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Bombshell, recensione: storia vera di abusivismo e denunce

Un venerdì 17 non così brutto per Amazon Prime Video, considerando la nuova uscita di cui vi parliamo. Previsto nelle sale cinematografiche il prossimo 26 marzo, Bombshell è disponibile in esclusiva per gli iscritti alla piattaforma di Jeff Bezos dallo scorso 17 marzo, girato per non far cadere nel dimenticatoio la storia che vede protagoniste parecchie firme al femminile del giornalismo americano e portare sui nostri schermi il declino di Roger Ailes nel 2016, nientepopodimeno che il CEO di Fox, scomparso l’anno dopo.

La regia di Jay Roach non ha più i toni ironici e demenziali dei primi film dediti a narrare le vicende di Austin Powers, Ti presento i miei e Mi presenti i tuoi?. Il cambio di registro si era già fatto sentire alcuni anni fa con L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo, dramma biografico dello stesso sapore di All the way, stelle che compongono la nuova galassia cinematografica del regista.

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Questa volta, proprio le stelle lo hanno condotto a ingaggiare un ampio cast, che ha saputo calarsi nei panni, talvolta stretti e difficili da indossare, di importanti figure mediatiche del panorama americano, ma soprattutto delle 23 donne coinvolte nella denuncia a Ailes per abusi sessuali. Da Charlize Theron a Margot Robbie, passando per Nicole Kidman e John Lithgow, vi citiamo solo alcune delle numerose perle hollywoodiane coinvolte in un film senza peli sulla lingua.

C’è una cosa che forse non sapete di me. Non sto mai zitta.

“Spaventa e stuzzica”

Partiamo dal presupposto che il rispetto non ha genere, né identità sessuale. È fuori luogo parlare di femminismo come se fosse retorica e qualunquismo, come se fosse quasi roba da giornalismo di bassa lega o da romanzetti rosa. La definizione di femminismo recita altro: sfogliando un caro, vecchio dizionario, il lemma in questione corrisponde a “movimento di rivendicazione dei diritti economici, civili e politici delle donne”-

Generalmente, il termine viene anche inteso anche come una profonda trasformazione culturale e politica, alla riscoperta di ruoli e valori del mondo femminile in senso non convenzionale. Stiamo dicendo quindi che la convenzione non prevede che le donne vengano rispettate al pari degli uomini?

No, non sono una femminista, ma un avvocato.

Niente di nuovo sotto il sole, parliamoci chiaro, altrimenti i lunghi dibattiti sulla questione del cosiddetto “tetto di cristallo” sarebbero solo futili conversazioni (e in qualche modo rischiano di scadere ormai nel qualunquismo e nella retorica). Proprio questo è il problema sollevato da Bombshell, letteralmente una “bomba”, intesa come “notizia esplosiva”.

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Di fatto, l’oggetto principale della notizia in questione non è certo una novità; al contrario, lo è la denuncia sollevata e la mobilitazione di così tante persone da riuscire a sollevare l’attenzione su quello che successivamente è diventato noto come “Me Too“. Bombshell comincia con alcune dichiarazioni circa le accuse rivolte da Ivana Trump, nata Zelníčková, all’ex marito Donald Trump, quando ancora non era ancora salito alla poltrona presidenziale, durante il loro divorzio.

Caccia all’uomo (e alle donne)

Il tema della trama è subito deducibile dai primissimi minuti, partendo da un’affermazione dell’avvocato di Trump che ha fatto letteralmente mandare in bestia Megyn Kelly, avvocato e promessa della Fox: “un marito non può essere accusato di stupro“. Ecco allora che torna il concetto patriarcale di “padre padrone”, il maschio dominante che tutto può nella coppia, a partire dagli istinti primordiali, che conducono a consumare rapporti intimi con il proprio partner anche in maniera abusiva.

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L’escalation è dietro l’angolo, come una bomba a orologeria pronta ad esplodere. Non a caso, parliamo di Bombshell. Dopo una serie di carichi di dinamite ben caricati e sistemati grazie a un colloquio con i propri legali e diverbi tra Gretchen Carlson (Nicole Kidman) e la difficile, quanto viscida personalità di Ailes, si culmina con il licenziamento e Gretchen non vede l’ora di farlo saltare dalla poltrona di CEO, denunciandolo per essere stata licenziata a seguito della sua rinuncia a cedere ad avances a sfondo sessuale.

