Cinema e Serie TV

24 fotogrammi al secondo – Intervista a Stefano Lodovichi, regista de La Stanza

Ci sono storie che vale la pena raccontare sullo schermo. Ce ne sono altre che non conosciamo, che rimangono dietro l’obiettivo delle telecamere, nei retroscena di un set che noi, come spettatori, non abbiamo avuto la possibilità di vedere, ma che possiamo in qualche modo rivivere grazie alla ricostruzione dell’esperienza di chi ci è stato. Se di recente abbiamo assistito all’uscita de La Stanza su Amazon Prime Video, non abbiamo potuto esentarci dall’intervistare il regista stesso di questo titolo, il grossetano Stefano Lodovichi, che ci ha raccontato per filo e per segno una storia dal copione molto interessante: la sua, e dei suoi lavori. In questo secondo appuntamento con la rubrica 24 fotogrammi al secondo, abbiamo conosciuto a fondo i dettagli della vita professionale di un giovane uomo che, dal corso di laurea in Metodologie del linguaggio cinematografico, è arrivato ai set.

Foto generiche

Come comincia la tua carriera professionale? Come hai deciso di diventare regista e perché?

La mia carriera è cominciata con Aquadro, il primo film nel 2013, scritto con Davide Orsini. Ebbi la possibilità grazie al premio Solinas Experimenta in sceneggiature di far notare questo copione. Non vincemmo il concorso, ma RAI si innamorò della storia e riuscimmo a far produrre questo film a basso costo. In tal modo, sono riuscito a entrare in contatto con diversi esperti del settore, in quanto venendo da Grosseto, se fossi rimasto lì non avrei avuto possibilità di fare cinema, se non con Francesco Palaschi. Con lui ho lavorato come runner e assistente alla regia.

Da lì mi sono spostato a Siena per laurearmi in Critica del Cinema alla facoltà di Storia dell’Arte, e in contemporanea ho cominciato a girare cortometraggi, anche su set importanti. Nel 2012 sono andato a Roma per il primo film uscito poi nel 2013, Aquadro per Rai Cinema, poi nel 2015 In fondo al bosco per Sky Cinema, seguito da Il Cacciatore, Il Processo per Canale 5 e Netflix. E ora La Stanza per Lucky Red e Amazon Prime Video. 

Decido di diventare regista perché amavo la fotografia e il cinema d’azione degli anni ottanta e la commedia italiana, visti con madre e padre, poi mi sono anche appassionato alla storia dell’arte e lavorare con le immagini è l’orizzonte che cercavo di raggiungere e il mondo che volevo esplorare. Poi però la fotografia statica era limitante e volevo raccontare storie, lo facevo con le piccole storie con i miei amici o giocando a Dungeon and Dragons, ma senza esserne master, e l’esperienza di vivere una storia da spettatore poteva essere accompagnata dal viverla come creatore. Ecco è quello che sono.

Hai ricoperto altri ruoli finora, oltre a director e showrunner? Vorresti scoprire altri terreni inesplorati?

Ho iniziato facendo di tutto da ragazzino, portavo le relle, le grucce per appendere gli abiti di scena, ne Il commissario Manara, e il protagonista era Guido Caprino, non lo conoscevo ancora. Ho messo il naso dentro il set, poi ho lavorato com video assist ne L’estate del mio primo bacio di Virzì, così come l’assistente alla scenografia che andava a comprare le madonnine in Letters to Juliet. Poi ho acquisito il know-how di videomaker, partendo dalle foto a cresime e comunioni che è la cosa più complessa di tutte se ci pensiamo. Se non c’è il momento perfetto, l’ira dei genitori è immediata. In Christian ora sono showrunner e produttore creativo, posso lavorare con tutto il reparto editoriale di Lucky Red e Sky.

Non vorrei scoprire altri terreni, va bene così. Voglio creare dei mondi e restare in contatto con i giovani, anche sui social, per quanto sia difficile, perché quando ero giovane non rispondevano registi e attori, quasi mai; oggi invece cerco di farlo con tutti, finché riuscirò.

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E’ cambiato in qualche modo il tuo stile come regista, nel tempo, e i tuoi spunti per ispirarti alla realizzazione dei tuoi lavori?

