destinata all’allunaggio con equipaggio, dovrebbe avvenire nel 2027.
Tutte queste missioni hanno una funzione comune: ricostruire un know-how che era stato parzialmente dimenticato. Imparare di nuovo ad atterrare, a sopravvivere alle radiazioni, a comunicare e a raccogliere campioni. Il tutto nello scopo di raggiungere un momento in cui il viaggio non sarà più un evento, ma solo la premessa di una permanenza sul satellite.
Perché tornare sulla Luna?
A questo punto possiamo chiederci: ma perché dovremmo tornare sulla Luna? In effetti i motivi sono diversi e tutti degni di nota. Da un lato c’è la dimensione scientifica: la Luna rappresenta un laboratorio perfetto per studiare la formazione del Sistema Solare e la geologia planetaria. Mentre dall’altro, la superficie nasconde risorse come l’elio-3, prezioso per la futura fusione nucleare, e metalli rari indispensabili per l’industria tecnologica terrestre. Inoltre, il Polo Sud contiene depositi di ghiaccio che potrebbero essere processati per ottenere acqua e ossigeno.
Ovviamente, permane anche anche una componente politica. Se negli anni Sessanta la sfida era un duopolio conteso tra USA e Russia, oggi ci sono diversi attori tra cui India, Giappone, Cina e Europa, senza contare le nuove economia come quella della Corea del Sud. Guardando più a fondo, inoltre, possiamo scorgere anche motivazioni ancor più concrete e precise, prima su tutti quella economica.
Negli ultimi anni la space economy è esplosa: secondo il McKinsey Space Report 2024, il valore globale del settore ha superato i 630 miliardi di dollari. La Luna offre spazio, energia e materie prime che sulla Terra iniziano a scarseggiare. La sua superficie contiene ossidi metallici, silicio, titanio e terre rare. L’elio-3 lunare potrebbe alimentare reattori a fusione puliti per secoli. Ma la motivazione non si ferma alle risorse. La Luna è la chiave per una nuova logistica: la sua gravità ridotta (un sesto di quella terrestre) la rende ideale come base di lancio verso Marte, mentre la luce solare costante in alcune regioni del Polo Sud permette di installare centrali fotovoltaiche ad alto rendimento.
A questo, possiamo poi aggiungere una ragione strategica e geopolitica. Dopo anni di neutralità apparente, siamo davanti a una militarizzazione dello spazio. Il comando spaziale statunitense, istituito nel 2019, ha dichiarato che la superiorità nelle orbite cislunari è una priorità strategica. Non a caso il documento "Spacepower Doctrine 2024" definisce la Luna come una "zona di interesse critico".
Controllare la Luna significa controllare le rotte orbitali e le comunicazioni future. Tant'è che anche Cina e Russia hanno chiarito le loro ambizioni con il progetto ILRS (International Lunar Research Station), un'infrastruttura parallela a quella americana per creare un avamposto autonomo entro il 2035.
Detto questo, arriva qui la ragione scientifica e tecnologica, sebbene intrecciata agli interessi di potere. La Luna è un archivio naturale: le sue rocce conservano tracce di miliardi di anni di storia del Sistema Solare. Infine, c’è la necessità di garantire all’umanità un futuro a lungo termine. Figure come Elon Musk, Jeff Bezos e il compianto Stephen Hawking hanno sottolineato che dobbiamo diventare una specie "multiplanetaria" per sopravvivere a catastrofi globali. La Luna è il primo banco di prova concreto per costruire un sistema di sopravvivenza extraterrestre.
Verso Marte
C’è un motto della NASA che recita "Moon to Mars", che ben definisce l'obiettivo a cui sta puntando l'agenzia americana: queste missioni non mirano al piantonamento di una bandiera, dopo la quale abbandonare la superficie lunare. Lo scopo è quello di costruire un’infrastruttura stabile che renda lo spazio profondo accessibile.
La Luna è il terreno di test definitivo. È sufficientemente vicina per permettere un ritorno rapido in caso di emergenza, ma abbastanza lontana da richiedere una completa autonomia tecnica e logistica. Vivere e lavorare sulla Luna significa imparare a gestire risorse locali, costruire habitat schermati dalle radiazioni e sviluppare sistemi energetici autosufficienti.
Per capire il concetto di "presenza sostenibile", dobbiamo analizzarlo in quello che sono i suoi 3 pilastri fondamentali:
- Il primo è il Lunar Gateway, una piccola stazione orbitante che fungerà da hub tra Terra e superficie lunare. I moduli sono già in costruzione con contributi di ESA, JAXA e CSA, con il primo lancio previsto per il 2027.
- Il secondo pilastro è la capacità di utilizzare risorse in sito (ISRU): estrarre acqua dal ghiaccio, produrre ossigeno dalla regolite e stampare in 3D strutture con materiali locali.
- Il terzo pilastro, infine, è nella cooperazione internazionale e commerciale, fondamentale per dividere costi e rischi.
Il punto è che si sta cercando di trasformare la luna in una stazione di rifornimento orbitale, poiché trasportare carburante dalla Terra è inefficiente (considerate che un chilogrammo lanciato in orbita ha costi enormi). Se riuscissimo a produrre propellente direttamente sul suolo lunare, i razzi potrebbero decollare verso Marte con una spesa energetica infinitamente minore.
Tra il 2026 e il 2030, Artemis e il Gateway costruiranno le prime infrastrutture operative, e nel decennio successivo, queste tecnologie (moduli gonfiabili, reattori a fissione compatti, robot autonomi) saranno trasferite su Marte.
In tal senso, è evidente che l’obiettivo sia quello di costruire un ecosistema interplanetario dove Terra, Luna e Marte siano collegati da rotte regolari. Anche la Cina punta all’ILRS operativa entro la metà degli anni Trenta, per poi puntare a Marte e agli asteroidi ricchi di metalli rari. La Luna è quindi, ed a tutti gli effetti, la palestra nella quale si costruirà il nostro futuro.
I prossimi passi
Con tutti questi presupposti, vediamo cosa accadrà nei prossimi anni e quali saranno i punti di svolta principali.
Nel 2026, come detto, assisteremo al lancio della missione Artemis II, che porterà quattro astronauti a sorvolare la Luna per validare i sistemi di supporto vitale in condizioni reali di spazio profondo. Dopo il sorvolo, la missione che riporterà l'uomo a toccare il suolo lunare è prevista non prima del 2027. Gli astronauti alluneranno nella regione del Polo Sud e, se il sistema di atterraggio (probabilmente lo Starship HLS) funzionerà a dovere, segnerà il ritorno ufficiale dopo oltre mezzo secolo.
A partire dal 2028 inizierà la realizzazione del Lunar Gateway, la stazione orbitante che fungerà da hub logistico. I primi moduli dovrebbero essere assemblati proprio in quel periodo per essere integrati nelle missioni successive. Dopo queste tappe chiave, il programma prevede una frequenza crescente di voli, portando habitat, rover e infrastrutture pesanti per rendere la presenza umana progressivamente più stabile tra il 2030 e il 2035.
Dopo questa data, con l’infrastruttura lunare a regime e i sistemi di estrazione risorse operativi, la Luna diventerà ufficialmente il trampolino per le esplorazioni umane verso Marte e oltre.
Personalmente, ho passato una vita a smontare e rimontare hardware terrestre, ma devo ammettere che questa nuova architettura spaziale, e tutta la tecnologia ad essa connessa, è forse la sfida tecnica più eccitante della nostra epoca.