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Alice in Wonderland compie 69 meravigliosi anni

Era il lontano 1865 quando Charles Lutwidge Dodgson riusciva a pubblicare una storia fantastica, dai toni assurdi e in grado di stuzzicare il genio creativo di registi del ventunesimo secolo. Non vi dice nulla? Cambiamo nome a Dodgson e usiamo il suo pseudonimo, Lewis Carroll, aggiungiamo alla sua storia alcuni dettagli del secondo libro Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò e voilà, abbiamo di fronte agli occhi Alice nel paese delle meraviglie, uscito in versione originale negli USA sotto il nome di Alice in Wonderland, il 26 luglio 1951.

La storia della bionda protagonista immersa in un mondo parallelo e pieno di personaggi fuori di testa è il tredicesimo dei Classici Disney distribuito da RKO Radio Pictures e presentato anche alla Mostra di Venezia nello stesso anno. Sappiamo proprio tutto della genesi di questa storia e del film Disney, che non è stato il primo dedicato ad Alice? Scopriamolo insieme per festeggiare al meglio questa piccola, grande donna accompagnata da conigli, gatti e regine di cuori non del tutto affidabili.

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Il tredicesimo classico Disney

I superstiziosi penseranno che il numero tredici, soprattutto nella cultura americana, sia un numero sfortunato, e che questo abbia segnato la sorte del film dagli esordi sino a oggi. Ma scopriamo come è avvenuto l’incontro tra Carroll e Disney.

Il mondo di Alice era già noto a Walt Disney, proprio grazie alla lettura dei sopracitati libri di Lewis Carroll, Alice’s Adventures in Wonderland (1865) e Through the Looking-Glass (1871), avendoli incontrati da ragazzo al tempo della scuola. Il suo rapporto con questa storia comincia nel 1923, quando Walt era un ventunenne aspirante regista alle dipendenze del Laugh-O-Gram Studio di Kansas City

All’epoca, era alle prese con la realizzazione di una breve serie di cartoni animati (senza successo) dal titolo Newman Laugh-O-Grams. L’ultimo di questi cartoni si chiamava Alice’s Wonderland, liberamente ispirato ai libri della storia di Alice: il cortometraggio riportava la storia di una ragazza reale (interpretata da Virginia Davis) che interagiva con un mondo animato. Lo studio di produzione però, a fronte di problemi di business, andò in bancarotta nel luglio del 1923 e il film non fu mai distribuito al pubblico.

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Finisce così tristemente questa storia? Nient’affatto. Disney ha lasciato lo studio alla volta del patinato mondo di Hollywood e ha deciso di utilizzare il film per mostrarlo a potenziali, nuovi distributori. Margaret J. Winkler entra dunque in scena: si trattava della prima donna ad aver prodotto e distribuito film d’animazione, oltre a essere stata rappresentata nel film Walt Before Mickey per la sua importanza nella vita del produttore.

La donna infatti, figura chiave della Winkler Pictures, accettò di distribuire le commedie di Alice, e Disney collaborò con suo fratello maggiore, Roy O. Disney. Con la riassunzione dei colleghi di Kansas City, tra cui Ub Iwerks, Rudolph Ising, Friz Freleng, Carman Maxwell e Hugh Harman, vennero finalmente fondati i Disney Brothers Studios, in seguito rinominati Walt Disney Productions. La serie iniziò nel 1924 prima di essere ritirata nel 1927.

I nuovi tentativi

Così cominciano i lavori nel 1933, quando la Disney stava prendendo in considerazione di realizzare una versione animata e in live-action di Alice con protagonista Mary Pickford.

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Tuttavia, la produzione venne accantonata a favore di Biancaneve e i Sette Nani, soprattutto perché l’adattamento Disney fu rimandato dalla Paramount. Questo non permise a Disney di abbandonare completamente l’idea di adattare Alice, e nel 1936 ci sono i primi accenni a questo mondo fantastico grazie al cartone Thru the Mirror, che vide protagonista il topo più famoso del mondo, Mickey Mouse.

Nel 1938, dopo l’enorme successo di Biancaneve, la Disney acquistò i diritti cinematografici di Alice nel Paese delle Meraviglie con le illustrazioni di Sir John Tenniel e registrò ufficialmente il titolo con la Motion Picture Association of America. Ha poi assunto per lo storyboard Al Perkins e il direttore artistico David S. Hall per sviluppare la storia e la concept art per il film. Tutto è bene quel che finisce bene? Non ancora.

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Una bobina dedicata venne completata nel 1939, ma la Disney non ne era ancora soddisfatta. Le illustrazioni di Hall assomigliavano troppo a quelle di Tenniel, rendendole soprattutto troppo difficili da animare, e il tono generale della sceneggiatura di Perkins era troppo grottesco. Rendendosi conto della quantità di lavoro necessaria per Alice nel Paese delle Meraviglie, con la devastazione economica dovuta alla Seconda Guerra Mondiale e le richieste di produzione di Pinocchio, Fantasia e Bambi, Disney abbandonò la produzione di Alice nel Paese delle Meraviglie. Di nuovo.

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La svolta modernista

Un destino sventurato, quello di Alice e dei suoi amici, ma che ha trovato finalmente il suo spazio e la sua realizzazione in modo piuttosto inaspettato, quanto maestoso. Nell’autunno del 1945, poco dopo la fine del secondo conflitto mondiale, Disney riprese il progetto di questo film con l’assunzione dell’autore britannico Aldous Huxley per riscrivere la sceneggiatura. Si tratta proprio dello stesso visionario che ha apposto la firma a Brave New World (Il mondo nuovo), Crome Yellow (Giallo Cromo) e tanti altri ancora.