Sicuramente è cambiato e sta cambiando, per via di scoperte artistiche, di confronto con le persone, dagli errori e dalle critiche, anche quelle negative. Ogni appunto è importante per farne tesoro, ragionarvi e fare analisi, non solo per migliorare, ma anche per mettere a fuoco le cose. Spesso è una questione anche di resistenza fisica: quella mentale ti prosciuga, ma il lavoro del regista è resistere a milioni di domande che arrivano tutti i giorni, Devi sapere cosa è fondamentale in ogni singola scena. Non bisogna avere paura perché non si è soli, sei con i collaboratori e ognuno lo sa fare molto bene. Dobbiamo saper dare bene le direzioni, come se fossimo una squadra di calcio o un direttore con la sua orchestra. 

Prendo spunto da Spielberg, il genere fantastico degli anni Settanta e Ottanta, amo le storie ibride come La Stanza, le storie che ti sfondano sono quelle liquide, che non si configurano in un genere unico. Non amo l’horror, ma traggo spunto anche da questi, come Alien, oppure da elementi pop di Guy Ritchie, per godere con gli altri di un film, di una storia.

Hai prodotto film, serie TV e videoclip musicali: quale di questi prodotti realizzi più facilmente e perché?

Non ho mai prodotto nulla, se non qualcosa di molto piccolo. Ma nulla di tutto questo è facile da realizzare: le serie coprono mesi di lavoro, mentre i film prendono meno tempo, ma man mano che diventano più complessi prendono più tempo. Non c’è facilità o difficoltà, è un grande lavoro fisico e mentale, ci vuole concentrazione.

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Quali lavori ricordi con maggiore affetto, e quali invece i lavori più difficili da portare a compimento?

Sicuramente i primi sono stati più difficili, perché sentivo il peso sulle spalle delle responsabilità, essendo un ragazzino all’epoca. Oggi ho la percezione quasi rallentata del lavoro, se si organizza con i tempi

Ricordo la dinamica dell’omicidio nella villa della festa de Il Processo, da ricostruire da tanti punti di vista differenti e dovevo solo fare riferimento ai miei collaboratori, motivo per cui bisogna dare loro fiducia necessariamente.

Anche La Stanza è stato difficile: è stato girato in soli diciassette giorni, in una situazione post-covid, con la paura che qualcuno potesse ammalarsi. Correvamo tutti i giorni e c’era la difficoltà di raccontare una storia con una grande tensione, come ad esempio le sequenze della tortura di Guido Caprino a Camilla Filippi e Edoardo Pesce a tavola. Sono piani sequenze di dieci o quindici minuti, dove gli interpreti erano estenuati. Non è facile correggere il lavoro dopo uno sforzo di questo tipo, bisogna anche tenerli sul pezzo e lucidi. L’importante è preparare bene il lavoro con anticipo, per farlo al meglio.

Ricordo invece con affetto e grande amore la mia prima avventura, Aquadro, anche se non l’ho goduto appieno perché ho vissuto l’esperienza con l’ansia della responsabilità, mi sono divertito molto poco. Ma è stata l’apertura di una porta. Anche In fondo al bosco, perché mi ha permesso di conoscere Camilla, la mia musa e una delle migliori attrici della sua generazione che ho avuto la fortuna di sposare. Anche La Stanza è un lavoro profondamente intimo, una storia che ha tanto di me: si sente il dolore, la ricerca di raccontare sentimenti e rapporti familiari universali nel contesto dell’intrattenimento pop.

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Concentriamoci sull’ultimo film uscito su Prime Video, La stanza: da dove l’ispirazione? Che significato assume rispetto alle precedenti produzioni?

L’ispirazione arriva da un documentario sugli hikikomori,  ragazzi in costante aumento che, soprattutto in Giappone, si lasciano andare a una sorta di depressione giovanile, con la difficoltà di confrontarsi con il mondo che li circonda. La loro alternativa è l’avatar che creano con la tecnologia e queste altre vite sono le loro alternative di vita. Tutto nasce da lì, da un documentario che volevo fare ma che poi è diventato una storia. Volevo raccontare quale fosse la causa di “quella stanza”, ossia i genitori e la scuola, e poi ho portato avanti il ragionamento con Francesco Agostini che mi ha aiutato a sviluppare la storia in questa direzione.

