I lavoratori italiani utilizzano l'intelligenza artificiale con una frequenza superiore alle aspettative. Il 76,4% degli occupati dichiara di impiegare strumenti AI ogni giorno come supporto al lavoro. Chiaramente siamo di fronte a una tendenza consolidata, qualcosa che ormai è infrastrutturale.
In molti casi, lo sappiamo, si tratta probabilmente di Shadow AI, ma in ogni caso la situazione obbliga le aziende a rivedere i propri processi decisionali. Non si tratta solo di incrementare la produttività, ma di una ridefinizione dei carichi di lavoro e della supervisione umana necessaria per gestire sistemi automatizzati. Bisogna rivedere come si lavora e che cosa si fa, vale a dire che bisogna rimettere mano a come gestiamo le risorse umane. Se competenze e mansioni cambiano di continuo, se l’equilibrio vita-lavoro è un discorso onnipresente, se lo smart working è diventato irrinunciabile... l’AI può aiutare a rendere le HR un po’ meno complicate.
Factorial ha rilevato che circa un'azienda su quattro impiega attivamente l'AI nei processi legati alle risorse umane. Si tratta di un incremento di 16 punti percentuali rispetto ai dati del 2024, a dimostrazione di una corsa verso l'automazione dei compiti amministrativi e analitici. L'AI cessa di essere un semplice supporto operativo per diventare una governance digitale che richiede competenze specifiche per essere gestita senza derive etiche o perdite di controllo sui dati sensibili.
Oltre il welfare
Il concetto di benessere aziendale sta subendo una trasformazione altrettanto radicale, spinto da una insoddisfazione diffusa. I benefit standardizzati, come i classici buoni pasto, non sono più sufficienti a garantire la retention dei talenti in un mercato dove il 78% dei lavoratori si dichiara scontento della propria retribuzione. Il welfare deve diventare una leva strategica personalizzata, costruita sulle reali necessità dei dipendenti e integrata in una visione complessiva della qualità della vita.
Parallelamente, il modello di leadership gerarchica tradizionale appare sempre più obsoleto. I manager sono chiamati a evolvere verso un ruolo di coach e facilitatore, capace di connettere competenze diverse in team interfunzionali. Questa leadership umana riduce la verticalità delle decisioni, favorendo una responsabilità diffusa che risponde meglio alla velocità del cambiamento tecnologico e alle aspettative di una forza lavoro sempre più autonoma.
La formazione professionale non può più limitarsi al semplice aggiornamento delle competenze tecniche superficiali. In un contesto dove l'automazione assorbe i compiti ripetitivi, il focus si sposta sul re-training profondo, necessario per gestire le nuove skill richieste nel 2026. Le aziende devono investire in competenze cognitive e trasversali, le uniche capaci di generare valore aggiunto laddove l'algoritmo si ferma alla mera elaborazione statistica dei dati.
Evoluzione dei modelli organizzativi e gestione dei talenti
Per supportare queste trasformazioni, la funzione HR deve abbandonare l'intuito a favore della People Analytics. Le decisioni basate sui dati permettono di implementare politiche più eque e sostenibili, riducendo i bias cognitivi nelle valutazioni del personale. L'analisi oggettiva del clima aziendale e dell'engagement diventa il prerequisito per strategie di lungo periodo che incidano concretamente sulla fedeltà dei collaboratori, trasformando l'ufficio HR in un centro di analisi predittiva.
Anche il recruiting cambia pelle, diventando una vera e propria promessa di valore tra azienda e candidato. La selezione non è più un processo isolato, ma l'inizio del percorso di fidelizzazione, in un mercato dove la mancanza di competenze IA esclude già la maggioranza dei profili IT. Processi di assunzione trasparenti e collaborativi costruiscono un rapporto di fiducia reciproca fin dal primo contatto, assicurando che la cultura aziendale sia allineata alle aspettative reali del mercato.
La sfida centrale per i direttori HR nel 2026 risiede nel bilanciamento tra innovazione e benessere. Integrare l'intelligenza artificiale senza snaturare il senso del lavoro umano richiede una visione strategica complessa e priva di entusiasmi tecnofili acritici. La tecnologia deve servire a liberare tempo per attività ad alto valore, garantendo che l'efficienza non vada a discapito della salute mentale o della coesione dei team di lavoro.
L'adozione massiccia dell'intelligenza artificiale nel panorama lavorativo italiano non deve essere letta come un successo incondizionato, ma come un rischio sistemico se non accompagnata da una governance rigorosa. La rapidità con cui le aziende hanno integrato questi strumenti suggerisce una rincorsa all'efficienza che spesso trascura la sicurezza dei dati e la qualità reale dell'output algoritmico. Senza una supervisione umana costante e competente, l'automazione rischia di cristallizzare errori e pregiudizi, rendendo i processi HR opachi e potenzialmente discriminatori sotto una patina di neutralità tecnologica.
Il passaggio a un welfare personalizzato e a leadership meno verticali risponde a un'esigenza di mercato, ma la sua implementazione reale resta un'incognita per la piccola impresa. La complessità burocratica e la resistenza culturale di molte organizzazioni italiane potrebbero frenare questa evoluzione, riducendola a una mera operazione di marketing interno senza sostanza. Solo una reale integrazione della People Analytics potrà trasformare queste tendenze in vantaggi competitivi duraturi, a patto che i dati vengano utilizzati per migliorare la qualità del lavoro e non solo per monitorare la produttività in modo ossessivo.