Siamo a metà delle quasi due ore di film, quando si raggiunge il climax ascendente della narrazione, preceduto dalle difficoltà tra la redazione e la gestione degli attacchi a Trump da parte di Megyn Kelly (Charlize Theron), così come dell’obbligo ad affidarle una scorta, accanto ai primi abusi su Kayla Pospisil (Margot Robbie), giovane e bella, ma succube e non ancora navigata in queste acque buie, torpide e piene di squali. Ma la caccia si è appena aperta e non sarà per nulla facile portare a casa il bottino.

Rumour has it

La macchina delle news viene ancora una volta scoperchiata per mostrarne i meccanismi, seppure non vi sia nulla di nuovo. Si tratta del resto di retorica ormai, anche su questo tema: è ben noto che ci siano profondi legami tra politica, giornalismo ed economia, tre settori uniti da nodi praticamente impossibili da sciogliere. Chi la paga cara? Il pubblico, sempre più disilluso, ma costantemente preda facile da catturare, soprattutto dal cosiddetto “giornalettismo”, di bassa lega e che se ne infischia delle fonti ufficiali.

Una realtà lontana da Fox? Non sembra, stando a cosa racconta Jess Carr, giornalista del colosso mediatico inserita in modo fittizio nella trama: “Alla Fox basta dire “c’è chi dice..” e si va oltre, prendendo per buone le voci di corridoio o semplicemente notizie non confermate”. La verità però è un vulcano in eruzione, non si può controllare. Si denunciano fatti e comportamenti chiaramente sotto la luce del sole, ma che nessuno ha mai davvero osato controbattere, portare in giudizio legale, per cercare in ultima battuta di mettere un punto fermo su una questione reiterata fin troppo a lungo.

Sa il suo silenzio cos’ha significato? Per noi?

La carrellata di volti più o meno noti, più o meno giovani, di donne che si rifiutano di seguire le regole dettate dal “Team Roger” sono sempre di più, mentre quelle meno coraggiose, e obiettivamente timorose di bruciarsi la carriera, continuano a seguire il diktat. Busti fascianti, cerotti che malcelano i tagli sui talloni di scarpe col tacco tanto scomode, ma mai quanto il cambiamento che temono arrivi nella loro vita, in caso contrario.

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Anche se nel film si continua a ribadire che non si tratti di femminismo, il modo in cui si tratta la questione o le domande che vengono poste, ci fa proprio pensare che si stia strizzando l’occhio a questo tema cruciale, tanto da far sorgere il “Me Too” a seguire, come accennavamo. Del resto si sa che continuare a negare di star toccando un tasto dolente, è proprio indice del contrario.

Raccontare la storia

Abbiamo di fronte ai nostri occhi un un prodotto mediatico che sarebbe davvero riduttivo definire “film”, a metà tra vita pubblica e privata, tra politica e legislazione, con il delicato, quanto decisivo e incontrovertibile apporto dato dai filmati originali, che riescono a raggiungere un livello di realismo che chiaramente nessuna ricostruzione, seppur fedele, può raggiungere. Bombshell ricostruisce una parte di storia americana politica e mediatica, grazie all’aiuto di queste scene davvero andate in onda, inserite nel contesto del film grazie a montaggi (quasi) impeccabili e impercettibili.

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Proprio la regia dà quel tocco di classe che distingue il film da una semplice inchiesta, o documentario: non solo la scelta del cast, non solo le scritte in sovrimpressione che riportano nomi e ruoli dei personaggi coinvolti, ma anche le riprese e la recitazione, che snocciola indizi da raccogliere a ogni piè sospinto, soprattutto grazie a quelle frasi dette fra i denti e sussurrate quasi per caso e una tensione fino all’ultima scena, tale da far dimenticare come si siano svolte le vicende anche a chi conosce la storia.

Il coraggio oltre la paura

Le inquadrature, i primi piani, quella serie di occhi azzurri spesso attraversati da venuzze rosse, rivelatrici di pianto isterico o di terrore. Dal panico di una Kayla forse troppo ingenua, alla tensione scaltra e costante di Gretchen, fino alla compostezza e alla professionalità di una punta di diamante come Megyn, fredda e scaltra, ma che in fondo sa cosa sia giusto fare.

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Bombshell si aggiunge alle pellicole con un certo potenziale di successo al botteghino, ma non per questo la “reclusione” allo streaming merita di accantonarlo e di perderlo. Una prova di sceneggiatura superata, evitando qualunque dettaglio voyeuristico e fornendo una versione “interna” dello svolgimento delle vicende. Una storia incalzante, che spinge qualsiasi persona a denunciare i fatti di cui si è vittime: è naturale avere paura delle conseguenze, ma la storia racconta che ci sono anche casi in cui vale la pena fare il salto oltre l’ostacolo e il timore è solo una barriera mentale che ci creiamo.