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Ghost in the Shell, usciva oggi il capolavoro cyberpunk

Il 18 novembre 1995 uscita nelle sale giapponesi Ghost in the Shell. Il cyberpunk, tra gli anni ’80 e ’90, è letteralmente esploso. La tecnologia e gli scenari che apriva nell’immaginario rappresentavano un terreno fertile per creare storie in cui circuiti e arterie, processori e cervelli, intelligenze artificiali e cuori potessero mescolarsi in futuri distopici al neon.

Non c’è da stupirsi se in questo periodo il cinema ci abbia regalato uno dei film cyberpunk più belli di sempre: Ghost in the Shell, pellicola d’animazione tratta dall’omonimo manga di Masamune Shirow. Sono trascorsi venticinque anni dalla sua uscita, le tecnologie in campo filmico hanno fatto passi da gigante e diverse altre storie dello stesso genere hanno fatto la storia del cinema, ma Ghost in the Shell resta in assoluto un capolavoro da vedere, per lasciarsi catturare e intrappolare nella rete informatica che la protagonista, Motoko Kusanagi, padroneggia con grande maestria.

Questa giornata è dedicata a Ghost in the Shell, di cui vi parliamo qui.

Un flop al botteghino diventato un fenomeno mondiale

Il 18 novembre 1995 veniva proiettato in Giappone per la prima volta Ghost in the Shell – Squadra Mobile Corazzata d’Attacco, film d’animazione diretto da Mamoru Oshii, regista affermato per la direzione di diversi anime e lungometraggi animati (Lamù, Patlabor, Avalon). GITS è basato sull’omonimo manga realizzato da Masamune Shirow, pubblicato tra il 1989 e il 1991 sulle pagine di Young Magazine.

Già nella versione cartacea è possibile ritrovarsi di fronte a una storia e un mondo rivoluzionari, che nel corso degli anni saranno d’ispirazione per molti altri. Shirow ci presenta infatti un thriller-poliziesco immerso in un ambiente fantascientifico e, più nello specifico, cyberpunk: è un mondo futuristico in cui il confine tra l’uomo e i cyborg si assottiglia sempre di più attraverso i collegamenti a disposizione alla rete informatica e agli impianti tecnologici cui gli individui possono accedere, non soltanto per migliorare le prestazioni fisiche ma anche quelle cerebrali. La particolarità di GITS, tuttavia, sta anche nella sua complessa narrazione inserita in un contesto socio-politico articolato, che subisce inevitabilmente l’influsso dell’iper tecnologia e delle sue conseguenze sulla società e l’individuo. Shirow a tal proposito aggiunge al suo manga un gran numero di note utili a spiegare i passaggi che potrebbero risultare più ostici per il lettore.

Ghost in the Shell

Nel film del 1995 Oshii trae ispirazione da questo mondo e lo anima attraverso un’opera le cui illustrazioni e le animazioni forniranno la base per un vero e proprio franchise che si svilupperà negli anni (oltre a fornire un modello per altri registi): lungometraggi, serie animate, videogiochi e un film live action uscito nel 2017 con protagonista Scarlett Johansson. Per arrivare a questo risultato, tuttavia, il film di Ghost in the Shell è dovuto passare attraverso un forte insuccesso in patria.

All’epoca della sua uscita al cinema nel 1995, infatti, la pellicola di Oshii suscitò uno scarso interesse nel pubblico giapponese: furono in pochi ad andare realmente a vedere Ghost in the Shell al cinema e questo decretò un ritorno economico piuttosto insoddisfacente. La Production I.G., casa di produzione che aveva preso in mano il progetto, potè rivalersi sulle perdite grazie all’enorme successo che ebbe invece GITS all’estero soprattutto nel mercato home video, partendo prima dagli Stati Uniti per poi diffondersi al resto del mondo. In Italia, la prima versione del film è stata distribuita in VHS nel 1996 da Polygram Video, ridoppiata successivamente nel 2012 da Dynit.

Un restyling “cibernetico”

La versione che più probabilmente ha contribuito ad una diffusione sempre più capillare del film d’animazione è forse, tuttavia, quella pubblicata nel 2008: Ghost in the Shell 2.0, che ha subito un rinnovamento sia per quanto riguarda il comparto audio che quello video, con l’inserimento di alcune scene ricreate in CGI. Mamoru Oshii desiderava infatti operare un restyling inizialmente solo del sonoro, ma quando capì le potenzialità di un perfezionamento grafico il regista avanzò con decisione l’idea di rinnovare anche le immagini della prima pellicola. Queste le sue parole in proposito:

Certo, adesso Ghost in the Shell – Squadra Mobile Corazzata d’Attacco è considerato il prodotto di una major, un blockbuster, ma al momento della sua uscita, nel 1995, furono in pochi gli spettatore che andarono a vederlo al cinema. Per questo desideravo far rinascere la pellicola quale prodotto cinematografico. Perché un film merita di essere visto in sala.

