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A Classic Horror Story: la recensione in anteprima

I canoni del genere horror di cui il cinema si è servito negli ultimi decenni vengono riproposti, rimaneggiati e ribaltati in A Classic Horror Story, il nuovo titolo del catalogo Netflix girato da Roberto De Feo e Paolo Strippoli. “Un classico film horror” che vede alcune persone in viaggio restare coinvolte, loro malgrado, in una spirale d’omicidi efferati tra le ombre di un bosco e di un’inquietante casa che nasconde spaventosi segreti. Ma anche un’occasione per raccontare il cinema e il pubblico odierni che, per i registi, rappresenta un audace passo nel territorio di una neanche troppo velata critica alla società. Abbiamo visto in anteprima A Classic Horror Story e vogliamo parlarvene qui.

A Classic Horror Story

A Classic Horror Story: trama e protagonisti

Elisa deve tornare a casa dalla famiglia per interrompere, dietro le pressioni della madre, una gravidanza indesiderata. Per farlo, salta a bordo di un camper insieme ad altri carpooler: i fidanzati Sofia e Mark, il medico Riccardo e il conducente del camper nonché aspirante regista Fabrizio. Insieme, i cinque attraversano le strade della Calabria costeggiate da fitti boschi finché una notte, impegnati a schivare un animale morente nel bel mezzo della strada, si schiantano contro un albero.

Al loro risveglio, i cinque si ritrovano in una radura spianata dagli alberi, che la delimitano da lontano, con un’inquietante casa di legno al centro. Della strada che stavano percorrendo, nessuna traccia. Il gruppo male assortito prenderà quindi riparo all’interno della strana casa, tuttavia questo sarà per loro l’inizio di una serie di morti brutali, eseguite con ferocia da quelli che solo in apparenza sono esseri orribili e soprannaturali appartenenti alla leggenda: Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i fantomatici padri fondatori della mafia italiana.

A Classic Horror Story

Dietro la macchina da presa di A Classic Horror Story troviamo Roberto De Feo, al suo secondo titolo dopo l’acclamato horror The Nest, del 2019; ad affiancarlo, Paolo Strippoli al suo debutto in un lungometraggio. Prodotto da Colorado Film e distribuito da Netflix, il film è stato girato tra Puglia e Roma (benché ambientato in Calabria) e vede protagonisti Matilda Lutz, Yuliia Sobol, Will Merrick, Peppino Mazzotta e Francesco Russo nei panni dei cinque malcapitati. Come accennato, tuttavia, A Classic Horror Story non è ciò sembra in apparenza e anche i protagonisti non sono esattamente chi dicono di essere: servendosi di topoi e stereotipi del genere, il film di De Feo e Strippoli ci porta quindi in un viaggio nell’entroterra calabrese fatto di perverse ambizioni, fame e corruzione, oltre che di quel diffuso voyeurismo che oggi ci tocca tutti da vicino.

Come ti sorprendo a colpi di stereotipi

Fin dal titolo che è una vera e propria dichiarazione d’intenti, A Classic Horror Story mette sul piatto elementi noti del cinema horror e li prende in prestito senza troppi preamboli, facendo credere allo spettatore di trovarsi di fronte a una sequenza di cliché. I giovani in viaggio che si ritrovano in un’inquietante casa in un bosco, come avveniva ne La Casa di Sam Raimi. La figura dal volto coperto da una spaventosa maschera che uccide brutalmente i malcapitati, allo stesso modo in cui Michael Myers agiva in Halloween (qui disponibile la collezione per l’acquisto) o Jason in Venerdì 13. Il sacrificio di vite umane come efferata tradizione: come non pensare al Midsommar di Ari Aster o a Il Prescelto di Neil LaBute, con tanto di fantoccio dalle sembianze umane? Senza contare poi il raggelante suono di una sirena che richiama in maniera inequivocabile quello della sirena presente nella versione cinematografica di Silent Hill, o la presenza di scream queens giovani e attraenti che vengono braccate in larga parte del cinema di genere.

