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IA e HR: le strategie che ogni azienda dovrebbe conoscere

Scopri come AI, analisi dei dati e automazione stanno trasformando le risorse umane, ottimizzando i processi e migliorando i risultati per le persone.

Avatar di Antonino Caffo

a cura di Antonino Caffo

Editor @Tom's Hardware Italia

Pubblicato il 26/02/2026 alle 10:38

La notizia in un minuto

  • L'intelligenza artificiale sta trasformando le risorse umane da funzione burocratica a ruolo strategico, grazie a strumenti come agenti AI, assistenti virtuali e analisi predittiva che coprono l'intero ciclo di vita del dipendente — dalla selezione all'onboarding fino alla gestione delle performance.
  • I benefici sono concreti e misurabili: IBM ha risparmiato 12.000 ore di lavoro in un trimestre con il suo assistente AskHR, mentre le organizzazioni con esperienze eccellenti per i dipendenti superano la concorrenza nella crescita dei ricavi del 31%.
  • L'adozione dell'IA in HR richiede però una preparazione culturale e normativa solida: dalla qualità dei dati alla gestione del cambiamento, fino ai rischi etici come i pregiudizi algoritmici — emblematico il caso Amazon del 2018 — e al rispetto dell'AI Act europeo, che classifica questi sistemi come ad alto rischio.

Riassunto generato con l’IA. Potrebbe non essere accurato.

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Nella maggior parte delle grandi aziende, il reparto delle risorse umane ha a lungo occupato un ruolo prevalentemente burocratico: gestione delle buste paga, archiviazione dei contratti, organizzazione dei colloqui. Oggi, tuttavia, qualcosa sta cambiando in profondità. L'intelligenza artificiale sta ridisegnando i confini di questa funzione aziendale, trasformando i professionisti HR da amministratori a veri e propri strateghi del capitale umano. Non si tratta di una semplice automazione di processi esistenti, ma di una ridefinizione del ruolo stesso che le risorse umane svolgono all'interno delle organizzazioni moderne.

I dati parlano chiaro: secondo una ricerca dell'IBM Institute for Business Value, solo il 20% dei dirigenti ritiene che le risorse umane guidino la strategia sul futuro del lavoro nella propria organizzazione. Un dato che solleva interrogativi profondi su chi, in assenza dell'HR, sarà chiamato a gestire le trasformazioni che l'intelligenza artificiale sta già imponendo al mondo del lavoro. La risposta, paradossalmente, potrebbe essere l'IA stessa a fornirla — a patto che i dipartimenti HR sappiano cogliere l'opportunità.

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Le sfide che i responsabili delle risorse umane si trovano ad affrontare non sono mai state così complesse. La carenza globale di manodopera qualificata, il divario crescente tra le competenze disponibili e quelle richieste dal mercato, e le aspettative sempre più articolate dei lavoratori contemporanei rappresentano un triplice ostacolo che le metodologie tradizionali faticano a superare. In questo contesto, l'intelligenza artificiale applicata all'HR non è un lusso tecnologico, ma una necessità strategica.

Per comprendere concretamente di cosa si tratta, è utile distinguere le diverse tecnologie che compongono questo ecosistema. Gli agenti di intelligenza artificiale sono sistemi autonomi capaci di svolgere compiti specifici con supervisione umana minima: possono scansionare bacheche di lavoro e reti professionali alla ricerca di candidati, gestire l'iscrizione ai piani benefit o monitorare proattivamente i cambiamenti normativi per mantenere le politiche aziendali aggiornate. A differenza dei vecchi chatbot, questi agenti conservano memoria delle interazioni precedenti e migliorano le proprie prestazioni nel tempo.

Dall'on-boarding alle assunzioni

Gli assistenti AI, invece, offrono supporto interattivo attraverso l'elaborazione del linguaggio naturale, guidando i dipendenti attraverso procedure complesse con un'interfaccia conversazionale. Un esempio concreto è lo strumento interno AskHR di IBM, che automatizza oltre 80 processi HR comuni e ha consentito a un singolo dipartimento di risparmiare 12.000 ore di lavoro nel corso di un solo trimestre — un risultato che, in termini italiani, equivale a liberare un team intero per settimane di attività ad alto valore aggiunto.

