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Jurassic Park: un’avventura che non bada a spese

Si muovono in branchi. Basta citare questa frase per sentire subito la colonna sonora di John Williams risuonare intorno a noi e immaginarci un branco di giganteschi dinosauri intenti a vagare per le immense distese verdeggianti di Isla Nublar. Tutto merito di Jurassic Park, film cult girato da Steven Spielberg, che nel 1993 invase i cinema mondiali, dopo la sua premiere al National Building Museum di Washington il 9 giugno. I dinosauri sono da sempre figure imponenti che hanno ispirato scrittori e sceneggiatori, che li hanno all’occorrenza usati come protagonisti o come antagonisti, portandoli a confrontarsi con carismatici personaggi della caratura di King Kong. Nel caso di Jurassic Park, però, l’impatto per l’immaginario collettivo fu semplicemente esplosivo.

Ancora una volta, un cult del cinema moderno deve la sua origine al mondo della letteratura, visto che Jurassic Park, prima di essere un blockbuster, è un romanzo di uno scrittore che con il cinema ha un rapporto piuttosto stretto: Michael Crichton. Prima di Jurassic Park, la narrativa del compianto romanziere americano aveva trovato spazio sul grande schermo Westworld – Il Mondo dei Robot, da lui scritto e diretto, e con La grande rapina al treno, tratto dal suo omonimo romanzo, ma è con il film di Spielberg che Chricton diventa un nome noto anche al di fuori della cerchia dei lettori.

 Un romanzo predestinato

L’idea di poter vedere i giganteschi rettili preistorici nuovamente in vita era uno spunto narrativo già presente in letteratura. Da Il mondo perduto di Sir Arthur Conan Doyle (che ispirò il titolo del capitolo della saga di Jurassic Park) a Viaggio al centro della Terra di Jules Verne, l’idea di mettere a confronto l’uomo moderno con gli antichi signori del pianeta era una suggestione invitante, tanto da fare breccia nella fantasia di Michael Crichton.

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La nascita della versione letteraria di Jurassic Park, tuttavia, fu tutt’altro che semplice. Chricton aveva abbozzato quello che sarebbe poi divenuto il suo romanzo nel 1983, immaginando che un giovane studente riuscisse a ricreare uno pterodattilo grazie alla scoperta di un uovo fossilizzato. Questa prima versione della storia non convinse lo scrittore, che, dopo avere fatto leggere la sua bozza ad alcuni amici, ebbe la conferma di come questo tessuto narrativo fosse troppo acerbo. Allo scrittore sembrava che la storia fosse priva di un punto di vista avvincente, complice una carenza di elementi che ampliassero il mondo in cui si muoveva il suo giovane protagonista. Memore del suo successo con Westworld, Crichton introduce nuovamente un parco di divertimenti, ma arricchisce questo dettaglio con una serie di proprie ansie sul futuro scientifico del periodo, in particolare sulle nuove frontiere della bio-genetica, specie se non regolamentata.

Chricton aveva già mostrato una certa sfiducia nei potenziali lati oscuri dell’evoluzione tecnologica nel suo film Troppo belle per vivere, in cui aveva affrontato la percezione del virtuale nella società. Con Jurassic Park continuò questo suo viaggio all’interno delle nuove frontiere della scienza, avvicinandosi come trattazione a un altro grande maestro della fantascienza, H.G. Wells, che aveva sfiorato questo stesso argomento in L’isola del Dottor Moreau.

Identificata la forma ideale della sua storia, Crichton riprese a lavorare alla stesura di Jurassic Park a fine anni ’80. Quando iniziò a diffondersi la notizia di questa sua nuova fatica letteraria, a Hollywood cominciarono a muoversi le major, che subito intuirono le potenzialità di questa avventura. Si scatenò una vera guerra, con la Warner che già vedeva Tim Burton sulla sedia del regista e la Columbia che puntava su Richard Donner. Questo interesse fu lusinghiero per Crichton, che fissò con il suo agente la cifra di 1.5 milioni di dollari per la vendita dei diritti di Jurassic Park, non volendo dare vita a un’asta ma preferendo riservarsi il diritto di scelta in base al regista designato. A battere tutti sul tempo fu la Universal, che sulla fiducia versò il cospicuo assegno al romanziere per l’acquisto dei diritti sul suo romanzo. Una vera e propria scommessa, considerato che nel 1989, quando il futuro film di Jurassic Park venne messo in cantiere, Chricton aveva appena terminato il suo manoscritto, il romanzo vero e proprio arrivò nelle librerie americane solamente nel 1990.

La carta vincente della Universal fu la scelta del regista: Steven Spielberg.