Huxley ideò per l’occasione una versione troppo letterale rispetto al libro di Carroll, Mary Blair presentò alcuni disegni che si allontanavano dalle illustrazioni dettagliate di Tenniel e dimostrando un lato modernista, usando colori audaci e irreali. A Walt piacquero queste tavole e la sceneggiatura fu riscritta per concentrarsi sulla commedia, sulla musica e sul lato più assurdo dei libri di Carroll. 

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In quel periodo, Disney considerò di realizzare una versione live-action e animata di Alice nel Paese delle Meraviglie, ma si rese presto conto che poteva fare giustizia al libro solo facendo un film tutto animato, e nel 1946 iniziò il lavoro su questa tipologia di prodotto, prevedendone l’uscita nel 1950. Ma la storia ci insegna che il ritardo accumulato è stato di un solo anno all’incirca.

Tra eliminazioni e adattamenti

Attraverso varie bozze della sceneggiatura, molte sequenze presenti nel libro di Carroll subirono variazioni, tra contenuti eliminati e adattati o modificati. In ogni caso, Walt Disney ha insistito sul fatto che le scene rimanessero quanto più aderenti possibili a quelle del romanzo, esaltando lo humor nella scrittura del testo originale.

Non solo scene, ma anche personaggi tolti in questa versione della storia, come la Falsa Tartaruga e il Grifone, scartati probabilmente per non appesantire il ritmo del film e rendere così la trama meno lasca. Ma gli adattamenti non sono mancati nemmeno dopo l’uscita del film originale.

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Parliamo proprio delle localizzazioni nei vari Paesi. Prendiamo il caso della versione italiana del film, a cura di Roberto De Leonardis, che  si trovò obbligato ad apportare sostanziali modifiche ai dialoghi dell’opera. La sfida più grande è stata la traduzione di alcuni giochi di parole, oltre a doverne inventare altri in sostituzione di quelli intraducibili.

Inoltre, non vennero utilizzati i nomi dell’edizione italiana del libro, ma vennero fatte delle nuove traduzioni; così, il Coniglio Bianco diventa il Bianconiglio, il Ghiro diventa il Toperchio, Tweedledum e Tweedledee diventano Pinco Panco e Panco Pinco e così via. Anche la gattina di Alice, che in originale si chiama Dinah, nella versione italiana diventa un gattino di nome Oreste; questo per tradurre la compitazione di Alice al Cappellaio Matto di “C-A-T” nella sillabazione italiana”O-res-te”.

Il primo flop e la seconda vita

Tutte queste modifiche apportate rispetto all’opera originale non sono state apprezzate particolarmente dal grande pubblico, oltre che dei critici e dal mondo del cinema britannico che ha puntato il dito contro Disney di “americanizzazione” di quella che, di fatto, è un’opera inglese. Walt non fu sicuramente sorpreso dalla ricezione critica di Alice, ma in ogni caso il film non sbarcò il lunario, guadagnando somme contenute anche per l’epoca. Si parla di cifre intorno ai 2,4 milioni di dollari, che non riuscirono a coprire il budget di 3 milioni.

Come mai il film non registrò un successo particolare? Leonard Maltin, critico cinematografico, racconta che l’animatore Ward Kimball sentiva che il film aveva fallito perché “soffriva di troppi cuochi (registi). Era un caso di cinque registi che cercavano di superarsi l’un l’altro e di fare la sequenza più grande e più pazza dello spettacolo. Ciò ebbe un effetto di auto-cancellazione del prodotto finale“.

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Una “seconda vita” di questa pellicola arriva a circa due decenni dalla sua uscita originale, dopo il successo nordamericano del film d’animazione di George Dunning, Yellow Submarine (1968). Così la versione Disney di Alice nel Paese delle Meraviglie si trovò improvvisamente in auge con i tempi, per via della direzione artistica di Mary Blair e l’associazione di Alice nel Paese delle Meraviglie di Carroll con il tema della droga, il film venne riscoperto tra i giovani e venne divulgato in diverse università.

La Disney, se in un primo momento non accettò questo legame socioculturale nei confronti dei temi affrontati nel film, decide di realizzare in ogni caso, nel 1974, la sua prima riedizione cinematografica in assoluto. L’azienda lo promosse anche come un film in sintonia con i tempi e in armonia con i toni “psichedelici” del brano di successo White Rabbit, interpretato dai Jefferson Airplane.

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Questa riedizione ebbe abbastanza successo da giustificarne una ulteriore riedizione successiva nel 1981, mentre in Italia l’unica riedizione era uscita nel 1970. Dal secolo scorso a oggi sono passati diversi decenni, e Alice ha trovato finalmente “pace” sul servizio streaming Disney Plus.

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Un percorso lungo e tortuoso, ma che ha portato in ogni caso alla realizzazione di un classico intramontabile e che ancora oggi trova spazio tra citazioni, meme sui social network e rivisitazioni cinematografiche, come quelle recenti realizzate da Tim Burton, per dare voce sia alla storia principale, che al suo sequel. Una storia che vale sempre la pena di riscoprire, perché, del resto, “è sempre l’ora del the“.

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