A Classic Horror Story

Persino uno dei protagonisti sulle prime battute di quello che si preannuncia come un vero incubo a occhi aperti, dichiara che tutti loro si trovano dentro al “classico film horror“, in quella che è forse la prima traccia della piega metafilmica che prenderà A Classic Horror Story con lo svolgersi della sua trama. Il film di De Feo e Strippoli si dipana quindi sotto ai nostri occhi, a colpi di stereotipi e cliché, come una vera, piacevole sorpresa. Perché se è vero che le ambientazioni ricordano in qualche modo le foreste americane in cui giovani su di giri si inoltrano, salvo poi morire ammazzati; se è vero che case e tizi mascherati fanno da padroni in tutto il corso del film; è anche vero che A Classic Horror Story si serve di tutto questo per inserire componenti inaspettate: quella folkloristica e quella già citata metafilmica.

Pescando nel folklore italiano, A Classic Horror Story fa così uso della leggenda dei tre fratelli che in antichità erano stati imprigionati sull’isola di Favignana: Osso, Mastrosso e Carcagnosso, utilizzata spesso per spiegare le origini di Mafia, ‘Ndrangheta e Camorra e legittimare fantomatici “nobili” intenti dei tre cavalieri. Sono loro i “mostri” che chiudono sempre più nella claustrofobica casa i cinque ignari viaggiatori per farne le loro vittime, diventando così i nuovi Mike, Jason e Freddy in una Calabria sotterranea fatta di contadini che reclamano carne e sangue. Un elemento, quello inserito dai registi, che con audacia e coraggio mostra la diffusa connivenza di certi territori per ciò che è realmente: un atto criminale che favorisce corruzione e omicidi.

A Classic Horror Story

Non entreremo nel merito di possibili spoiler, tuttavia A Classic Horror Story fa molto di più. I suoi cliché e i suoi stereotipi, così come gli elementi folkloristici, fanno da base a quella che giunge come un’inattesa metafora sul cinema in generale e su quello italiano in particolare, con una velata nota critica sulla mancanza di audacia in certi casi. Il film di De Feo e Strippoli è tuttavia anche una riflessione sul bisogno sempre crescente del pubblico di vedere morti e assassinii, che si traduce nella fruizione sfrenata di notizie di cronaca nera o nel semplice stare a guardare, cellulare alla mano, la sofferenza di chi è in difficoltà. Tutto questo, concorre nel far compiere al film quel salto di qualità che lo rende così originale e godibile pur mantenendosi nel campo del già visto (in maniera del tutto consapevole).

Spaventose simmetrie, agghiaccianti canzonette

I cultori del genere horror potrebbero muovere i propri passi verso A Classic Horror Story con incertezza, trovandosi di fronte a un titolo italiano che sembra entrare nel mondo horror con timidezza. Al contrario però, la pellicola di Roberto De Feo e Paolo Strippoli sa cosa vuole e lo dimostra non solo con una sceneggiatura originale, ma anche con un’eccezionale fotografia che, se da un lato fa sue le cupe e opache tonalità boschive, dall’altro si accende di luci rosse al neon che preannunciano i momenti di massima ferocia. A concorrere nel creare atmosfere di inconscia inquietudine, le studiate e geometriche simmetrie di scene che per contrasto raccontano invece caos e morte, spesso con la casa che richiama una stella come loro fulcro.

Un plauso va poi sicuramente alla colonna sonora curata da Massimiliano Mechelli, che anche in questo caso crea un contrasto agghiacciante con le scene che accompagna. Oltre alle già citate sirene che costruiscono un’atmosfera di spaventosa urgenza, vengono utilizzate in larga parte canzoni della tradizione italiana: un esempio lampante tra tutti, Era una Casa Molto Carina, di Sergio Endrigo, che fa da sottofondo a una delle scene forse più splatter di tutto il film. Una nota dolente è rappresentata dal sonoro dei dialoghi, che risultano talvolta di difficile comprensione, tuttavia l’ampio utilizzo di accenti e dialetti meridionali è un passo in più verso una narrazione originale e d’impatto. Al di là di piccoli intoppi, A Classic Horror Story fa comunque il suo sporco lavoro: intrattiene lo spettatore, sorprendendolo grazie a plot twist metafilmici inattesi, con il merito di rendere esplicite quelle metafore sulla società che talvolta nei film horror vengono messe in ombra da mostri e sangue, nonostante gli intenti degli autori.