Benvenuti a Jurassic Park

D’altronde, Spielberg ebbe la fortuna di avere un’anteprima di Jurassic Park dallo stesso Chricton, mentre lavoravano alla pre-produzione di un medical drama ispirato a A Case of Need, romanzo del 1969 scritto sotto lo pseudonimo di Jeffrey Hudson, in un cui raccontava la sua esperienza come internista di pronto soccorso. In una delle pause, Crichton raccontò della sua idea a Spielberg, che vide subito il potenziale di Jurassic Park, al punto che iniziò a contattare con insistenza la Universal affinché acquistasse i diritti del futuro romanzo. La sua convinzione che si trattasse di un potenziale successo fu tale che il regista cominciò a elaborare degli storyboard basandosi su alcune scene del libro, scegliendo di abbandonare il progetto del medical drama, rimanendo solo produttore esecutivo. Ruolo che gli fruttò comunque un discreto guadagno, visto che quella serie è ancora oggi considerata una delle capostipiti della serialità moderna: E.R. – Medici in prima linea.

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A mettere in crisi Spielberg, però, fu la Universal, che scelse di giocare su questa voglia di girare Jurassic Park per fargli mettere momentaneamente in pausa un film a cui era particolarmente legato: Schindler’s List. Per il regista, questo si trasformò in un tour de force massacrante, visto che in un anno realizzò entrambe le piccole, ultimando la post-produzione di Jurassic Park in teleconferenza dal set di Schindler’s List, in modo da rispettare i tempi di lavorazione di entrambe le pellicole e chiedendo un piccolo aiuto per terminare montaggio e post-produzione di Jurassic Park a una vecchia conoscenza: George Lucas. Occasione in cui il creatore di Star Wars ebbe modo di valutare l’incredibile passo avanti della CGI, capendo come fosse finalmente giunto il momento di riprendere in mano la sua galassia lontana, lontana. Terminato il supporto all’amico Spielberg, Lucas iniziò subito a lavorare su quello che sarebbe divenuto Star Wars: La Minaccia Fantasma.

Lavorare a Jurassic Park,fu per Spielberg un’occasione unica di portare il mondo della CGI in una nuova direzione. Dopo aver pensato di realizzare i dinosauri tramite delle repliche meccaniche a grandezza naturale, suggestionato dall’attrazione King Kong Encounters degli Universal Studios, i costi proibitivi lo spinsero a rivolgersi agli animatronics e a metodi più tradizionali, scelta che portò all’assunzione di leggende del settore, come Stan Winston (che aveva creato lo scheletro di Terminator), Phil Tippett (premio Oscar per gli effetti speciali de Il Ritorno dello Jedi), Michael Lantieri (supervisore degli effetti speciali di Ritorno al Futuro e Indiana Jones e l’ultima Crociata) e Dennis Muren, membro della Industrial Light & Magic che aveva lavorato in Star Wars e Indiana Jones e il tempio maledetto.

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Questo quartetto eccellente ha dato vita ai dinosauri di Jurassic Park, imprimendo un’evoluzione alla CGI, considerato che di realistico vennero creati solo alcune parti di dinosauri, mentre le maggior parte venne realizzata digitalmente. Una situazione che portò un vecchio artigiano del settore come Phil Tippet a vedere la fine della propria carriera, tanto che non esitò a fare una battuta durante la pre-produzione, ‘Oramai siamo estinti’, esclamazione che Spielberg omaggiò facendola ripetere nel film a Ian Malcom.

Ma prima di estinguersi, questi geni della creatività hanno mostrato di avere ancora delle intuizioni strepitosi. A Lantieri si deve infatti la realizzazione di uno dei trucchi più amati del film: la vibrazione dell’acqua. L’idea era venuta a Spielberg vedendo uno specchietto dell’auto vibrare sentendo un brano a tutto volume durante un viaggio, ma toccò a Lantieri ingegnarsi per realizzare questo effetto. Che dopo una lunga e disperata ricerca, si ottenne posizionando sotto i bicchieri di plastica la corda di una chitarra, pizzicandola al momento giusto.

Tra finzione e realtà

Per dare un tono quanto più possibile realistico ai suoi dinosauri, Spielberg si avvalse della consulenza scientifica di Robert T. Bakker, paleontologo che in quegli anni era divenuto celebre per il suo saggio The Dinosaur Heresy, in cui teorizzava che i giganteschi rettili preistorici fossero animali a sangue caldo e capaci di raggiungere grandi velocità.

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Pur contando su pareri esperti, Spielberg voleva comunque aggiungere spettacolarità ai suoi dinosauri, tanto che, pur andando contro i pareri dei consulenti scientifici, portò l’altezza dei velociraptor a tre metri, cosa all’epoca considerata impossibile. Sorprendentemente, durante le riprese del film nello Utah furono ritrovati dei resti fossili di raptor che raggiungevano i tre metri, e alcuni studiosi proposero di battezzarli Utahraptor spielbergi, nome che venne poi accantonato. Altra intuizione di Jurassic Park, espressa da Alan Grant, era che i raptor potessero avere una specie di piumaggio, un’idea che venne confermata anni dopo l’uscita del film con nuove scoperte.