La generative AI — quella che ha fatto irruzione nell'immaginario collettivo con strumenti come ChatGPT — trova applicazione nelle risorse umane nella produzione rapida di contenuti che un tempo richiedevano giorni di lavoro: descrizioni delle posizioni aperte, domande per i colloqui personalizzate sul profilo del candidato, materiali formativi su misura, comunicazioni interne calibrate sui diversi gruppi di dipendenti. L'analisi predittiva, infine, utilizza i dati storici per anticipare tendenze future: dai fabbisogni di personale alle probabilità di abbandono volontario, fino alle opportunità di sviluppo professionale che potrebbero emergere nei prossimi anni.

L'IA non sostituisce il fattore umano nelle risorse umane: lo amplifica.

Sul piano operativo, l'impatto dell'intelligenza artificiale si distribuisce lungo l'intero ciclo di vita del dipendente. Nel processo di selezione, algoritmi sofisticati analizzano curricula, identificano candidati su LinkedIn e altre piattaforme professionali, coordinano automaticamente i calendari per i colloqui e trascrivono le conversazioni. FloCareer, una società specializzata nei processi di selezione, utilizza l'IA per attingere a un database di 169 milioni di professionisti e automatizzare la pianificazione dei colloqui, riducendo i pregiudizi inconsci e migliorando la qualità delle decisioni di assunzione.

L'onboarding — la fase di inserimento dei nuovi assunti, spesso trascurata eppure cruciale per la fidelizzazione — beneficia dell'iperpersonalizzazione resa possibile dall'IA. Assistenti virtuali guidano i nuovi colleghi attraverso le procedure aziendali al proprio ritmo, mentre sistemi automatizzati si occupano di configurare account e processare documenti, riducendo drasticamente il carico manuale. Software di monitoraggio segnalano tempestivamente chi potrebbe aver bisogno di supporto aggiuntivo, consentendo interventi mirati prima che eventuali difficoltà si cronicizzino.

Non solo lavoratori ma performance

Anche la gestione delle performance si trasforma. IBM, ad esempio, ha implementato un agente AI per supportare i manager HR nel processo trimestrale di valutazione delle promozioni: il sistema ha automatizzato la raccolta e la formattazione dei dati relativi a circa 17.000 dipendenti distribuiti su più sistemi, alleggerendo sensibilmente il carico amministrativo del reparto. Sistemi di feedback continuo sostituiscono le tradizionali valutazioni annuali, spesso vissute dai lavoratori italiani — come del resto dai colleghi di tutto il mondo — come esercizi formali distanti dalla realtà quotidiana.

I benefici economici non sono secondari. La riduzione dei tempi di assunzione, una formazione più efficiente grazie all'allocazione mirata delle risorse, l'ottimizzazione dei flussi di lavoro e la disponibilità continua dei servizi HR — anche nelle ore notturne e nei fine settimana, in aziende che operano su più fusi orari — traducono l'investimento in intelligenza artificiale in un ritorno misurabile. La ricerca dimostra che le organizzazioni capaci di offrire esperienze di eccellenza ai propri dipendenti superano la concorrenza nella crescita dei ricavi del 31%.

Perché tutto questo si realizzi, tuttavia, le organizzazioni devono affrontare un percorso di preparazione che non può essere improvvisato. Il primo passo è definire una visione chiara: obiettivi specifici e misurabili, come la riduzione del tempo medio di assunzione o il miglioramento dei punteggi di soddisfazione dei dipendenti, devono orientare ogni scelta tecnologica. Senza questa bussola strategica, il rischio è inseguire la tecnologia per sé stessa, senza generare valore reale.

La qualità dei dati è un prerequisito fondamentale che molte aziende sottovalutano. Dataset incompleti, inconsistenti o viziati da distorsioni producono risultati inaffidabili anche con i sistemi AI più sofisticati. Le organizzazioni devono condurre un'analisi accurata del proprio patrimonio informativo, standardizzare i dati, eliminare i silos informativi e stabilire policy chiare su raccolta, proprietà, archiviazione e utilizzo delle informazioni — nel pieno rispetto delle normative europee sulla privacy, particolarmente stringenti in Italia.