Il restyling interessò quindi alcune immagini e scene specifiche: furono selezionate oltre novanta sequenze, come quella iniziale che vede la “composizione” delle diverse parti del corpo da cyborg di Motoko Kusanagi, la protagonista; o quelle che interessano il movimento in volo degli elicotteri. Per le vedute panoramiche della città Oshii si affidò quindi alla Polygon Pictures, mentre delle schermate (come quelle dei titoli) e gli elicotteri se ne occuparono la Motor/LieZ e Atsuki Saito. Non era di certo un lavoro semplice, dal momento che si tratta di far combaciare nella maniera più fedele possibile le nuove immagini a quelle originali, tuttavia l’incarico fu portato avanti in maniera ottimale da Hisashi Ezura, animatore specializzato in effetti digitali.

Ghost in the Shell

Per quanto riguarda gli effetti sonori, invece, ebbe un ruolo sostanziale per la loro creazione il sound designer Randy Thom, vincitore del Premio Oscar per il film d’animazione Gli Incredibili; l’intero comparto audio venne quindi rinnovato presso gli studi Skywalker Sound di George Lucas, operando anche un remixaggio delle musiche e un ridoppiaggio dei dialoghi.

La trama di Ghost in the Shell (1995)

Ma di cosa parla il film che, come vedremo più avanti, ha ispirato addirittura le sorelle Wachowski nella realizzazione del loro Matrix?

Ghost in the Shell parla di un mondo iper tecnologico, una versione cyber della nostra società in un futuro non troppo lontano. Ci troviamo infatti nel 2029, a Neo-Tokyo, in un contesto in cui collegarsi alla rete direttamente dalla propria testa non è più un fatto strano. Qui facciamo la conoscenza di Motoko Kusanagi o, come viene chiamata più spesso, il Maggiore: un cyborg la cui unica parte umana è rappresentata dal cervello, un’umana in un corpo artificiale. La soldatessa perfetta leader della squadra speciale di Pubblica Sicurezza denominata Sezione 9 (che sarà visibile soprattutto a partire da Ghost in the Shell – Stand Alone Complex).

Ghost in the Shell

Si tratta di un’unità anti-terrorismo specializzata soprattutto nei casi di criminalità informatica, hacking e cyberterrorismo, operando per contrastare i nemici che tentano di destabilizzare il paese attraverso la rete, addestrata al combattimento armato che avviene con l’ausilio degli impianti super tecnologici dei loro membri. Capeggiata dal tenente colonnello Daisuke Aramaki, la Sezione 9 è impegnata qui nelle indagini su un hacker chiamato Il Burattinaio.

Ghost in the Shell

Il film prende il via da un appostamento di Motoko su un edificio di New Port City; aiutata dal suo camuffamento termo ottico che la rende invisibile, il Maggiore scopre che un diplomatico straniero sta cercando di fare entrare nel paese un programmatore per correggere un bug nel misterioso Progetto 2501. Aiutata da Batou, Togusa e Ishikawa, Motoko dovrà quindi collegare i fili che legano Il Burattinaio alle sue marionette e al Progetto 2501, in un’indagine che porterà a galla complotti diplomatici fatti di spionaggio e IA ribelli.

Un’anima dentro un guscio

Ciò che sicuramente ha contribuito a rendere Ghost in the Shell un film di successo sono le sue riflessioni sull’esistenza, la coscienza, le implicazioni della tecnologia sugli individui. Saranno pure trascorsi venticinque anni, ma la pellicola di Oshii è più attuale che mai e per rendersene conto, potrebbero bastare le parole dello stesso regista:

Se non fosse per il fatto che non è un’azione intrinseca alle possibilità del nostro corpo, il collegarsi in ogni momento in rete con un telefono cellulare non ci renderebbe assolutamente diversi da un cyborg.

Ghost in the Shell prospetta un mondo iper-connesso in cui accedere alla rete è reso sempre più semplice dai sofisticati ritrovati ingegneristici, che permettono di collegarsi semplicemente tramite quello che viene chiamato cyberbrain: un cervello ibrido che contiene in parte il sistema nervoso originale di un individuo e la sua memoria, in parte componenti cibernetici. Una società simile apre ad un vasto spettro di riflessioni filosofiche sulla natura umana, su cui oggi si dibatte più che mai nell’era della connessione totale.