Da lì mi sono detto: “Ma se la colpa non fosse solo da una parte?” Quando si è giovani si tende a demonizzare gli adulti, i genitori, la scuola. Poi però quando si cresce, si diventa coetanei dei nostri genitori e ci rendiamo conto che forse eravamo carnefici noi, perdonarli e guardarli da un altro punto di vista, è tutta una questione di sfumature.

Se la responsabilità è sempre dei nostri genitori, non è mai abbastanza quello che fanno. Se è vero quello che dice Giulio, che sarebbe bastato un “Ti voglio bene”, e Stella dice “Ma io l’ho fatto”, dove sta la verità? Il ricordo di Giulio è filtrato da anni e anni di sofferenza, sovrastrutture, di una verità che non è quella che vera, ma forse anche Stella non ha la verità. Queste sono le sfumature. Nel 2013 i genitori non erano mai inquadrati in Aquadro, non avevano il diritto di essere in scena perché era la storia di ragazzi non ascoltati.

Qual è il dettaglio in La Stanza che hai curato maggiormente, dal punto di vista estetico e della sceneggiatura?

La casa è quella costruita e pensata in un certo modo, grazie a Max Turiale lo scenografo, Adriano Cattaneo, art director, e Ilaria Fallacara, arredatrice, ha preso quella vita. Ma tutto è stato scritto in quel modo, fin nel pavimento che scricchiola.

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Quale dei due poli opposti è peggio, un genitore anaffettivo come Sandro, o iperprotettivo come Stella?

Non c’è una risposta precisa, né giusta: la soluzione è nella via di mezzo, nel contatto con il genitore che spesso viene a mancare. Sarebbe bastato abbracciare e dire “Ti voglio bene”, è più facile insultare.

Si potrebbe associare il personaggio del piccolo Giulio a un caso di hikikomori? Ritieni una corretta interpretazione della psicologia del personaggio, o desideravi che di riflesso la sua condizione rimarcasse di nuovo il comportamento della madre?

Si può anche associare al mondo degli hikikomori, ma è servito solo come piccolo seme, non mi sono avvicinato a quel mondo.

Quanto può essere pharmakon la famiglia oggi, nella sua doppia accezione di cura e veleno, rispetto al passato? C’è stata una evoluzione del concetto di nucleo familiare secondo te, guardando alla società contemporanea, o la somma degli addendi non cambia, in fin dei conti?

Penso sia cambiato molto poco, dal passato a oggi. Gli strumenti sono disponibili molto più di prima, non c’è più una cappa oltranzista religiosa che possa portare agli estremismi. Anche nel mondo della politica. Non ci sono gli orpelli di una generazione antica, al tempo della guerra; è tutto molto più moderno e veloce, sono i genitori a cavallo tra l’analogico e il digitale. Io sono dell’83, nato quasi nel digitale e sono adolescente digitale se vogliamo, ma ci si capisce molto più facilmente. Forse è più grave non essere vicini ai figli, oggi.

Toglici una curiosità: dove si trova la casa in cui è stato girato il film? C’è qualche aneddoto curioso dietro agli oggetti di scena? Le foto dell’album che Stella sfoglia sul divano con “l’ospite” hanno una storia alle spalle, o sono state realizzate solo per il set?

Tutto è stato costruito in un teatro di posa, mentre le foto dell’album le ho fatte io in Giappone a Natale 2019, dove sono andato con la mia famiglia, quindi anche con Camilla. Un altro aneddoto è la Polaroid, con Giulio in Kimono: se si cerca nel mio profilo Instagram, si nota che quella foto è mia, ma ho fatto un fotomontaggio con il volto di Giulio. Un altro aneddoto è in bagno, ed è legato a Stella, ma quello lo lascio a voi; trovatelo.

A cosa vorresti dedicarti in futuro, tra film, serie TV e videoclip? Quale storia vorresti raccontare?

Videoclip direi di no, li amo e penso siano stati un terreno di grande sperimentazione per tanti registi, ma adesso voglio concentrarmi su film e serie.

In chiusura, un consiglio ai registi in erba che vorrebbero intraprendere questo cammino.

Fatevi forza, fatevi il fisico, ci vuole tanta, tanta tempra. E non mollare mai: crederci. Credeteci.

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Per recuperare La Stanza su Prime Video, vi consigliamo l’acquisto di un Fire Stick al fine di sfogliare questo e tanti altri titoli in streaming.