Jurassic Park, per quanto scientificamente credibile, si è preso notevoli libertà nel presentare i dinosauri al grande pubblico. Basta citare il dilofosauro, divenuto celebre per aver ucciso il traditore Dennys Nedry, che secondo gli studiosi non era in grado di sputare veleno, come invece indicato da Crichton nel romanzo, e non aveva la sua spettacolare cresta, inventata di sana pianta da Spielberg.

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Ma qual era il dinosauro preferito di Spielberg? Il regista non ha mai fatto mistero di avere una predilezione per i triceratopi, tanto che ha trasposto questa sua passione nella scena in cui il dottor Grant, avvicinandosi a una femmina malata, confessa ‘Oddio, è stata la mia preferita fin da bambino, e adesso mi sembra la cosa più bella che abbia mai visto’.

Il caos e la scienza

All’interno di Jurassic Park, è fondamentale il rapporto con la scienza. Evento scatenante del romanzo di Crichton, questa sottile critica viene incarnata da due personaggi in particolare: Ian Malcom e Richard Hammond. Una contrapposizione ideologica che viene resa anche cromaticamente, esaltata dalla scelta degli abiti immacolatamente bianchi di Hammond contrastata dal look dark di Malcom.

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Malcom, personaggio con cui Crichton aveva una particolare affinità mentale, venne interpretato da Jeff Goldblum. Ironia del destino, nel romanzo di Crichton Malcom spiega alla dottoressa Sandler che la sua scelta di vestirsi sempre di nero è la soluzione a non dover pensare cosa indossare, citando Seth Brundle, il protagonista de La Mosca (1986), ruolo interpretato proprio da Goldblum. La stessa battuta viene ripetuta mentre Malcom flirta con la dottoressa Sadler, momenti particolarmente realistici in quanto i due attori non stavano esattamente fingendo, dato che proprio sul set di Jurassic Park iniziarono una relazione.

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Spielberg, più vicino al personaggio di Hammond, voleva un interprete che desse una perfetta incarnazione del personaggio, convincendosi servisse un attore che avesse anche esperienza di regia, tanto che si oppose a scelte celebri come Sean Connery. La sua scelta fu Richard Attenbourogh, che nei panni di regista aveva soffiato la statuetta come miglior regia a Spielberg nel 1983, quando battè il suo E.T. con Gandhi. Pur di aver il collega come interprete del magnate di Jurassic Park, Spielberg accettò di ritardare le riprese per consentirgli di ultimare la post-produzione del suo ultimo film, Chaplin.

Jurassic Park, quando i dinosauri dominavano il cinema

Jurassic Park, oltre a divenire un cult della storia del cinema, si rivelò anche un elemento di evoluzione del modo in cui intendiamo il mondo dell’entertainment. Il marketing legato al film, infatti, non era stato previsto nel budget iniziale, e quando vennero realizzati una serie incredibile di prodotti derivati, presentati furbescamente anche all’interno del film stesso, la Universal di trovò a dover sborsare una cifra che quasi rasentava quella dell’intera produzione. Si doveva pagare accordi commerciali, fornitori e produttori, dalle t-shirt agli yogurt, ma questo investimento fu un vero successo, al punto che oggi il merchandise di Jurassic Park è considerato uno dei più azzeccati della storia.

L’iconico logo del parco, mutuato dall’idea di Chip Kidd utilizzata per la copertina del romanzo, è divenuto è uno dei simboli più riconosciuti della pop culture, spinto anche da una serie di seguiti, cinematografici e videoludici, che ancora oggi sta appassionando milioni di spettatori, e dall’impeccabile colonna sonora di John Williams. Una collaborazione proficua, quella tra Spielberg e Williams, a cui il compositore deve ben tre dei suoi cinque Oscar (Lo Squalo, E.T. e Schindler’s List) e l’esser stato consigliato a George Lucas come compositore della colonna sonora di Star Wars, che gli fruttò un altro Oscar.

Crichton decise di dare un seguito al suo romanzo scrivendo Il mondo perduto, in cui fu necessario correggere alcuni dettagli rispetto al finale del precedente capitolo, visto che nella transizione al grande schermo ci si era concessi parecchie libertà in fase di riscrittura della trama. Anche il nuovo capitolo della saga letteraria divenne un film, secondo episodio di quella che è divenuta a tutti gli effetti un ciclo di ampio respiro che, anche recentemente, sta continuando ad ampliare il proprio universo.