Sul fronte culturale, la resistenza al cambiamento rimane uno degli ostacoli principali all'innovazione. Il 57% dei CEO, secondo l'IBM Institute for Business Value, ritiene che il cambiamento culturale sia più importante del superamento delle sfide tecniche in una trasformazione data-driven. I professionisti HR devono acquisire nuove competenze — dalla data literacy alla gestione del cambiamento organizzativo — e guidare i propri colleghi attraverso la transizione, comunicando chiaramente che l'automazione non elimina i posti di lavoro, ma libera le persone per attività più creative e significative.

L'approccio graduale, con progetti pilota su casi d'uso ben definiti e metriche di successo chiare, consente di accumulare esperienza interna e fiducia prima di estendere le soluzioni all'intera organizzazione. Scalare troppo rapidamente senza aver appreso le lezioni dei primi esperimenti è uno degli errori più comuni — e più costosi — che le aziende commettono in questa fase di trasformazione. Il futuro del lavoro si costruisce con pazienza, dati e, soprattutto, con la centralità della persona al cuore di ogni processo.

Al di là di ogni paura

C'è una curiosità storica che vale la pena ricordare. Il primo sistema esperto applicato alla selezione del personale risale agli anni Ottanta, quando alcune grandi corporation americane sperimentarono software capaci di analizzare curricula secondo criteri predefiniti. All'epoca furono accolti con scetticismo diffuso, considerati poco più che giocattoli costosi. Quegli esperimenti rudimentali contenevano però già il germe di ciò che oggi chiamiamo recruiting assistito dall'intelligenza artificiale: l'idea che un algoritmo potesse ridurre il pregiudizio umano nella valutazione dei candidati.

Il tema del pregiudizio è antico quanto la selezione stessa. Studi condotti negli anni Novanta dimostrarono che curricula identici, firmati con nomi percepiti come appartenenti a minoranze etniche, ricevevano significativamente meno risposte rispetto agli stessi documenti firmati con nomi della maggioranza. Una distorsione silenziosa, difficilmente ammessa e ancora più difficilmente corretta con i soli strumenti della buona volontà. L'intelligenza artificiale promette di intervenire proprio qui, sebbene la storia recente abbia insegnato che anche gli algoritmi possono ereditare i pregiudizi dei dati su cui vengono addestrati.

Vale la pena ricordare che l'Italia ha sviluppato una sensibilità normativa sulla tutela dei dati personali tra le più articolate d'Europa. Il Garante per la protezione dei dati personali, istituito nel 1997 in attuazione della prima direttiva europea sulla privacy, ha negli anni affrontato questioni legate alla profilazione dei lavoratori e alla videosorveglianza nei luoghi di lavoro. Con l'avvento del GDPR nel 2018 e, più recentemente, con il dibattito sull'AI Act europeo — il primo regolamento al mondo sull'intelligenza artificiale, entrato in vigore nel 2024 — il quadro normativo si è fatto ancora più rigoroso, classificando i sistemi AI usati nelle decisioni di assunzione come ad alto rischio.

C'è infine una riflessione che la storia del lavoro suggerisce con insistenza. Ogni grande ondata tecnologica ha generato, nell'immediato, paure di sostituzione massiva dei lavoratori. Accadde con la meccanizzazione della tessitura nel XIX secolo, quando i luddisti inglesi distrussero i telai meccanici temendo per i propri mezzi di sussistenza. Accadde con l'automazione industriale degli anni Sessanta e Settanta. In entrambi i casi, sul lungo periodo, nuove professioni emersero in numero superiore a quelle scomparse. La differenza, ogni volta, stava nella capacità delle istituzioni e delle organizzazioni di accompagnare la transizione, piuttosto che subirla o ignorarla. È una lezione che il presente sarebbe ingenuo non raccogliere.

Fonte dell'articolo: www.ibm.com

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