Ghost in the Shell

È un mare informatico da cui addirittura le IA possono sorgere e maturare una vita propria attraverso le innumerevoli infomazioni presenti in rete. È facile quindi per il Maggiore Kusanagi sviluppare dei dubbi sulla sua stessa esistenza, sulla presenza o meno di una coscienza reale all’interno di quella parte di sè che dovrebbe essere ancora umana, ovvero il cervello. Il ghost, l’anima, esiste realmente o è solo un costrutto ideato da qualcun altro per illuderci di avere la facoltà di scegliere? Si tratta di spunti riflessivi che nel film vengono maggiormente ampliati rispetto al manga grazie anche ad un’atmosfera generale più thriller-noir che abbandona i risvolti talvolta comici della sua controparte cartacea. Uno dei dialoghi tra Motoko e Batou esemplifica al meglio la natura fortemente filosofica del film che gli ha permesso di essere il capolavoro che è oggi:

Motoko: E se in realtà io fossi già morta da tempo e l’attuale me stessa avesse una personalità simulata composta da un cyber brain e un corpo artificiale? Anzi, ti dirò di più: e se per caso il mio Io non fosse mai esistito fin dall’inizio?
Batou: Dentro la tua testa di titanio c’è un cervello, se non sbaglio. E poi mi pare che tu venga trattata come un essere umano normale.
Motoko: Non esiste persona al mondo che abbia visto il proprio cervello. Dopotutto possiamo stabilire che esiste qualcosa di simile all’Io sulla base di ciò che ci circonda.
Batou: Mi stai dicendo che non credi all’esistenza del tuo ghost?
Motoko: E se un cyber brain potesse produrre un ghost e fosse in grado di introdurvi il soffio dell’anima? In questo caso, sulla base di cosa potremmo fidarci di noi stessi?

Curiosità su un pezzo di storia del cyberpunk

Lo sfondo socio-politico articolato in una maglia intricata fatta di giochi diplomatici, razzismo, corruzione, depravazione, rende Ghost in the Shell un film d’animazione realisticamente complesso pur rimanendo entro il genere fantascientifico. È, insomma, come guardare la nostra società contemporanea in uno specchio futuristico. Guardare il film di Mamoru Oshii significa rimanere incantati ancora oggi dal suo immaginario aderente alle distorsioni del mondo reale. Reso magistralmente da vedute particolareggiate della città fortemente ispirata da Hong Kong, su cui la camera indugia per mostrarci il dettaglio di giungle di acciaio e cemento, insegne al neon, schermi che illuminano le strade a giorno, una rete urbana in continua espansione non solo in larghezza ma anche in altezza.

Ghost in the Shell

Il pubblico non è stato il solo a subire l’inevitabile fascino di Ghost in the Shell. Quando le sorelle Wachowski erano in procinto di realizzare il loro Matrix, pare abbiano presentato il progetto ai produttori come un Ghost in the Shell “dal reale”. Ispirate di certo da numerose altre opere cyberpunk che fanno del transumanesimo la loro base di partenza, le due registe hanno comunque attinto a GITS in molte maniere.

Basti pensare alla scena d’apertura del film d’animazione in cui i credits iniziali scorrono sotto forma di codici numerici digitali; o al collegamento neurale che avviene per mezzo di cavi alla base della nuca; o ancora, ad alcune delle sequenze più emozionanti di GITS come quella che vede Motoko combattere contro un mezzo pesante riparandosi dietro dei pilastri che vengono crivellati di colpi. La tematica filosofica di un Io messo in discussione dal continuo avanzamento tecnologico è sicuramente, poi, uno dei pilastri fondanti di entrambe le opere.

Per quanto riguarda la colonna sonora, il film di Ghost in the Shell riserva altre sorprese: ad esempio, il brano intitolato Making of Cyborg udibile nell’opening e che ricorre durante diverse altre scene del film, è una canzone nuziale volta ad esorcizzare gli influssi negativi. Il compositore Kenji Kawai, per realizzarlo, si è ispirato infatti ad alcuni canti tipici del folklore giapponese, adattando una forma antica della lingua del Sol Levante per ciò che riguarda il testo.

Il brano finale presente poi nelle versioni occidentali del film è intitolato One Minute Warning ed è stato realizzato dai Passengers, gruppo composto dagli U2 e Brian Eno. Infine i Wamdue Project, celebri negli anni ’90 per il pezzo King of my Castle, hanno scelto per uno dei due video musicali che accompagnano il brano proprio alcune scene di Ghost in the Shell.

Il Blu-Ray di Ghost in the Shell 2.0, la versione “restyling” del celebre film d’animazione cyberpunk: potrete trovarlo cliccando su questo link.